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lunedì 5 giugno 2023

05.06.2023

Alla faccia dei buoni propositi.
Non è questione di tempo, è questione che non saprei nemmeno cosa dire.
Vorrei tanto poter fissare nella memoria questa mattina, ma poi, quando mi ci metto, le parole sembrano banali. Alcune cose proprio non ne hanno bisogno, nessun bisogno di definizione. Il mio bisogno è semplicemente quello di cristallizzare le sensazioni. Ho paura di addormentarmi e svegliarmi in un mondo dove il mio bimbo ha un tatuaggio in fronte, ascolta musica di merda e mi ignora.
Per questo, solo per questo, vorrei ricordarmi questa mattina. 
La pioggia contro i vetri. 
Il silenzio. 
I miagolii di nico che ha imparato a farsi la colazione self service e a sganciare il reggiseno per abbeverarsi senza nemmeno svegliarmi. 
Mangia con tutto il corpo, rannicchiato, caldo e profumoso, si aggancia con manine, piedini e bocca e mugugna soddisfatto, ancora un po' addormentato, tutto soffice con quei rotolini inaffrontabili. 
Sale il padre coinquilino che non si stanca di propormi di bere il caffè insieme, nonostante io rifiuti tutte le volte. Nico interrompe l'impegnatissima colazione per salutarlo con enormi sorrisi, gridolini e un piccolo discorsetto di bababa-mamama-aeee. Io poi mi metto il mio bimbolozzolo sulle ginocchia e constato nuovamente che è più del doppio di qualche mese fa, anche se più piccolo e più magro dei bambini della sua età. Di nuovo ripenso al fatto che questo qua è uscito dal mio apparato genitale e avverto ancora un gran mal di pheega al pensiero. Di nuovo ripenso al parto, a come pensavo fosse morto, alla pediatra che, dopo averlo visitato mi dice "eeh madre fumatrice" e mi pento di non averle detto "ma crepa, testa di cazzo" che mi hanno tenuta lì per dei giorni a soffrire come una cagna pur di non praticare un cesareo, mangia particole di merda. Sono passati più di otto mesi e ancora non riesco a superare questo senso di ingiustizia che mi piomba addosso ogni volta che ripenso al parto, ogni volta che penso a come siamo stati entrambi fortunati, perché abbiamo oggettivamente rischiato la vita e nico poteva venir fuori scemo o svergolo o entrambe le cose. Comunque, poi lo guardo e non sembra svergolo, scemo può ancora diventarlo, ma quella sarà una mia responsabilità. 
Procedo con una serie di coccoline al mio cosino, respiro profondamente e penso a quanto sono fortunata a vivere in un posto dove posso essere pagata per stare nel letto con mio figlio. Penso a quanto sono fortunata a non avere una guerra intorno a me, penso che per fortuna posso permettermi di dargli da mangiare, coprirlo dal freddo, portarlo in posti belli. Sono tutti pensieri banali e solo qualche tempo fa mi avrebbero fatto venire il latte alle ginocchia. Ma è proprio proprio vero che lo si riesce a capire a pieno, solo quando ci si immerge. Quando si capisce la fragilità della vita che si ha tra le mani, che non ha chiesto di esistere e che ha diritto ad un'infanzia priva di abusi, traumi e carenze alimentari. 
Faccio tutti questi pensieri così materni e così scontati, mentre cambio, lavo, asciugo, incremo, mordicchio, solletico e tormento il fanciullino.

Metto su gli Strokes.

Facciamo colazione. Io con cereali e latte, lui con melone e farina di grano saraceno. Va in scena il solito calvario delle mani nel piatto, la sbobba che viene spalmata su faccia, capelli e vestiti di entrambi. Sorridenti bestemmie della madre. Sorridenti bababa-mamama-aeee di nico (probabilmente sono bestemmie anche le sue, ma non lo sapremo mai).

Altro pisolino, la giostrina che canta una canzone georgiana, io che mi sbrodolo mentre piego mussoline e body, Nico che se la guarda per un po', poi comincia a reclamare le attenzioni della sua serva. Non so proprio come fare a smettere ad allattarlo: sembra l'unico modo per farlo dormire. Oltre a quello di portarlo in giro sui bolognini, ma sotto la pioggia mi diventa un po' incasinante...
Quindi, altro piccolo richiamino di latte e pisolino.
Io nel mentre mi sono guadagnata i miei dignitosissimi 20 euro per una traduzione. 
E ora vedo dei movimenti nel lettino.
Così
questo è un cristallo che mi vorrei tenere per sempre.
Ci sono un miliardo di cose che non vanno bene, ma sono così felice che a volte me ne dimentico.

martedì 9 maggio 2023

09.05.2023

 

Ci tengo un sacco a questa cosa che io sono figa e posso fare tutto da sola.

In effetti posso fare quasi tutto da sola, ma certe volte mi domando che cazzo ho in testa.

Oggi ho deciso di andare a piedi fino a San Vito, attraversando i vigneti. Vigneti infangati. Ruote del passeggino che si bloccano. Io che cerco di liberarle dal fango con gli esili rametti di vite. Io che bestemmio. La pioggia che inizia e io che non mi sono portata nulla per coprirti. Alla fine ho dovuto farmi tre quarti di strada impennando su due ruote con te che dormivi con testa e guance a penzoloni.

Certo, nulla di tragico. È che sono stanca morta e mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi aiutasse. Ma chiedere è pari a un piatto di merda calda per me, quindi via: sputtano le poche energie a disposizione e porto in giro la mia coroncina di corna cazzute.

Non è tanto questione di indipendenza, quanto di un minimo di sale in zucca.

A me è sempre mancato, ma ora andiamo verso valori negativi.

Comunque, un’avventura al giorno per te. A fine giornata c’è sempre qualcosa di tragicomico da ricordare.

Ah e volevo anche ricordare che esattamente un anno fa ti sei mosso per la prima volta. O meglio è stata la prima volta che ti ho sentito. O almeno credo fossi tu. Era ora che ti sentissi e mi dicevano che la sensazione è simile alle bolle nella pancia, solo che io non riuscivo a capire la differenza e non sapevo mai se sbrodolarmi emozionata o stringere l’ano per non condividere i miei gas intestinali. Però ricordo bene che ero sdraiata al buio e ho sentito come una farfalla nella pancia. Mi piace pensare che eri tu, anche perché era la mia prima festa della mamma ed ero molto triste (non per la ricorrenza, per carità) e tu mi hai fatto ciao ciao e subito non ero più triste.

Ecco.

Resta comunque il dubbio che fosse solo una scoreggia…

08.05.2023

 

Tu non sei come tutti i bambini.

È probabilmente la cosa che pensa ogni madre.

Che poi, io di altri bambini non so una mazza. Il mio istinto materno esisteva in un mondo parallelo, in realtà non avevo idea di quello che fosse un bambino.

