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lunedì 5 giugno 2023

05.06.2023

Alla faccia dei buoni propositi.
Non è questione di tempo, è questione che non saprei nemmeno cosa dire.
Vorrei tanto poter fissare nella memoria questa mattina, ma poi, quando mi ci metto, le parole sembrano banali. Alcune cose proprio non ne hanno bisogno, nessun bisogno di definizione. Il mio bisogno è semplicemente quello di cristallizzare le sensazioni. Ho paura di addormentarmi e svegliarmi in un mondo dove il mio bimbo ha un tatuaggio in fronte, ascolta musica di merda e mi ignora.
Per questo, solo per questo, vorrei ricordarmi questa mattina. 
La pioggia contro i vetri. 
Il silenzio. 
I miagolii di nico che ha imparato a farsi la colazione self service e a sganciare il reggiseno per abbeverarsi senza nemmeno svegliarmi. 
Mangia con tutto il corpo, rannicchiato, caldo e profumoso, si aggancia con manine, piedini e bocca e mugugna soddisfatto, ancora un po' addormentato, tutto soffice con quei rotolini inaffrontabili. 
Sale il padre coinquilino che non si stanca di propormi di bere il caffè insieme, nonostante io rifiuti tutte le volte. Nico interrompe l'impegnatissima colazione per salutarlo con enormi sorrisi, gridolini e un piccolo discorsetto di bababa-mamama-aeee. Io poi mi metto il mio bimbolozzolo sulle ginocchia e constato nuovamente che è più del doppio di qualche mese fa, anche se più piccolo e più magro dei bambini della sua età. Di nuovo ripenso al fatto che questo qua è uscito dal mio apparato genitale e avverto ancora un gran mal di pheega al pensiero. Di nuovo ripenso al parto, a come pensavo fosse morto, alla pediatra che, dopo averlo visitato mi dice "eeh madre fumatrice" e mi pento di non averle detto "ma crepa, testa di cazzo" che mi hanno tenuta lì per dei giorni a soffrire come una cagna pur di non praticare un cesareo, mangia particole di merda. Sono passati più di otto mesi e ancora non riesco a superare questo senso di ingiustizia che mi piomba addosso ogni volta che ripenso al parto, ogni volta che penso a come siamo stati entrambi fortunati, perché abbiamo oggettivamente rischiato la vita e nico poteva venir fuori scemo o svergolo o entrambe le cose. Comunque, poi lo guardo e non sembra svergolo, scemo può ancora diventarlo, ma quella sarà una mia responsabilità. 
Procedo con una serie di coccoline al mio cosino, respiro profondamente e penso a quanto sono fortunata a vivere in un posto dove posso essere pagata per stare nel letto con mio figlio. Penso a quanto sono fortunata a non avere una guerra intorno a me, penso che per fortuna posso permettermi di dargli da mangiare, coprirlo dal freddo, portarlo in posti belli. Sono tutti pensieri banali e solo qualche tempo fa mi avrebbero fatto venire il latte alle ginocchia. Ma è proprio proprio vero che lo si riesce a capire a pieno, solo quando ci si immerge. Quando si capisce la fragilità della vita che si ha tra le mani, che non ha chiesto di esistere e che ha diritto ad un'infanzia priva di abusi, traumi e carenze alimentari. 
Faccio tutti questi pensieri così materni e così scontati, mentre cambio, lavo, asciugo, incremo, mordicchio, solletico e tormento il fanciullino.

Metto su gli Strokes.

Facciamo colazione. Io con cereali e latte, lui con melone e farina di grano saraceno. Va in scena il solito calvario delle mani nel piatto, la sbobba che viene spalmata su faccia, capelli e vestiti di entrambi. Sorridenti bestemmie della madre. Sorridenti bababa-mamama-aeee di nico (probabilmente sono bestemmie anche le sue, ma non lo sapremo mai).

Altro pisolino, la giostrina che canta una canzone georgiana, io che mi sbrodolo mentre piego mussoline e body, Nico che se la guarda per un po', poi comincia a reclamare le attenzioni della sua serva. Non so proprio come fare a smettere ad allattarlo: sembra l'unico modo per farlo dormire. Oltre a quello di portarlo in giro sui bolognini, ma sotto la pioggia mi diventa un po' incasinante...
Quindi, altro piccolo richiamino di latte e pisolino.
Io nel mentre mi sono guadagnata i miei dignitosissimi 20 euro per una traduzione. 
E ora vedo dei movimenti nel lettino.
Così
questo è un cristallo che mi vorrei tenere per sempre.
Ci sono un miliardo di cose che non vanno bene, ma sono così felice che a volte me ne dimentico.

lunedì 27 giugno 2022

68

Oggi è il giorno in cui mia mamma soleva preparare una grande torta con fragole fresche.