Una cosa però è certa: se alla maggior parte dei bambini piace la macchina e, addirittura, pare essere un infallibile metodo per abbatterli, a te la macchina fa cagare.

Ieri ti ho portato a Garda a fare un giro con la grande V e la piccola V e tu hai pianto come se ti stessero cavando la pelle per tutto il viaggio di andata e di ritorno. Sudato, rigato di lacrime, bestemmiante… io che già guido di merda, figurati come sto bene con un elemento di disturbo del genere. Mi concentro per non guardarti mentre guido, giusto così per scongiurare tipo un frontale, ma ogni volta arrivo a destinazione sfinita e ogni volta mi prometto che non ti porterò più in giro in macchina e poi ogni volta ci ripenso, perché non posso mica smettere di vivere solo perché tu ami cagare il cazzo. Tra l’altro, ieri la mia fabiolina ha deciso di mollare la batteria dopo nove anni di onorato servizio. Quindi, ricomponiamo il quadro: tu – sudato, disperato, bestemmiante, io sudata, disperata, bestemmiante, che andiamo in giro con aria di elementi socialmente pericolosi a supplicare se qualcuno ci dà la carica per partire. Per fortuna, avere l’aria di madre adolescente con un piccolo animaletto dai grandi occhi è di aiuto in certe situazioni. Alla fine siamo riusciti a partire, ma non per questo mi hai risparmiato le tue urla furibonde per tutto il viaggio.

In questo momento, sono in piedi che dondolo, con te impacchettato nel marsupio. Ti sei appena addormentato. Speravo che dormissi nel letto, così magari potevo farmi un micro pisolino anch’io, ma tu sei convinto di essere un piccolo canguro e preferisci dormire nel marsupio, con il bonus della mia schiena spezzata: d’altronde non c’è goduria per te se io non soffro.

Per finire la giornata, ieri è venuto quel pagliacetto di mio fratello a farti mille feste e, nonostante tu fossi bollito dopo il viaggio, hai riso un sacco lo stesso. Io adoro la tua risata. Mi si schiudono tutti i fiori dentro e sento un milione di campanellini e voglio esplodere e penso che non ci sia cosa più figa di avere un botolo come te. 

Ho la schiena in frantumi però... come la vogliamo mettere con questa cosa che appena provo a metterti giù, azioni l’inclinometro e cominci a piangere?

 


martedì 21 giugno 2022

La Tradisiòn

Correva l'anno 2016, 31 dicembre.

Il giorno dopo partivo per la Georgia.

Avevamo bidonato tutti gli inviti per festeggiare il capodanno e ci aggiravamo per Verona con un'aria di completa estraneità al generalizzato spirito capodannesco. 

In piazza Bra c'era Jerry Calà e io ero infinitamente orgogliosa del fatto che non ce ne fregasse un cazzo di feste, che ci bastavamo, che non serviva niente per essere felici.

Siamo passati in questo baretto dove andavamo spesso, quando eravamo a Verona. Ci siamo fatti un paio di grandi spritz e avevo la netta sensazione di essere completamente isolata dai rumori, dalle risate, dal freddo. Bolla. Bello. 

Torno di nuovo in questo baretto, si chiama la Tradisiòn. Mi fa ridere. Io, che ho sempre sognato di creare delle tradizioni, io che ne ho sempre avuto un disperato bisogno, io che poi arrivo ad oggi che sembro una tillandsia senza radici, senza un punto fermo. Entro. Mi appoggio. Apro il libro. Guardo esattamente quel tavolino e penso che, questa volta, ci porto un altro ragazzo, il ragazzo che ho nella pancia, anche lui nella sua bolla, anche noi isolati dal resto del mondo. Solo noi e un libro e questa perenne sensazione di vivere dietro un vetro. 

Il bar è molto bello, lo consiglio sempre a chi è in centro e vorrebbe piazzarsi in un limbo tra il locale fighetta e la delocalizzazione cinese. 

La barista è molto bella. Le ho chiesto un succo al pomodoro con tabasco rinforzato per mimetizzare l'assenza di vodka e mi sono guadagnata una giornata di gastrite acuta e defecazione infuocata. Mio figlio danzava sulle braci. Faceva caldo e io continuavo a vivere con questa sottilissima nostalgia luminosa. 

Scrivimi, quando arrivi. 



lunedì 6 giugno 2022

Ferrara di Monte Baldo

E' dai tempi del divorzio che mi prometto di fare un viaggio solitario.
Un viaggio dove mi prendo il tempo per riconnettermi con me stessa, dove non devo condividere lo spazio, il tempo, il ritmo, le preferenze. 
Il mio divorzio è stato molto doloroso (raramente un divorzio è leggero, lo so) e mi ha lasciato questo enorme bisogno di tornare a me stessa, di ricordarmi come ero io, senza questo gigantesco sentimento, di mettere le mie preferenze al primo posto, di leccarmi le ferite. 
E' passato del tempo dal divorzio, ma una serie di peripezie glocal mi avevano impedito di partire da sola. 
Ora, a poco più di quattro mesi dal parto e con le ferite ancora sanguinanti, ho pensato che bisogna farla questa cosa, perché a breve la mia vita sarà rovesciata, ammucchiata e pigiata in un'esistenza confinata tra pannolini, pappette, biberon e sorrisini sdentati. 
Sarebbe stato bello andare in Giappone.
Sarebbe stato bello andare in Messico.
Sarebbe stato bello andare in Iran.
Considerate le mie possibilità, avevo deciso che sarebbe meraviglioso andare anche a Venezia. Vedere finalmente la biblioteca degli armeni, farmi un giro approfondito del ghetto ebraico, girare senza meta, senza scazzi, fermarmi a leggere quando e dove voglio, mangiare quando voglio, dormire quando e quanto voglio. 
Venezia è sfumata. 
O meglio, l'idea del viaggio solitario è sfumata.

E fu così che mi ritrovai a Ferrara di Monte Baldo per il ponte del 2 giugno. 
Ormai accolgo con rassegnazione questa cosa che nulla, ma nulla va come avrei voluto che andasse. Ci si abitua anche alla delusione, no?
Non ricordo come ho trovato questo paesino, ma è da Pasqua che tento di andarci: ad un certo punto è diventata una questione di principio.

Non mi importa delle opinioni. 
Le genti non hanno lo stesso bordello emotivo che ho io.
Le genti non stanno passando per un infinito spettro di sfumature della merda. 
Le genti non capiscono che non voglio lanciare provocazioni, fare la diversa, tirarmela o altro. 

La verità è che sto bene solo da sola. 
Mi basto. 
E poi non sono da sola, perché ho un piccolo cucciolo di cagna che mi bussa da dentro la pancia e mi riempie il cuore di una tenerezza di cui non credevo di essere capace. 