Era il giorno in cui si chiamava la Bulgaria e ci mettevamo ad urlare tutti insieme, senza ascoltarci, senza sentirci, ridendo di noi stessi, e brindando con vino freddo. 

La più squillante delle ragazze, la più irriverente del clan, oggi avrebbe compiuto 68 anni e avrebbe risposto al telefono tossendo e battendo le traduzioni con una mano sul suo scassato computer. Avrebbe spietatamente stroncato tutti i nostri auguri, invitandoci ad infilarli nei rispettivi ani e di darle finalmente dei nipoti, invece di cazzeggiare. 

Dove sei adesso che dovresti rompermi le palle da mattina a sera, agitandoti come un gabbiano affamato per ogni minchiata riguardante il bambino? Ti sembra giusto non esserci? Ti sembra giusto lasciarci soli? Chi ci sdrammatizza? Chi ci interrompe gracchiando? Chi ci insulta? Come faccio io a moltiplicarmi, se tu non sei lì a spiegarmela? Passano i mesi, gli anni, eppure io non riesco ancora a capire perché si debbano perdere le persone che servono per acquisirne di inutili. 

Vuoto.

Mi manca la casa.

Mi manca l'odore delle lunghe tende beige, dietro le quali mi piaceva nascondermi da piccola e immaginare di essere invisibile, mentre la casa si riempiva di voci di donne.

Mi manca vedere la casa dal basso, con sguardo di bambina, dove tutte le persone che amo erano vive, giovani e forti. 

Sembra di essere una gallina spennata. 

Senza forze.

Mi mancano le persone che sapevano darmi forza. 

Non voglio diventare grande.


giovedì 9 giugno 2022

occupazione russa everywhere

Tutti, o quasi, mi ridevano in faccia, domandandomi che cazzo di senso abbia andare a fare il ponte in un posto che posso raggiungere in un'ora di macchina, un posto, tra l'altro, da nonnetti, senza nessun tipo di attrazione, tranne quattro pini e qualche casupola.

E più mi ridevano e più io m'impuntavo. 

Armo il mio canarino con un serbatoio pieno d'oro nero e parto.

Ho prenotato e cancellato la prenotazione 3 volte prima di riuscire ad arrivarci. 
Avevo ormai una fitta corrispondenza con l'hotel e mi sembrava quasi un dovere andarci.

Sbarco quindi nella località di F e l'albergo mi accoglie con la scritta CUCINA ANCHE RUSSA... e già sto male e mi domando per quale motivo poteva sembrarmi un dovere andare in un posto del genere.
Penso anche che "audaci i gestori, minchiadigesubambino!"
Penso anche che, probabilmente, il gestore è un morto di figa a cui una qualche scadente matrioska (perché quelle belle di certo non finiscono nella località di F.) ha fatto vedere un pezzettino di organo riproduttivo ed ora si sente in dovere di perorare il putinismo. 
Ho i coglioni in giostra, ma ormai sono lì, ho prenotato, sono stanca, ho bisogno di un bagno, ho bisogno di cibare il mio piccolo parassita e, soprattutto, non posso tornare sui miei passi girando i tacchi e dichiarando il mio disappunto a tutti coloro che mi ridevano in faccia. 

Entro e scopro che la realtà supera la mia malvagia fantasia: l'albergo non è di un coglione filorusso, l'albergo è di proprietà di russi
Una georgiana russofoba, va a farsi un ponte nello sperduto paesino di F. e capita in un albergo di russi.
Mi sembra un ottimo incipit per un noir. 
Mando giù il grumo di merda che mi si è inevitabilmente formato in gola e decido di coesistere con questa situazione surreale... tant'è che il proprietario comincia a fare il lumacone con me.
Deduco quindi che anche da piena si può rimorchiare. La cosa mi fa decisamente ribrezzo, ma i fatti bisogna pur constatarli. Il padre di mio figlio sostiene che devo aver fatto pena al gestore: povera, piccola, sola e incinta, così ha incluso nel pacchetto un po' di flirt per farmi sentire a mio agio. Dubito che un uomo eterosessuale possa disporre di tanta sottigliezza (tranne chiaramente il padre di mio figlio che non perde occasione per farmi sentire come una confezione ammaccata di pelati scontati al discount). 
Il gestore, chiamiamolo Tovarish E, si atteggia un po' da bohémien, con gesti scenici, tutto sorrisi, gentilezza e sguardi languidi. Ci tiene molto a sottolineare che è lui il proprietario della baracca, probabilmente per impressionarmi. Mi costa una fatica infinita cercare di nascondere il mio naturale odio arricchito di schifo per questo suo appiccicoso flirt da romanticone dannato. Sorrido educatamente, taglio le frasi e cerco di minimizzare il contatto. 

Devo però dar da mangiare al botolo. 
Mi siedo.
Decido di fare un passo verso il pacifismo ed esplorare la cucina ANCHE RUSSA.
La proposta gourmet comprende un unico piatto, i pelmeni, che tra l'altro non sono nemmeno russi ma ucraini di origine. Molto presto, scopriremo che anche il vino l'hanno inventato loro. 
I pelmeni sono dei raviolini di pasta sottile ripieni di carne macinata con cipolle ed erbette. Si servono con pepe nero e panna acida in dei piccoli vasetti di terracotta. 
Considerando però che mi trovo in questo albergo con ambizioni raffinate, mi portano i pelmeni su di uno stretto piattino rettangolare, molto fusion e scomodo come un tacco a spillo sullo sterrato. Chiedo di avere del pepe nero, al che Tovarish E mi guarda con quel suo sguardo umido, posizionandosi di tre quarti per maggiore effetto scenico e mi domanda: "o forse un po' di curry?". Ma povero stronzo! Chemminchia c'entra il curry (che probabilmente è una spezia considerata tipicamente russa) con i pelmeni e la panna acida, per l'amor di Cristo? Spalanco i miei grandi occhi e con un sorriso di plastica insisto per avere del pepe nero. Impegnati un po' di più per impressionarmi con proposte esotiche, coglione!

Ora mi propone del vino da accompagnare alla cena. 
Sorrido in silenzio, dando stupidamente per scontato che sia logico non ubriacarsi in gravidanza. 
Abbassa lo sguardo sul loft che si è fatto mio figlio dentro di me, ritorna a penetrarmi con lo sguardo, uscendosene con: "da quando sono arrivato in Italia, ho scoperto che qua le donne bevono tranquillamente anche in gravidanza". Respiro profondamente, ributto indietro nella memoria le mostruose percentuali di sindrome da feto alcolico che arrivavano dagli orfanotrofi russi. Sorrido educatamente e accetto un calice di vino, perché se non avessi bevuto in quel momento, probabilmente avrei dovuto passare all'autolesionismo per sfogare lo sgomento.  QUA! QUA LE DONNE BEVONO TRANQUILLAMENTE! Ma io ti prendo a scarpate in bocca! Non che abbia particolarmente a cuore la moralità delle italiane, per l'amor dell'ostia, ma un così palese rovesciamento dei fatti mi massacra. D'altronde, niente di nuovo: i russi devono averla nel sangue questa capacità di commettere crimini e poi accusarne gli altri. 


Incasso.
Nutro il figlio.
Mi concedo un bicchiere di vino.
Mi ficco sotto la doccia calda. 
Faccio degli esercizi di respirazione nel letto.
Medito. 

Sono riuscita a portarmi a casa i miei quattro giorni senza sclerare. 
Sono riuscita, anzi, a prendermi gioco della situazione.
Mi sono sentita molto adulta.

Adulta, ma rincoglionita. 

Il giorno dopo la partenza, Tovarish E mi telefona comunicandomi che ho lasciato delle mutande in un cassetto.

Voglio sprofondare.

Lo dice con quel suo languido tono di voce, facendomi intendere che ha captato il messaggio. Che poi, fossero chissà che mutande, ma sono dei triangoli di cotone nero. L'unico messaggio che potevano contenere poteva essere tipo "fatti un giro da Intimissimi, perdio". 

Mi propone di vederci a valle per passarmi il prezioso souvenir. 

Vorrei dirgli di buttare via le mutande e cancellare il mio numero, ma visto che sono adulta e superiore a queste sciocchezze, declino educatamente l'invito e gli prometto di andare su io a bere un caffè, prima o poi...

Chiudo e vado in bagno a lavarmi la faccia.

Devo imparare a debellare questo ribrezzo dalla mia personalità, dovrei provare ad incanalare la cosa su un'aracnofobia o qualcosa di simile. 
Vivrei sicuramente meglio.





martedì 31 maggio 2022

Spalanchiamo le porte a nuovi sensi di colpa!


irresponsabile

incosciente

stupida

ti comporti come se fosse il settimo figlio

ti comporti come se non l'avessi sognato per anni

ti comporti come se non stessi aspettando un figlio

non c'è bisogno di fare la figa 


La verità è che non ho mai sopportato le tipe che fanno della propria gravidanza il centro del mondo. 

E' vero, spesso sono molto stanca, ma mi vergogno a fare i pisolini, perché sembra di essere una fannullona. 

E' vero, faccio molta fatica a lavorare e passare ore in macchina, ma non smetto perché non posso permettermelo e non voglio pesare su chi mi sta intorno.

E' vero, spesso mangio meno di quello che dovrei e spesso mangio cose che non fanno bene, perché non ho tempo o energie per prepararmi i pasti.