Ho portato con me: quattro libri, un pc pieno di film piratati, della frutta preventivamente disinfettata nel bicarbonato, cuffie e un elenco di itinerari da pensionata. 

C'era un cuculo che, insieme al mio bambino, mi teneva compagnia nelle notti insonni. 

C'erano miliardi di sfumature di verde del bosco di cui mi riempivo gli occhi. Mi manca, mi manca da impazzire quella cosa che mentre bevi il caffè al bar, puoi alzare gli occhi e bere tutto quel verde con lo sguardo. Mi mancava un sacco aspirare con forza l'odore del bosco, guardare le farfalle, fissare un ruscello. 

Mi inoltravo nel bosco con i miei libri e le mie mele e mi scioglievo tra le pagine e la contemplazione del nulla, nel silenzio, nel gioco di raggi che penetrano le foglie, in una luminosa sensazione di esistere, di essere me stessa, senza nessuno, senza speranze, senza futuro, senza passato, solo il mio respiro e il mio cosino che mi fa ciao-ciao nella pancia. 

Terminavo le giornate con un bicchiere di vino rosso, sfogliando libri d'arte di cui abbondava l'albergo.

Mi infilavo nella doccia e poi nelle bianche lenzuola del mio monastico lettino singolo, chiudevo gli occhi e vedevo il verde e sorridevo al buio, abbracciavo il mio bambino e sorseggiavo lentamente la mia felicità di cinica sociopatica. 

Devo riuscire a fuggire più spesso. 
Vorrei riuscire a fuggire per sempre. 

 


lunedì 16 maggio 2022

Il sale della vita

 Si ride. Le risate salvano la mia famiglia da tempo immemore. Mi piace pensare che, anche i miei antenati si sganasciavano in Persia. Ridiamo in faccia alla morte, alle guerre, alla fame, alla nostalgia, alle assenze. Grasse, liberatorie, ciniche, taglienti risate. Ci amiamo insultandoci e prendendoci in giro. Non tutti lo capiscono. Ferisco un sacco di persone con la mia strana maniera di amarle. Non so esprimere l’affetto, se non attraverso gli insulti. Mi sento amata, quando presa per il culo e mi sento a disagio, quando mi si elogia. Siamo sempre stati parchi con la verbalizzazione. Sembra quasi di aver paura di dire “darei tutto per te”, sembra che qualcosa possa rompersi, se lo si dice. E le poche volte che si dicono cose belle, queste risultano scarne e gravi. Lo si fa solo in occasioni tragiche. Siamo una tribù di coriacei, le robe da froci non ci appartengono, eppure siamo mille volte più froci, fragili, vulnerabili e sanguinanti di quelli che sanno ammettere le proprie debolezze e i propri amori. Preferisco un morso ad un bacio. Preferisco un abbraccio al limite della frattura di costole, ad un ti amo. È sbagliato. Non deve essere così, non ne vado orgogliosa. Traggo la gente in inganno. Pensano che io non abbia bisogno di protezione, affetto e cura. Respingo l’affetto e poi ne ho un bisogno atroce. Ci vorrebbe un Nobel in strizzatura cerebrale per sciogliere i miei nodi. O forse mi sembra solo di essere complicata. Probabilmente sono semplicemente una ragazzina mediocre con dei traumi mediocri e con limitate risorse emotive per guarirli.

La mia tribù mi manca da strapparmi la carne e non sono capace di dirlo. Sono solo capace di dire “ma perché non ti anneghi nel cesso, perdio?”
Morirò senza aver detto quanto ho amato. E ho questa paura enorme di essere l’ultima a morire. La sento come una maledizione. Gesoo mi punirà per le mie spine e mi costringerà a perdere tutti, prima di chiamarmi a sé.
Il sale della vita, eh?

martedì 13 luglio 2021

luoghi da esplorare.

 


Giappone.

Dobbiamo aspettare che io prenda un passaporto.

Intanto metto via i denari.

Misha mi ha regalato un salvadanaio a forma di fungo con chiusura a coccinella. Produzione rumena.

In tre anni ho messo via 170 euro: è stato più facile prendere il passaporto sotto Salvinie.

Portogallo.

Dobbiamo proprio andarci, prova a guardare i biglietti. Ma quando hai le ferie? Non si può chiedere. Vediamo un last minute?

Berlino.

È un posto che hai sempre pensato di voler visitare.

Iran.

Andiamo a vedere dove sono nati i miei bisnonni.

Israele.

Ti sarebbe piaciuto, ma per come si comportano ora, pensare di rimpinguare le loro casse, fa girare i coglioni.

Istanbul.

Facciamo le vacanze invernali dove non fa troppo freddo. Ombrello di Pedrollo sbrindellato in otto secondi. Andiamo a bere una cosa a Capodanno? Ma le lire turche? Un chay alle mele al Guesthouse scalda comunque il cuore. Chaotic, but beautiful.

Cappadocia.

Belli i film che scelgo io.

Sarebbe da andare in Sardegna, né? Nell’entroterra.

Ma tanto, ovunque andiamo, si scatena la bufera di neve o almeno scoppia una bomba o fanno un attentato.

Ci sono ancora mille posti dove vogliamo andare, sei sicura di volere dei figli?

Con noi era bello anche Il Marinaio.

Anche il Dolo.

Anche Puccio Enza.

Anche Il Cavallino.

Anche l’Autogrill.

Anche il kebabbaro.

Con noi era bella anche San Bonifacio.

Siamo invece andati affanculo.

È comunque un posto da esplorare.

E diventa un posto bello anche la Snai senza di noi.


"adesso Joshua capiva perché a Ma-mee era piaciuto tanto quel viaggio: nella luce del tramonto, nel vento forte, l'erba di palude tremava e frustava l'aria, girandosi da una parte all'altra per catturare la luce, passando dal verde al dorato, al rosa, al colore del grano. La vegetazione fremeva piegandosi alla carezza dell'aria che dal golfo soffiava fino al lago, attraversando la stretta lingua di sabbia, erba e pini; tutto scintillava e risplendeva come il viso di Laila, gli occhi di Ma-mee, o un piccolo pitbull tarchiato dalle gambe storte mentre balza in aria - una bellezza del tutto gratuita, qualcosa che chiede di essere adorato solo per il fatto di esistere."

Jesmyn Ward

La linea del sangue

giovedì 21 gennaio 2021

lo schifo al cazzo

Non ricordo quasi nulla dell’anno scorso.

È così un po’ per tutti, immagino.

I tempi si sono dilatati e faccio una fatica bestiale a collocare un evento: non ricordo mai se era l’anno scorso o due anni fa o se magari non è mai successo.

Le uniche immagini sono quelle della scorsa estate, forse.

Una settimana di isolamento fiduciario, dove potevo permettermi il lusso di aspettare il mio ragazzo a casa.