E' vero, anch'io pensavo che quando sarei finalmente rimasta incinta, tutta la mia vita sarebbe stata concentrata sul cosino, ma non è andata così. La mia vita è stata oggetto di un rovesciamento completo, un po' per questo lieto evento, un po' per il cambio del lavoro, un po' per la mia vita privata andata affanculo, un po' perché sono rimasta di nuovo senza una casa. Se fossi rimasta incinta in una situazione leggermente più equilibrata, forse mi sarei concentrata un po' di più sulla maternità. Forse è perché sono sempre stata bene e il mio cosino non mi ha mai dato nessun fastidio, tranne succhiarmi le energie, quindi non ho mai avuto paura, paranoie o disturbi fisici e quindi lo cago meno anche per questo.

Non lo so.

E' inutile stare qua a giustificarmi.

Passo anche 14 ore fuori casa senza mai riposare, mangio di merda, nei primi mesi ho saltuariamente fumato e bevuto, non ascolto Mozart su base quotidiana, non faccio attività fisica, non passeggio, non mi massaggio il perineo, non uso creme anti smagliature, non sempre bevo sufficiente acqua, dormo poco e mi appoggio pure sui water nei bagni pubblici (ormai l'equilibrio si è fottuto) senza disinfettarli preventivamente.

Non è una cosa di cui mi vanto, so bene che è sbagliato, ma, purtroppo, non ho mai messo me stessa prima del resto e, per il momento, non riesco a capire che non si tratta più di me, ma del mio cosino tutto tondo e che facendo un torto a me stessa, sto facendo un torto a lui.

Non sono stata cresciuta per diventare una principessa e non so comportarmi come tale. Ho sempre pensato fosse una cosa positiva, ma ora penso che l'egoismo sia molto più sano di questo mio non voler mai dare fastidio e non voler chiedere aiuto. 

Nel dubbio, ho fatto spazio per un altro scompartimento di mea culpa, adelante!

martedì 10 maggio 2022

superare l'imbarazzo

situazione:

ora di pranzo, fame colossale.

Ho il mio zainetto con dentro il mio contenitorino con dentro del pollo che sto mangiando da 5 giorni ormai.

All'ora di pranzo, generalmente, il mio ufficio si svuota e io resto in perfetta solitudine a guardare propaganda live del venerdì precedente (ormai è come una serie, una puntata di Propaganda mi dura una settimana di pause pranzo). Idillio + possibilità di uscire mezz'ora in anticipo + risparmio materiale e spirituale nell'evitare i pranzi con i colleghi che mi svuotano tasche e spirito. 

oggi: l'archistar milanese, con un culo che cerco di non guardare perché non vorrei che, per errore, questa terribile visione attraversasse la placenta ed arrivasse all'ancora troppo fragile psiche di mio figlio (ché, lasciatemelo dire e insultatemi per il body shaming, ma cazzo: la sartoria seriale di cui il mondo occidentale è ampiamente fornito, permette di nascondere o mimetizzare o quanto meno non sottolineare certe parti del corpo che renderebbero tristi i cultori del bello di qualsiasi epoca ed appartenenza. Quel culo largo, basso e piatto che ti fa venire voglia di cavarti gli occhi, per non vedere), resta inchiodata alla sua scrivania in attesa di un altro suo simile con cui aveva un "working lunch" e che, da uomo non soggetto ai manierismi del sessismo e buona educazione, arriva con un'ora di ritardo. Io, nel mentre, sto disintegrandomi le pareti intestinali per la fame e l'angoscia di non dar da mangiare al botolo. 

Dilemma: io odio mangiare di fronte a persone che non mangiano. Soprattutto se si tratta di pollo al forno per il quale manco mi sono portata le posate, sapendo che avrei inscenato il little Neanderthal a Trevenz. Non posso proporle di condividere il pranzo per ovvie ragioni, ma non posso nemmeno non mangiare e non ho più il tempo di prendere la macchina e appartarmi in un campo vicino in compagnia di nutrie autoctone. Tra 20 minuti arriva una mia riunione, lunga e noiosa, durante la quale mi sarà estremamente difficile consumare il mio pollo di 5 giorni fa. 

Devasto morale.

Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, mi guardo allo specchio e mi dico: sei una madre ora, sei responsabile della corretta crescita di tuo figlio che stai già comunque compromettendo, dandogli da mangiare solo pollo per giorni, se poi lo privi anche di quello, sta certa che uscirà un piccolo nigga incazzato e con un'atavica voglia di pollo fritto. 

Torno.

Metto le cuffie.

Attacco Propoganda.

Mangio il pollo.

Con le mani.

Io!

La piccola, fragile e tenera panzerotta, afferro il pollo con le mani e lo divoro senza battere ciglio, aiutandomi con le dita ad estrarre le fibre dalle fughe tra i denti. 

E' proprio vero che la maternità ci cambia, perdincibacco. Solo che, nel mio caso, è evidente che il cambiamento è decisamente peggiorativo.

amen. 

mercoledì 27 aprile 2022

high on hormones and chocolate.

La somiglianza tra la fame chimica e la gravidanza mi fa sentire su un terreno rassicurante e familiare. 