Avevo un branco di stambecchi impazziti nello stomaco dalla felicità.

Sarà anche banale, mediocre, cliché, ma mi sbrodolavo all’idea di aspettarlo a casa per pranzo. Preparare la moka per risparmiare tempo, limonarlo pornograficamente prima che andasse via e beccarmi un suo ultimo sguardo luminoso e complice, prima che infilasse tutto quel suo corpo enorme nella macchina.

Mi viene schifo al cazzo al pensiero di quanto tempo ho passato sognando queste cose… queste stronzate tipo aspettarlo a casa, tipo avere una casa insieme, dove tutte le cose sono nostre, dove abbiamo pensato a tutto noi, dove tutto respira la nostra aria, dove avrei voluto rifugiarmi e ignorare i miei demoni. Mi viene schifo a pensare che tutto quello che per me era bellissimo, per lui era una rottura di coglioni che andava a ledere il suo approccio alla vita, dove non ci doveva essere spazio per queste sciocchezze. Non si capisce bene perché, forse solo perché tutti avevano questa cosa e lui non voleva assolutamente farne parte. Io invece non l’avevo mai avuta questa cosa di avere una casa insieme, un posto sicuro dove aspettarlo, dove mi avrebbe aspettato, dove potevo permettermi di essere libera.

e così, l’anno scorso mi ha regalato qualche giorno di finto idillio.

Un micro viaggio a Trieste che ora non saprei se definire bello o brutto. Bello e anche brutto. Ero già in ebollizione, avevo già il cervello putrefatto dalla delusione, dalla stanchezza emotiva, stavo già covando l’esplosione che sarebbe arrivata.

Una settimana di ferie, anche quella ormai avvelenata.

Eppure c’è stata, sembra passata una vita.

Eppure è l’ultima estate che abbiamo passato insieme.

Chissà come sarà la prossima.

Mi viene schifo al cazzo, quando penso che ci sarà un’estate senza…


martedì 25 ottobre 2016

il 28

“oh guarda è un 28”
“non capisco come fai ad essere così feroce e cinica su tutto e poi ti sbrodoli per delle stronzate così”
…la storia del 28 è nata così:
Non mi era mai importato molto di essere nata il 28, anzi consideravo il numero abbastanza insipido e inutile, non tondo e memorabile come potrebbe esserlo un 10 o 1 o 5 o 7 o un 03/03 o un 08/08
L’illuminazione mi è crollata addosso qualche anno fa a Lamporecchio, mentre stavamo facendo il check in al campeggio. Quando l’ho visto scrivere la data di nascita ho avuto improvvisamente la sensazione che ogni cosa avesse trovato il suo posto dentro di me. Ovvio, se fosse una persona che mi era indifferente poteva anche nascere esattamente il mio stesso giorno e alla stessa ora e comunque non me ne sarebbe fregato nulla, ma lui mi piaceva e mi sbrodolavo per qualsiasi espressione del suo essere, inaffrontabili slip bianchi compresi. Avevo solo 24 anni... sommandoli ad un’evidente immaturità emotiva e ritardo mentale mi collocavo ad un’età cerebrale effettiva di circa 17 anni. Se poi ci aggiungiamo l’endorfina, l’innamoramento e lo squilibrio ormonale che mi provocava la sua esistenza al mondo, potremmo anche in qualche modo giustificare tutto quello che è venuto dopo. E cioè:
-           Ho fatto il conto delle date di nascita. La mia somma era =28 (togliendo il 1900 iniziale), la sua anche. Poi mi sono accorta che la sua era uguale a 27 ma la cosa non mi ha minimamente turbato, perché ormai quel piccolo errore aritmetico mi aveva totalmente fuso il cervello
-           Ho stilizzato nella mia mente il 28 e sono giunta alla conclusione che l’8 è il simbolo dell’infinito che tende verso l’alto, mentre il 2 siamo noi.
-           Io e mia madre abbiamo 28 anni di differenza
-           Il mio ciclo mestruale dura 28 giorni
-           Sono andata a fare una serie di approfondite ricerche su wikipedia per scoprire che:
o    28 è un numero perfetto. È la somma dei primi cinque numeri primi, infatti 2 + 3 + 5 + 7 + 11 = 28.
o    È un numero idoneo
o    Il più lungo anello di numeri socievoli è composto da 28 elementi
o    È un numero felice
o    È un numero palindromo nel sistema di numerazione posizionale a base 3 (1001).
o    È il quarto numero magico in fisica nucleare
o    È il numero dei denti nella dentizione mista.
o    È il numero delle falangi, falangine e falangette delle dieci dita.
o    Con cadenza regolare di 28 anni, si verifica la ripetizione del calendario di un anno: i giorni delle settimane sono infatti corrispondenti.
o    Nella teoria dei bioritmi di Swoboda e Fliess, il ciclo Emotivo dura 28 giorni e influenza i sentimenti, l'umore, l'intuizione e la creatività. I giorni critici del ciclo Emotivo sono il 1º e il 14º: il primo giorno, la fase è in ascesa e perciò cresce più l'irritabilità che lo stato depressivo. Il quattordicesimo giorno, invece, la fase è in discesa verso sentimenti di incomprensione e di frustrazione. Nei due giorni, c'è una certa sollecitazione bulimica della pulsione orale.
o    È il numero delle consonanti dell'alfabeto arabo.
o    Il primo verso della Bibbia è composto da 28 lettere ebraiche
o    La cupola del Pantheon è composta da 5 ordini di 28 lacunari ciascuno
o    Nella Smorfia il numero 28 sono i seni (cosa che ho affrontato con notevole dignità, nonostante l’inadeguatezza del simbolo)
o    Nel film Donnie Darko l'universo sarebbe collassato dopo 28 giorni
E tanto altro.
Dopo aver scoperto cosa fossero i numeri felici, idonei, socievoli e i numeri magici della fisica nucleare mi sono concentrata più sull’aspetto mistico, per quanto anche la matematica e la fisica spinta abbiano del magico, ma mi risultava troppo complesso. Sono più da favolette popolari di semplice comprensione. Quindi mi sono buttata sulla mistica per scoprire quello che mi è parso di aver sempre saputo.
Le interazioni composte dai numeri vanno al di là di un mero calcolo quantitativo. 
Infatti da un punto di vista spirituale l’uno rappresenta l’unico, cioè l’unicità della divinità; il due non proviene dal raddoppiamento dell’uno, ma dalla sua divisione. Il due divide e rompe l’armonia dell’uno, e il ritorno all’unità si ha con il tre, cioè con il percorso inverso. Fatto che spiega come il tre, il 
triangolo, la triade, siano espressioni dell’unità. In tutte le tradizioni antiche i Numeri sono sacri, proprio perché permettono di comprendere l’ordine delle cose e le leggi del cosmo. 
 28 = 2 + 8 = 10 = 1 + 0 = 1; il Numero ventotto è dunque l’espressione dell’unità primordiale. Ma è anche composto di 4 x 7, apparentato alle quattro fasi della luna. 
I Numeri pari hanno una polarità femminile, quindi sono passivi e rappresentano degli stati dell’essere, mentre i Numeri dispari, con polarità maschile, sono attivi e rappresentano degli avvenimenti. 
Il Due, come diade, è l’espressione della dualità. In una visione dualistica del mondo si ha la separazione del principio materiale dal principio spirituale, e il numero Due è l’incarnazione degli opposti: maschile/femminile, giorno/notte, terra/cielo, ecc. Essendo un principio duale, indica sia il contrasto, la polarità, sia il tentativo di conciliazione. Quindi il Due può essere considerato un numero ambivalente: nella sua funzione positiva cerca di riconciliare gli opposti, per ritornare all’unione ed è indice di saggezza, come ricerca attiva di una perduta armonia, oppure ha un carattere negativo se porta alla rottura dell’unità con la netta divisione dei contrari. Il numero Due, ci porta all’interno di una differenziazione, non multipla, bensì fondata su un conflitto binario che comporta un’esclusione e una spaccatura: vero o falso, bianco o nero, ecc. La linea è la figura geometrica raffigurante il due; infatti si ha un collegamento con il simbolismo della croce nella coppia della verticale e dell’orizzontale: la linea orizzontale indica lo sviluppo materiale, mentre quella verticale l’elevazione spirituale.
Nell’Antichità il numero Due era attributo della Grande Madre Terra.
Invece per l’8 abbiamo l’infinito (come giustamente intuito dalla vostra umile serva). E l’infinito è indissolubilmente legato al Karma, alla fecondità e alla prosperità. Il numero Otto, quindi, come simbolo dell’infinito, del riflesso dello spirito nel mondo creato, dell’incommensurabile e dell’indefinibile. Dal punto di vista prettamente esoterico, il numero 8 simboleggia la Giustizia rappresentata da una bilancia con due piatti e trasposta nell’intelletto che si eleva oltre ciò che è terreno. 
L’Otto è anche il numero che simboleggia la morte, in termini di transizione e di passaggio.
La rappresentazione del numero Otto si palesa anche nell’archeologia sacra dato che l’Otto viene universalmente considerato il numero “difensore” dell’equilibrio cosmico. Nella cultura orientale, soprattutto quella legata alla religione, troviamo templi costruiti su pianta a base ottagonale, ovvero sulla figura che fa girare la ruota del centro stesso dell’universo. Sin dai tempi antichi, il numero Otto è considerato sacro nel paese del Sol Levante rappresentando una quantità immensa ma allo stesso tempo non definibile. Lo stesso territorio nipponico veniva rappresentato dal numero Otto dato che, come ben sappiamo, è costituito, oltre che dalle quattro isole maggiori, da un numero enorme di isole e isolotti.
Nella dottrina cristiana, l’ottavo giorno rappresenta la trasfigurazione e il Nuovo Testamento. Dopo i sei giorni della creazione e il settimo di riposo, l’ottavo simboleggia la resurrezione del Cristo e dell’uomo stesso annunciando quindi l’eternità. Nella filosofia orientale, l’interazione cosmica dello Yin e dello Yang realizza le cosidette “Otto forze della natura” e queste, nel loro insieme, danno forma agli otto trigrammi del bagua (o pakua) che, a loro volta, danno origine ai sessantaquattro esagrammi dell’I Ching.