Coltivo con allegria e disinvoltura il mio succoso strato lipidico.


D'altronde, è l'unica gioia carnale rimastami. 


martedì 15 marzo 2016

Le 7 regole del convivio in Georgia


La Georgia è: vino e spiedo, eloquenza ed ospitalità. Desideri capire una persona? Mettiti a tavola con questa. Siamo andati a Tbilisi, ci siamo seduti a tavola con il tamada ed abbiamo accertato che i georgiani conoscono un modo per fermare il tempo ed allungare sensibilmente la vita.

                                Foto: Razhden Gamezardashvili


Il convivio georgiano è un rituale mistico, nato nell'amore. La parola chiave qua è proprio “l’amore”. La natura trasuda amore, l'aria è impregnata d’amore, lo spazio è carico d’amore. Si percepisce l’amore in ogni brindisi pronunciato durante il convivio. Nel modo in cui il tamada Luarsab Togonidze muove delicatamente il bicchiere tra le mani prima di fare un sorso. Nel modo in cui guarda la moglie Nino, la quale gli ha regalato cinque figli.

Il tamada Luarsab Togonidze soppesa ogni parola. A proposito, il brindisi al tamada, fatto durante il convivio, si considera l’ultimo. Successivamente tutti se ne vanno o scelgono un nuovo tamada.


Luarsab è un montanaro barbuto e possente, sui due metri. Sua moglie Nino è una mora minuta. “Ho incontrato Nino nel 1997. Naturalmente durante un convivio al matrimonio di un amico in comune”.
A Tbilisi, Luarsab è un personaggio leggendario. E non solo grazie ai brindisi… in realtà non esiste la professione del “tamada”. Il convivio celebrativo viene condotto per vocazione o su richiesta degli organizzatori. Ovviamente a titolo gratuito. L’attività principale di Togonidze è confezionamento e commercio di costumi nazionali, con i modelli restaurati in base alle esposizioni dei musei e vecchie fotografie. Inoltre, Luarsab interpreta splendidamente le litanie ecclesiastiche ed è proprietario di diversi ristoranti. Ha quindi sufficiente conoscenza ed esperienza da condividere con il prossimo. Naturalmente, a tavola.



A detta di Luarsab, nell'atmosfera del convivio è presente una magia invisibile, creata dal buon vino e dalla buona compagnia, che permette all'uomo di aprire il cuore. Tra le persone riunite deve regnare amore e amicizia, altrimenti la festa è impossibile, per quanto possa essere bravo il tamada. Perciò, ogni brindisi termina con un generale esclamazione “Gaumargios!” – augurio di vittoria a tutti i presenti. Intorno alla tavola georgiana tutti sono equi, come di fronte a Dio. È per Lui che si pronuncia il primo brindisi. Sempre

AllAltissimo


“Quando il Signore stava distribuendo le terre tra gli uomini, i georgiani si stavano godendo una tavola imbastita, bevendo vino e mangiando carne allo spiedo. Non avevano tempo per partecipare alla frenesia generale. Quando la distribuzione è terminata, i georgiani si sono trovati senza il loro pezzo di terra e il Signore ha deciso di dare loro il giardino che aveva riservato per Sé”  dice Luarsab Togonidze con voce orgogliosa.

Ogni tamada ha una struttura chiara ed universale dei discorsi celebrativi. Il vero tamada però deve saper apportare al brindisi qualcosa di personale, appartenente alla sua esperienza, metterci il suo amore. Luarsab, come la maggior parte dei suoi connazionali, ha un rapporto speciale con Dio.

“I miei parenti lodavano il Signore a tavola anche ai tempi sovietici, quando la religione era perseguitata. Il convivio storicamente è la continuazione della funzione religiosa, mentre il vino simboleggia il sangue di Cristo. Per noi è una bevanda sacra. Il vino non si beve per ubriacarsi. Tra i georgiani l’ebbrezza è considerata una vergogna! Il vino ci permette di toccare le nostre rinomate tradizioni. Gaumargios!”


IL FAMOSO VIAGGIATORE

Alexandre Dumas. Caucaso
...Alla nostra sinistra v’era la Kakhetia – questo giardino del Caucaso, questo vigneto della Georgia, dove producono un vino che rivaleggia con quello di Kizlar e potrebbe rivaleggiare con quello francese, se i nativi sapessero produrlo e soprattutto conservarlo come si deve. Lo versano in otri di capra o bufalo e dopo un certo periodo di tempo questi donano al vino un sapore particolare, apprezzato, dicono, dagli intenditori, ma disgustoso a parer mio. Il vino che non viene versato negli otri di capra e bufalo, viene distribuito in enormi anfore di terracotta, che vengono sotterrati, proprio come gli arabi sotterrano il pane di frumento, in una sorta di buche delle biade. Qua ricordano ancora come sotto i piedi del dragone russo è crollata la terra e, caduto sull'otre di terracotta, è annegato come Clarence nella botte di malvasia...