Forte di tutte queste interessantissime, fondatissime e approfonditissime conoscenze, senza grossi sforzi, il mio inconscio ha trovato il suo punto di equilibrio, il centro di gravità permanente, la provenienza e la destinazione mistica che mi consacrava a questo tenero paffutello di mezza età. Da allora mi sembrava di essere positivamente perseguitata dal 28. Ogni volta che guardavo l’ora i minuti erano 28. Ogni volta che guardavo la targa di una macchina c’era di mezzo il 28. Numeri di telefono, numeri civici, numeri dei cedolini delle raccomandate, numeri al banco dei salumi, numero della pista di atterraggio, numero della tangenziale, numero dello scontrino… vedevo il 28 ovunque. Ogni 28 del mese, matematicamente mi arrivava un suo messaggio (eravamo ancora ai tempi dei sms). Ricordo perfettamente il toc-toc-toc del mio vecchio dumb phone e il cuore in gola ad ogni messaggio. Ricordo anche che quando l’anno scorso ho compiuto 28 anni ho pensato che forse anch’io e mia figlia avremmo avuto 28 anni di differenza e forse mia figlia avrebbe avuto la stessa consistenza paffutella di suo padre.
Fra due mesi i miei 28 anni sono finiti. Non c’è traccia della bambina paffutella con grandi occhi e un grande appetito. Non c’è traccia del tenero paffutello di mezza età. Il nostro 28 è stato spezzato. Forse non è mai stato vero… forse, se proprio devo per forza dare un significato simbolico sempre a tutto, posso concludere che visto che fra 2 mesi avrò finito i miei 28 anni, vorrà dire che è giunta l’ora di chiudere anche questa porta.
La magia del 28 con noi non ha funzionato.



lunedì 12 settembre 2016

felicità sintetiche


È come metadone.
Stelle – Stalle in tempo zero.
Una bella giornata ti pompa di adrenalina. Poi infili una maglietta lavata con un detersivo di cui non ti ricordavi di ricordare così bene il profumo e cadi di nuovo al punto di partenza.
Cosa cazzo stiamo facendo a noi stessi?
Quando la questione si filtra e si purifica all’essenza di quello che è, mi domando incredula di nuovo e di nuovo e di nuovo – ma cosa cazzo stiamo facendo a noi stessi?
Poi l’essenza viene diluita. Si aggiungono i principi, l’orgoglio, la cazzutaggine, i denti stretti, le scomodità e mi sembra di essere in una stanza che lentamente si sta restringendo schiacciandomi dentro.
Poi
Arriva un messaggio
Una telefonata
Una foto
E di nuovo stelle
E poi
Di nuovo stalle

Bah. 

martedì 14 giugno 2016

blessed are the damned

sogno di essere nel parco vicino a casa mia. chiusa in una stanza di vetro galleggiante sopra la piscinetta dove quando ero bambina nuotavano cigni, siringhe, lattine di birra e preservativi usati. però nel sogno è invece tutto pulito e la mia piccola stanza di vetro è insonorizzata e dentro i colori dell'acqua verde e degli alberi sono intensi. fuori dalla stanza vedo il mio ale con un'improbabile barba folta che va in giro con il mio zaino a proporre ai passanti di comprare le mie mutande (che tra l'altro sapevo essere già usate)... e sono furiosa, tra l'altro perché lui lo sa che deve venire nella stanzetta di vetro con me perché lo sto aspettando e senza di lui non posso uscirne e lui è lì che fa il coglione. 

appare del tutto inutile analizzare il sogno. è così anche nella realtà: io che aspetto l'ale che venga a tirarmi fuori dalla campana di vetro e l'ale che fa il coglione. neanche una soddisfazione di simbolismo freudiano, perdincibacco.

mi sveglio

su vozap:  messaggio della persona che ha vinto il premio viscidume 2016 con un link che in 5 righe cita Rubbia sotto il titolo "scoperta la bufala del cambiamento climatico". Ora, va bene che c'è tutta un'ala di negazionisti, ma leggere di prima mattina un articolo superficiale che dichiara (citando Rubbia) che il cambiamento climatico è stato inventato per mettere in azione una serie di costose normative ambientali sfiora anche il limite della mia angelica pazienza. non resisto e mi lancio in discussioni sull'industria, le lobby, l'innegabilità del cambiamento climatico, scagliandomi contro il negazionismo, le teorie cospirazioniste sulle scie chimiche e i video che hanno commosso il web. 

arrivo a Verona: diluvio

ombrello: lasciato in ufficio perché ieri c'era il sole (la logica è ferrea)

prendo l'autobus: becco il collega.

divago: il collega che becco periodicamente in autobus è un rumeno super carino e dolce e tenero e soprattutto molto intelligente. niente contro il rumeno. ma io la mattina, in viaggio, proprio non riesco, non posso, non tollero di dover parlare con qualcuno. è come se mi sentissi costretta: sei in un autobus, devi fare 10 minuti di viaggio e altri 5 a piedi con una persona che può anche essere la migliore al mondo, ma mi provoca disagio condividere i viaggi con qualcuno che non mi sia abbastanza intimo da permettermi di stare zitta senza per questo passare per scorbutica misantropa snob. 

becco il collega che insiste per condividere con me il suo ombrello (rotto). risultato: ho un debole getto che dolcemente mi scende dietro il collo. 

arriviamo al cancello della ditta: passo deciso e mi trovo in una pozzanghera alta circa 10 centimetri, nonché la metà della mia statura.

le scarpe mi fanno malissimo

le ovaia mi fanno malissimo

eppure.

eppure..

eppure...

basta una vecchia canzone e ho di nuovo quel paio di alette sporche e spelacchiate che battono euforiche sulla schiena. 
sono pulsante e viva in un modo travolgente. 


giovedì 5 maggio 2016

La Georgia è un altro mondo: la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte...


Nel settembre del 1899 il grande scrittore norvegese Knut Hamsun viaggiò per la prima volta nei suoi 40 anni. Si diresse nel Caucaso, attraverso la Russia. È possibile che questo fosse il suo viaggio di nozze, in quanto lo scrittore portò con sé anche la giovane moglie Bergljot Bech. Il risultato del viaggio fu il libro pubblicato nel 1903 “Viaggio nel Caucaso”.


Knut Hamsun, insieme alla compagna, arrivò a San Pietroburgo dalla Finlandia e partì la stessa sera in treno per Mosca. Il suo soggiorno fu breve anche qui: il giorno successivo, lo scrittore partì in treno per l’itinerario Mosca – Voronezh – Rostov-na-Donu – Armavir – Pyatigorsk – Vladikavkaz. Giunto nella “città-fortezza russa che possiede il Caucaso”, lo scrittore si spostò a Tiflis su una carrozza con quattro cavalli, passando in viaggio tre notti.

Ecco come descrive Knut Hamsun il suo incontro con il Monte Kazbeg: “All’improvviso, dietro una curva stretta a destra, si apre la valle e ci si para davanti, vicinissimo, il Kazbeg con i suoi ghiacci scintillanti al sole. Ci colpisce con la sua potenza – alto, terribile, silente. Siamo permeati da una sensazione irripetibile che ci stringe lo stomaco: il Kazbeg, come un essere dell’altro mondo, si innalza circondato da montagne che gli giurano fedeltà, e ci guarda. Scendo sgraziatamente dalla carrozza, la aggiro e tenendomi stretta ad essa, guardo il Kazbek. Mi gira la testa, mi sembra di essere sollevato da terra, sopra la strada, e mi trovo faccia a faccia con Dio”.
Quando si trova nel villaggio di Kobi, incantato dalla natura circostante, lo scrittore riflette su Dio e la Sua creazione. “Seduto a terra, guardo il cielo, e siccome io, a differenza di molti, non ho ancora chiarito il mio rapporto con Dio, mi immergo per un po’ nelle riflessioni su Dio e la Sua creazione. Questo mondo magico ed incatenvole, questo antico luogo di esilio dove sono capitato, si è rivelato il posto più sorprendente al mondo”.
Per tutto il viaggio, Knut Hamsun non smette di stupirsi della natura e si pone domande retoriche come: chi sta meglio? Gli europei, gli yankee od i caucasici?
La luna illumina già parecchio, anche se sono solo le cinque del pomeriggio, il sole e la luna brillano contemporaneamente dai cieli ed è abbastanza caldo. Questo mondo non somiglia a nessuno tra quelli visti prima e torno a pensare che potrei vivere qua tutta la vita. Siamo già scesi così tanto a valle che sono ricominciati i vigneti, nel bosco cresce il noce, il sole e la luna brillano contemporaneamente, sfidandosi a vicenda. La magnificenza della natura domina l’uomo; anche quelli che vivono qua ed osservano da sempre questo splendore, non smettono mai di stupirsene… un caucasico non conosce fallimenti ed ascensioni del tasso di cambio della borsa di New York, la sua vita non assomiglia alle corse dell’ippodromo, esso vive senza fretta, si nutre dei frutti della natura o della carne di montone. È concepibile sostenere che gli europei o gli yankee siano superiori ai caucasici? Dio solo lo sa: è talmente discutibile che nessuno, tranne Dio, può rispondere a questa domanda.”









Durante il viaggio, lo scrittore si concentra sui villaggi georgiani. “Ogni villaggio presenta un complesso di case fuse l’una con l’altra, erte una sopra l’altra, plasmate sul pendio”. Lo scrittore freme alla vista di rocce scoscese ed abissi senza fondo. Knut Hamsun descrisse il momento in cui, su uno dei tratti più pericolosi della strada, comparvero, di sotto terra, due pargoletti di 6 od 8 anni ed iniziarono a carolare e svoltolarsi. Con incomparabile impertinenza facevano capriole sull’orlo della strada, eseguendo una danza della morte. “Non mi restava altro che metter mano alla borsa e pagarli”.