Alleternità


Esiste una leggenda sugli emigranti georgiani che sono rimasti a lungo in un ristorante parigino. Gli ospiti si succedevano e alcuni di loro, prima di andare via, chiedevano ai camerieri l'identità di queste persone. I camerieri rispondevano “Ah, sono i georgiani, ora loro non hanno la percezione del tempo…” Effettivamente, per un convivio georgiano non esiste il concetto del tempo! Quando ci sediamo a tavola, le lancette degli orologi si fermano.

Durante un convivio georgiano sono sempre presenti coloro che “ci hanno lasciato”. È per questo che qua, ricordano i defunti (brindisi indispensabile, indipendentemente dal motivo dell’incontro), si usa far tintinnare i calici: perché loro sono vivi, finché c’è chi li ricorda e li ama. Alla fine tutti  si incontreranno prima o poi e, sicuramente, si metteranno a tavola.
“Ho avuto più di una volta una sensazione metafisica – dice Luarsab – stai seduto a tavola per sette-otto ore senza rendertene conto. I brindisi, i canti, l’energia incantano, ipnotizzano. È paradossale, perché sei conscio del fatto che la vita è molto breve... Beviamo per coloro che non ci sono più, perché con la loro dipartita anche tu, inevitabilmente, diminuisci. Gaumargios!…"

  La Georgia si è convertita al cristianesimo all’inizio del IV secolo. La Vergine Maria è considerata la Protettrice del paese.


Alla generosità della terra


“…Ma la terra sa rendere, allo stesso modo in cui toglie. Soprattutto una terra fertile come in Kakhetia! (Questa regione all’occidente della Georgia, famosa per la sua antica storia vitivinicola, è spesso chiamata il Bordeaux del Caucaso n.d.r.)  Una volta, con un amico, stavamo parlando sul perché di così pochi uomini famosi originari della Kakhetia e siamo giunti alla conclusione che la terra qua regala ai nativi ogni ricchezza in abbondanza, per questo nessuno si affanna per spostarsi nella capitale, nessuno si fa in quattro per raggiungere qualcosa e distinguersi. Credo che i vinaioli confermeranno le mie parole.

Per mantenere una comunicazione dinamica a tavola, il tamada sceglie spesso qualcuno per un alaverdi – la continuazione del brindisi iniziato. La persona che riceve la staffetta sviluppa il tema precedente. Questo non è un compito difficile per l’amico di Togonidze, il vinaiolo Iago Bitarishvili, produttore di vino secondo le antiche tradizioni.
“Non mi considero un vinaiolo. Semplicemente aiuto la natura a generare il vino! La natura non si può ingannare. Un mio amico, quando studiava a Mosca ancora ai tempi sovietici, andava a raccogliere le patate. Il loro lavoro veniva ritirato da un vecchio quasi cieco, così raccoglievano un solo sacco di patate e lo porgevano al vecchio a turno, mentre lui annuiva soddisfatto... lo racconto per dire che si possono ingannare sia l’uomo che il sistema, ma non la terra... da noi si dice: “un uomo cattivo non farà un buon vino”. La qualità del vino è un test di umanità." 

 



Il tradizionale pane georgiano shoti  si cuoce in forni tondi costruiti con mattoni ignifughi. Esiste una credenza, per cui il pane ama quando si canta mentre si impasta. Solo così viene croccante e fragrante.


L’uva raccolta viene lavorata nel marani – un locale apposito. Inizialmente i grappoli si pigiano con i piedi nel satsnakheli -  una pressa scanalata in un tronco massiccio di legno di conifere. Questo è il metodo più  delicato perché lascia intatti i semi d’uva, permettendo di escludere l’indesiderato sapore amaro nel vino. Il succo spremuto nella pressa viene versato nei qvevri - recipienti ovoidali sotterrati  con capienza fino a 2000 litri, per fermentazione, invecchiamento e successiva conservazione. Il posizionamento del qvevri permette di raggiungere una temperatura stabile di 14° C: ottimale per la conservazione di prodotti alcolici. In tante famiglie georgiane, si fa tutt’ora il vino con questo metodo antico. Con l’uva di un raccolto, Iago produce circa 1200 bottiglie, le quali sono dirette in piccole enoteche europee, statunitensi ed anche giapponesi. A proposito, l’esportazione del vino georgiano in Europa è iniziata, a detta di Luarsab, nel XIX secolo circa.  
“Ai tempi iniziarono ad esportare i vini di Mukhrani in Francia. Inizialmente non erano molto popolari presso i ristoratori del posto. Allora il principe Bagration di Mukhrani ha inventato un trucco: studenti georgiani vestiti di tutto punto andavano nei ristoranti e con denaro inviato dal governo facevano lussuose ordinazioni chiedendo di servire vini di Mukhrani. Quando venivano a sapere dai camerieri che i vini non facevano parte della cantina, i misteriosi ospiti pagavano e, senza aver toccato le pietanze, se ne andavano con una scenata d’effetto. È stato così che i ristoratori hanno dovuto ampliare la loro carta di vini. Beviamo dunque alla generosità della nostra terra! Gaumargios!"
 