Ci stiamo avvicinando a Tiflis. La strada costeggia il Kura. Il Kura è maestoso e sublime… in lontananza compare Tiflis: è un insieme di puntini alla rinfusa, un mondo a sé. Sopra la città pende la caligine. Eccolo, Tiflis, la città di cui scrissero molti poeti russi, la città presente in molti romanzi russi. Mi sento improvvisamente giovane, mi guardo intorno con stupore e sento quanto è forte il battito del mio cuore. Provai qualcosa di simile la prima volta che attendevo la lezione di Georg Brandes. Teneva una lezione all’università di Copenaghen. Aspettammo per un tempo infinito per strada, sotto la pioggia, affollandoci intorno al portone chiuso… ma ecco aprirsi le porte e corriamo su per le scale, per il corridoio, in aula dove mi trovo un posto. Aspettiamo ancora a lungo, l’aula si riempie, brulicando di mille voci. All’improvviso l’atmosfera si placa, lasciando spazio al regno di un silenzio di tomba. Sentì i battiti del mio cuore. Finalmente Lui salì sulla cattedra...”




Ecco quanto riferiva di Tiflis ai suoi lettori norvegesi:
La città conta cento sessantamila abitanti, di cui gli uomini sono il doppio delle donne. Qui si parlano settanta lingue… Tiflis subì il dominio di romani, persiani e turchi, ora è sotto i russi. La prosperità degli ultimi anni è dovuta alla conveniente posizione geografica: la città sorge sull’incrocio di vie commerciali che attraversano le montagne e collegano il mar Caspio con il Mar Nero, la Russia e l’Armenia. Nella città vi è un eccellente museo, teatro, raccolta di pittura, giardino botanico, fortezza… mentre sopra la città si erge il monastero di San Davit. Situato su un monte sacro per i georgiani – il Mtatsminda. Il monastero ospita la tomba di Griboedov”.


Knut Hamsun: “La città non si è rivelata molto interessante. Tornammo però in uno dei cantucci più e più volte ammirandolo infinitamente – era il quartiere asiatico. A Tiflis, c’erano negozi con vetrine a grandi specchi, tram a cavalli, teatri-varietà, dame e signori vestiti all’europea, ma nel quartiere asiatico tutto era differente: anche le strade qui non sono strade ma vicoli, passaggi incapestrati, scalette che portano da una casa all’altra, in su e in giù.

Nelle botteghe commerciano rappresentanti di ogni specie e popolo e vendevano oggetti più sorprendenti… Circondati da asini, cavalli e cani, gli artigiani lavorano per strada, i fabbri arroventano il ferro in piccoli fornelli battendolo su piccole incudini. Orefici e argentieri levigano, niellano, cesellano e incidono i loro manufatti, li decorano con turchesi ed altre pietre. I sarti confezionano lunghe palandre di feltro su macchine da cucire importate dall’Occidente… Nelle botteghe si vendono principalmente tessuti di seta, ricami, tappeti, armi e gioielli… qua e là, nelle minuscole botteghe, siedono scrivani trascrivendo su richiesta…
Scorre silenziosamente la vita del quartiere asiatico, lontana dal resto del mondo. Qui regna il silenzio, mentre tutto intorno si sente il chiasso della città mercantile, come se là fuori ci fosse l’America. È raro sentire qua una parola detta ad alta voce, raramente si sente un urlo inutile. Solo voci basse, discreti cenni con i turbanti e null’altro. Nel quartiere asiatico quasi non ci sono donne, è molto raro vedere due donne conversare con i bambini in braccio, e anche loro parlano a voce molto bassa. Gli armeni costituiscono un’eccezione nelle loro botteghe: loro lodano ad alta voce le loro armi e mentono apertamente ai compratori sia qua che in qualsiasi altro posto. Un ebreo può imbrogliare dieci greci, ma un armeno ingannerà dieci greci e dieci ebrei...”
Da Tiflis, Knut Hamsun si diresse a Baku e successivamente pianificava un viaggio in Oriente, in Persia. Una lettera di accredito francese però, che lo scrittore teneva in tasca, cambiò drasticamente i piani del viaggiatore. Presso le banche di Baku non emisero denaro dietro tale documento, dicendo di non aver mai visto prima di allora delle carte simili. Hamsun si vide costretto a tornare a Tiflis, dove le banche lavoravano con lettere di accredito francesi. Prelevato il denaro a Tiflis, decise però di partire per Batumi, sul Mar Nero, invece di andare in Persia.
Ecco, come vide lo scrittore la città portuale:

"Batum conta quaranta mila abitanti, forse pochi più. Alla vista ricorda in parte sia Tiflis che Baku – grandi edifici moderni di pietra si alternano a piccole e buffe costruzioni di pietra, rimaste dai tempi dei turchi. Le strade sono larghe, ma non lastricate, qua si cammina e si viaggia direttamente sulla sabbia. Al porto si trovano infinite navi, dai piccoli velieri, arrivati fin qui dalle città del sud o addirittura dalla Turchia, fino alle grandi navi da passeggeri europee provenienti da Alessandria o Marsiglia…

La vita di Batum è in qualche modo simile alla vita degli stati a sud degli Stati Uniti. Il ristorante, gli alberghi sono frequentati da un pubblico vestito all’europea, in seta e diamanti. Ordinano piatti raffinati e bevono champagne… Le maniere da americani degli stati del sud si manifestano particolarmente al momento del saldo. Amano pagare con le più grosse banconote, che sia necessario o meno, costringendo i camerieri di chiedere il resto al proprietario. Lasciano mance consistenti. E lasciano il vino in calici e rosoliere...
A Batum vi è anche un lungomare alberato. La sera è pieno di carrozze e persone a passeggio. Si trovano qua cavalli pieni d’ardenza, fruscio della seta, e ombrelli, e sorrisi, e saluti: tutto uguale ad una qualsiasi città degli Stati del sud. Si trovano anche qua bellimbusti, damerini con alti colletti simili a polsini, camicie di seta ricamate, cappelli sulle ventitre e bastoni grossi come il braccio… non è l’alterigia a farli vestire così, semplicemente anche loro desiderano farsi notare e sceglono questo metodo puramente estetico, il quale aiuta a raggiungere in fretta lo scopo e non richiede grandi sforzi. Il cappello può rendere famoso un uomo molto più in fretta di quanto non lo faccia un libro od un quadro. È quello che fanno i francesi, e perché non dovrebbero?”

L’autore termina così i suoi appunti di viaggio “La Terra Favolosa” : “Domani partiamo di nuovo per Baku, da lì proseguiamo per l’Oriente. Tra poco ci separeremo da questo regno, ma sarò sempre attratto da questo posto, perché ho bevuto l’acqua del Kura”. In realtà Knut Hamson non tornò a Baku, non andò mai in Oriente. Attraversò il Mar Nero su un battello, superò lo stretto del Bosforo e giunse a Costantinopoli.
In capo ad un anno dopo il viaggio nel Caucaso, Knut Hamsun, scriverà in una lettera indirizzata alla poetessa norvegese Dagni Kristensen: “...Non rivivrò mai più una favola di cotanta meraviglia e superbia, specialmente fiabesco è stato il viaggio da Vladikavkaz a Tiflis attraverso le montagne… E’ un mondo diverso, la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte. E credo che Dio alberghi sul Kazbeg tutto l’anno...”
Nella lettera all’amico ed editore Albert Langen, scriveva: “...Attualmente, il libro che più mi rende felice è “Il Libro del Caucaso”, che sarà il migliore tra tutto quello che ho fin’ora scritto”. Il romanzo migliore dello scrittore diventerà però “I Frutti della Terra”, pubblicato nel 1917 e premiato con il Nobel nel 1920.
Il libro “La Terra Favolosa” fu pubblicato nel 1903, nello stesso anno, Knut Hamsun pubblicò il dramma amoroso “La Regina Tamara”, scritto sotto l’impressione del viaggio in Georgia. L’opera fu rappresentata nel 1904 al Teatro Nazionale di Oslo, anche se non riscosse particolare successo, nonostante la musica per la rappresentazione fosse stata composta dal famoso compositore norvegese Johan Halvorsen.

Cento anni dopo il viaggio di Knut Hamsun in Russia e nel Caucaso, due giornalisti norvegesi, Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland, hanno ripercorso le tracce dello scrittore provando a ritrovare “questo fiabesco regno”. E lo hanno scoperto, narrandone nei loro appunti di viaggio "Nella Terra FavolosaCent’anni Dopo”. “Non abbiamo bevuto l’acqua del Terek, Aragvi o Kura, - scrivono Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland – ma saremo sempre determinati a tornare qua. Il Caucaso è una fiaba, è inimitabile e brutale!"






Fonte: http://www.geomigrant.com/
Foto: Knut Hamsun

mercoledì 30 marzo 2016

vertebre compresse

a me l'idea di essere al centro dell'attenzione fa letteralmente vomitare.
ho sempre odiato festeggiare il mio compleanno perché bisognava dare troppi bacini a tutti e in generale bisognava essere la festeggiata, mi faceva cagare. i concerti di pianoforte erano forse meglio perché anche se avevo tutti gli occhi puntati addosso era solo come dover ingoiare un grosso pezzo di merda, ma poi mi dimenticavo dell'esistenza degli umanoidi intorno.
l'egocentrismo quindi non mi appartiene, odio parlare in pubblico, odio anche solo esprimere il mio pensiero in un gruppo che superi 3 persone. amo però i colori sgargianti, ma credo che i colori sgargianti siano un'espressione della mia positività (peraltro molto ben nascosta su altri livelli) più che di un desiderio di essere notata.
non sono mai stata particolarmente competitiva, non sono mai stata particolarmente coinvolta nei giochi, non me n'è mai fregato un cazzo se ero più bassa, più pelosa, più piatta, più goffa della media. non me n'è mai fregato un cazzo se qualcuno prendeva voti più alti dei miei, non mi importava essere la prima in niente.
c'è solo una cosa.
e la sto scoprendo adesso. 
mi fa ancora più schifo di tutto quanto elencato sopra, l'idea di essere una seconda scelta, un ripiego. mangio senso di umiliazione ogni giorno, anche quando non ci penso e sento le vertebre che mi si schiacciano dal peso di questa cosa con cui mi autoflagello.
ma a quanto pare è inevitabile. sarò sempre la seconda scelta di qualcuno. 
c'è stato un tempo in cui ero la prima, ed è probabilmente una sensazione di fattanza che non ritornerà mai più, ma che avvelenerà il resto che verrà. paradossalmente me l'ero predetta da sola nel pathos infuocato dei 20 anni. mi sono incisa nella mente che tutto il resto sarà solo una discesa. 
pare che il mio processo di crescita non sia terminato. sto aspettando con un sacco di ansia il momento in cui potrò dire di essere grande. grande nel senso di serena.

nel mentre continuo ad avere un cuore che batte contro un muro. 
è che la mia storia insegna che è completamente sbagliato convincersi che di là del muro ci sia la salvezza. perché la salvezza è dentro di me e vorrei quanto meno essere la prima scelta di me stessa, poi il resto andrà affanculo da sé.



martedì 29 marzo 2016

girovago


In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare

A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
già gli ero stato
assuefatto

E me ne stacco sempre
straniero

Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute

Godere un solo
minuto di vita
iniziale

Cerco un paese
innocente

Parafrasi (per chi come me, manda sempre e tutto in vacca):
In nessun
luogo
della terra
posso stabilirmi
e sentirmi a casa
In ogni
nuova
città
in cui mi trovo
mi sento
privo di forze e disadattato
mentre
una volta
mi ci abituavo
E me ne stacco sempre
come uno straniero
[Voglio] godere
il momento
della creazione, il principio del mondo
risalendo le epoche
della storia e del tempo,
che risultano fin troppo vissute [e dunque corrotte]
Cerco un luogo incorrotto, la purezza originaria


eh unga ne sa a blocchi.
è che una che incarna sia il girovago sia la foglia d'autunno sia il porcodio è veramente difficile. e poi le poesie non risolvono niente. ha ragione mio fratello a dire che sono un piccolo principe senza pisello, per quanto stia, ormai da anni, cercando di inchiodarmi con i piedi per terra, come un cristo sottoproletario, alla fine mi trovo sempre, anche nelle situazioni peggiori, a pensare a poesiette, quadretti, immaginare di vivere dentro un caleidoscopio. probabilmente sono nata per drogarmi di acidi e non avere tutti questi pensieri pratico-logistici. non ci sto dentro. non ci sto dentro e pretendo che tutti gli altri ci stiano dentro che tutti gli altri siano coerenti che tutti gli altri mi diano il coraggio di fare quello che vorrei fare. e invece tutti gli altri sono parzialmente fottuti come me e mi sembra quanto meno disonesto da parte mia pretendere da altri quello che io stessa non sono in grado di fare.
vabbè ma mi sa che sono una testa di minchia.
a volte sogno di essere dichiarata pazza ed essere rinchiusa in una stanza dalle pareti morbide con dentro solo i libri. nessuno che si aspetta niente da me, nessuno che crede in me, nessuno che mi chiede conto delle mie azioni, solo le persone che amo che siano felici della mia semplice esistenza e basta. sarebbe figo. ma se l'opzione di farmi dichiarare pazza non è poi così improbabile, l'ostacolo insormontabile mi diventa il fatto che hanno abolito i manicomi.
io invece ho proprio bisogno di sbattere la testa contro delle pareti morbide.  

lunedì 14 marzo 2016

poche balle.

era il lontano 2013.
gli anni passano, ma la sensazione di farfalle sbronze dalle parti dello stomaco ritorna ogni volta alla vista del mio trichecone. ..
non c'è un cazzo da fare.