Prendere il toro per le corna

È raro incontrare una così vasta varietà di artefatti per bere come in Georgia

 1. ASARPESHI — coppe basse e tonde con lungo manico piatto, nella forma ricordano il mestolo.



2. KULA — recipiente chiuso in legno con collo lungo e basso. Durante l’uso batte come un tamburello. Si pensa che gli uomini georgiani si caricassero prima delle battaglie grazie ai kula.



  

3. AKVANI — recipiente a forma di culla in ceramica, contiene circa mezzo litro. Con questo vaso si beve alla nascita di un bambino.









  

4. KARKARA — recipiente metallico sferico dal collo ricurvo consistente di tre tubi attorcigliati.











 

5. CINCILA — piccola brocca contenente circa un calice di vino. 










 6. KANTSI — corna di varie dimensioni, generalmente decorate con applicazioni in argento. Il più grande viene di solito fatto girare intorno alla tavolata. 




  
7. TASI— coppa semisferica senza manici.







Agli ospiti
“In Georgia esiste una tradizione: durante il convivio si fa sempre una riserva per ospiti casuali: noi aspettiamo sempre amici nuovi! È vero, non tutti venivano da noi con il cuore aperto e buone intenzioni… ma questo non ha mai cambiato il nostro approccio agli sconosciuti.” 



 Dai georgiani si usa bere fino in fondo “Al Signore”, “Alla Patria”, “A chi non è più con noi”. Nel resto dei casi si può semplicemente fare un sorso e rimettere il calice sul tavolo. 



Ogni ospite è una festa per i padroni di casa. Si affrettano a mettere in tavola il meglio che hanno. Dopo il lobio (fagioli in salsa di noci), sazivi (pollo in brodo di noci) e khachapuri (focaccia con formaggio) appaiono i kebab (roll di carne macinata con spezie ed erbe fresche) avvolti nei lavash (pane sottilissimo), carne cotta su carbone, gli scottanti khinkali (grossi ravioli con carne speziata ed erbe fresche), i fumanti dolma (involtini di carne macinata in foglie di vite). Si espone il vino. Tanto vino. E ogni vino dispone di un carattere individuale. I georgiani lo assaggiano ed attendono che faccia effetto. Dopo tre calici se ne può comprendere l’intensità.
 Un amico russo di Luarsab, essendo in visita a Tbilisi, è entrato in casa di georgiani: gli avevano chiesto di riparare il televisore. Nel mentre, la moglie del padrone di casa ha iniziato ad apparecchiare la tavola. Presto hanno iniziato ad arrivare i vicini di casa che hanno saputo dell’ospite. Alla fine sono stati a tavola tutta la notte e il televisore non è nemmeno stato riparato.
“Abbiamo una credenza straordinaria: il tempo che si passa comunicando con gli ospiti, non viene calcolato nel conto della vita. In questo modo, ogni ospite è prezioso, perché senza saperlo ci prolunga la vita! Gaumargios!”



Ai figli

“La nostra vita è prolungata anche dai figli. Secondo la saggezza popolare georgiana, la vera scuola per i bambini è la loro famiglia! La cosa più importante è che gli “insegnanti” siano buoni, severi e giusti, mentre le “lezioni” diventino una festa.”

Un bravo tamada è un perfetto oratore, capace di sentire e trattenere il pubblico, conosce la giusta misura nel canto, nella burla e nelle disquisizioni filosofiche. Il suo compito è creare uno spirito di unità nella compagnia. Non è una cosa facile da imparare. Si diventa tamada un poco alla volta, assorbendo a tavola la saggezza dei grandi fin dalla tenera età ed imparando a comprendere il vino.

“Durante il convivio di famiglia i bambini possono vedere tutti i parenti. Tutte le cose più importanti le apprendiamo a tavola. Avevo circa quattro anni quando ho assaggiato il vino per la prima volta, facendo il mio primo piccolo sorso. Grazie a questo gesto mi sentivo parte della famiglia. I parenti mi hanno sempre trattato alla pari e mi hanno sempre ascoltato come se fossi uno di loro. Riflettevamo insieme: convivio significa sempre dialogo. Uno può esprimere la propria opinione, senza però provocare un litigio. Ci troviamo tutt’ora nella casa di mio padre nella gioia e nel dolore e il vino ci aiuta a risolvere i problemi, toglie lo stress, addolcisce il cuore. In Occidente, gli psicoanalisti inventano terapie di gruppo e diversi altri metodi, mentre a noi tutto questo non serve. Tutti i problemi si risolvono in famiglia a tavola! Mio figlio ha cinque anni, è tutto suo padre: vuole sempre pronunciare discorsi. Sono i nostri figli a dover continuare le tradizioni del convivio georgiano, della nostra terra. Gaumargios!” 


La patria del famoso vitigno “Saperavi” è la valle di Alasani, una regione unica della Kakhetia con condizioni naturali uniche

Alle madri

“Abbiamo dovuto combattere molto, tanti uomini cadevano in battaglia. È per questo che la donna in Georgia è considerata la personificazione della forza sacra, della vita stessa, della sua continuazione…
Ad esempio, io ho la laurea in economia ed alcuni ristoranti, ma sia gli affari che la famiglia stanno in piedi grazie a Nino! Tutto questo esiste solo grazie alla sua energia smoderata!
L’insulto peggiore per un georgiano è la mancanza di rispetto nei confronti di sua madre. Tutti i bambini crescono nell'infinita adorazione per la propria madre. Non a caso, uno dei più celebri simboli della città di Tbilisi è il monumento alla Madre Georgia, eretto sulla collina di Sololaki nel 1958, l’anno in cui la città festeggiava l'anniversario per i suoi 1500 anni.

La storia ricorda tempi in cui solo uomini potevano partecipare alle feste, o quando gli uomini e le donne si sedevano su lati opposti della tavolata. Ora, a tavola, stiamo tutti insieme. Si possono addirittura incontrare donne che presiedono la tavola, svolgendo il ruolo di tamada.

Ultimamente, tanti utilizzano i social per comunicare. Non vedono gli amici, ma solo le loro fotografie! Ma le persone devono avere un approccio fisico, c’è qualcosa di vivificante, di eterno in questo. È il nostro codice identificativo. È per questo che finché esiste la Georgia, esisteranno il vino ed esisteranno i brindisi! Gaumargios!”











Fonte: http://www.vokrugsveta.ru/article/199785/

mercoledì 9 marzo 2016

nausea sartriana


io odio quando le persone credono che io sia scema. odio i giri di parole. odio le finte. non stiamo giocando a calcio cazzo, stiamo vivendo una vita insieme, perché mi devi prendere per il culo? mi viene da vomitare. e vorrei dire, chiarire, urlare… ma se c’è una cosa che ho capito negli anni è che non serve a un cazzo. chiarirsi non serve a un cazzo. o ci si accetta o ci si manda affanculo. ho mangiato un gelato mandorla e bacio. e in fondo non c’era l’amaro. in fondo c’era il fondo. l’amaro ormai l’ho digerito, non mi stupisce più. però che schifo però.

martedì 25 agosto 2015

record!

abbiamo convissuto a strettissimo contatto per più di 6 giorni senza mai scazzare.
ho paura a dirlo ma forse la crisi è stata superata. forse per una volta il ciclo stregato si è spezzato.
abbiamo fatto sei giorni di
- concertino swing
- concertino Nina Zilli (qualità media, ma orecchiabile) in mezzo alle dolomiti
- pasta fresca fatta in casa
- gita sulla cima a 1830 m
- panini allo speck in mezzo al bosco
- caffè dalla suocera
- pranzo con la cognata
- ravioli di pesce fatti in casa
- pizza in un microscopico localino molto "barcellona"
- sin city 2
- il segreto dei suoi occhi
- libri
- lettura di internazionale
- risate
- micro aperitivetti
- sesso
- herpes
- mestruazioni
Gli ultimi due punti si sono corrisposti negli ultimi due giorni e nonostante questo siamo riusciti a non scazzare.
Sono molto orgogliosa di noi e sono molto felice di tutto questo anche se ora subentra il nuovo problema. Il problema dal nome "i suoi amici non mi sopportano più".
Ma voglio andare con ordine. Voglio godermi ora quello che abbiamo costruito in questi giorni e poi vedremo cosa fare con gli amici che ad un tratto hanno iniziato ad odiarmi.
Forse tutto questo romanticismo è finto. Forse si sta sforzando anche lui per vedere se ce la facciamo e in realtà vuole mandarmi a cagare. Forse mi ha tradita e in qualche modo cerca di rimediare.
"stamattina mi sono svegliato e sono stato lì un po' a guardarti. Avevi un profilo veramente stupendo, con un mezzo sorrisetto. Sembravi un angelo. Volevo farti una foto, ma poi ti ho baciata".

Se questo è finto vuol dire che ho a che fare con un figlio di puttana di dimensioni epiche. E se ho a che fare con un figlio di puttana di dimensioni epiche, direi che voglio rischiare il colpo. Perché si sa: a noi ragazzine mediocri piacciono i figli di puttana di dimensioni epiche.
A me piace lui. Di qualsiasi dimensione.
Cara Venere, vediamo di non smerdare tutto di nuovo, per l'amor del cazzo!