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martedì 9 maggio 2023

09.05.2023

 

Ci tengo un sacco a questa cosa che io sono figa e posso fare tutto da sola.

In effetti posso fare quasi tutto da sola, ma certe volte mi domando che cazzo ho in testa.

Oggi ho deciso di andare a piedi fino a San Vito, attraversando i vigneti. Vigneti infangati. Ruote del passeggino che si bloccano. Io che cerco di liberarle dal fango con gli esili rametti di vite. Io che bestemmio. La pioggia che inizia e io che non mi sono portata nulla per coprirti. Alla fine ho dovuto farmi tre quarti di strada impennando su due ruote con te che dormivi con testa e guance a penzoloni.

Certo, nulla di tragico. È che sono stanca morta e mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi aiutasse. Ma chiedere è pari a un piatto di merda calda per me, quindi via: sputtano le poche energie a disposizione e porto in giro la mia coroncina di corna cazzute.

Non è tanto questione di indipendenza, quanto di un minimo di sale in zucca.

A me è sempre mancato, ma ora andiamo verso valori negativi.

Comunque, un’avventura al giorno per te. A fine giornata c’è sempre qualcosa di tragicomico da ricordare.

Ah e volevo anche ricordare che esattamente un anno fa ti sei mosso per la prima volta. O meglio è stata la prima volta che ti ho sentito. O almeno credo fossi tu. Era ora che ti sentissi e mi dicevano che la sensazione è simile alle bolle nella pancia, solo che io non riuscivo a capire la differenza e non sapevo mai se sbrodolarmi emozionata o stringere l’ano per non condividere i miei gas intestinali. Però ricordo bene che ero sdraiata al buio e ho sentito come una farfalla nella pancia. Mi piace pensare che eri tu, anche perché era la mia prima festa della mamma ed ero molto triste (non per la ricorrenza, per carità) e tu mi hai fatto ciao ciao e subito non ero più triste.

Ecco.

Resta comunque il dubbio che fosse solo una scoreggia…

lunedì 27 giugno 2022

68

Oggi è il giorno in cui mia mamma soleva preparare una grande torta con fragole fresche.

Era il giorno in cui si chiamava la Bulgaria e ci mettevamo ad urlare tutti insieme, senza ascoltarci, senza sentirci, ridendo di noi stessi, e brindando con vino freddo. 

La più squillante delle ragazze, la più irriverente del clan, oggi avrebbe compiuto 68 anni e avrebbe risposto al telefono tossendo e battendo le traduzioni con una mano sul suo scassato computer. Avrebbe spietatamente stroncato tutti i nostri auguri, invitandoci ad infilarli nei rispettivi ani e di darle finalmente dei nipoti, invece di cazzeggiare. 

Dove sei adesso che dovresti rompermi le palle da mattina a sera, agitandoti come un gabbiano affamato per ogni minchiata riguardante il bambino? Ti sembra giusto non esserci? Ti sembra giusto lasciarci soli? Chi ci sdrammatizza? Chi ci interrompe gracchiando? Chi ci insulta? Come faccio io a moltiplicarmi, se tu non sei lì a spiegarmela? Passano i mesi, gli anni, eppure io non riesco ancora a capire perché si debbano perdere le persone che servono per acquisirne di inutili. 

Vuoto.

Mi manca la casa.

Mi manca l'odore delle lunghe tende beige, dietro le quali mi piaceva nascondermi da piccola e immaginare di essere invisibile, mentre la casa si riempiva di voci di donne.

Mi manca vedere la casa dal basso, con sguardo di bambina, dove tutte le persone che amo erano vive, giovani e forti. 

Sembra di essere una gallina spennata. 

Senza forze.

Mi mancano le persone che sapevano darmi forza. 

Non voglio diventare grande.


lunedì 6 giugno 2022

Ferrara di Monte Baldo

E' dai tempi del divorzio che mi prometto di fare un viaggio solitario.
Un viaggio dove mi prendo il tempo per riconnettermi con me stessa, dove non devo condividere lo spazio, il tempo, il ritmo, le preferenze. 
Il mio divorzio è stato molto doloroso (raramente un divorzio è leggero, lo so) e mi ha lasciato questo enorme bisogno di tornare a me stessa, di ricordarmi come ero io, senza questo gigantesco sentimento, di mettere le mie preferenze al primo posto, di leccarmi le ferite. 
E' passato del tempo dal divorzio, ma una serie di peripezie glocal mi avevano impedito di partire da sola. 
Ora, a poco più di quattro mesi dal parto e con le ferite ancora sanguinanti, ho pensato che bisogna farla questa cosa, perché a breve la mia vita sarà rovesciata, ammucchiata e pigiata in un'esistenza confinata tra pannolini, pappette, biberon e sorrisini sdentati. 
Sarebbe stato bello andare in Giappone.
Sarebbe stato bello andare in Messico.
Sarebbe stato bello andare in Iran.
Considerate le mie possibilità, avevo deciso che sarebbe meraviglioso andare anche a Venezia. Vedere finalmente la biblioteca degli armeni, farmi un giro approfondito del ghetto ebraico, girare senza meta, senza scazzi, fermarmi a leggere quando e dove voglio, mangiare quando voglio, dormire quando e quanto voglio. 
Venezia è sfumata. 
O meglio, l'idea del viaggio solitario è sfumata.

E fu così che mi ritrovai a Ferrara di Monte Baldo per il ponte del 2 giugno. 
Ormai accolgo con rassegnazione questa cosa che nulla, ma nulla va come avrei voluto che andasse. Ci si abitua anche alla delusione, no?
Non ricordo come ho trovato questo paesino, ma è da Pasqua che tento di andarci: ad un certo punto è diventata una questione di principio.

Non mi importa delle opinioni. 
Le genti non hanno lo stesso bordello emotivo che ho io.
Le genti non stanno passando per un infinito spettro di sfumature della merda. 
Le genti non capiscono che non voglio lanciare provocazioni, fare la diversa, tirarmela o altro. 

La verità è che sto bene solo da sola. 
Mi basto. 
E poi non sono da sola, perché ho un piccolo cucciolo di cagna che mi bussa da dentro la pancia e mi riempie il cuore di una tenerezza di cui non credevo di essere capace. 

Ho portato con me: quattro libri, un pc pieno di film piratati, della frutta preventivamente disinfettata nel bicarbonato, cuffie e un elenco di itinerari da pensionata. 

C'era un cuculo che, insieme al mio bambino, mi teneva compagnia nelle notti insonni. 

C'erano miliardi di sfumature di verde del bosco di cui mi riempivo gli occhi. Mi manca, mi manca da impazzire quella cosa che mentre bevi il caffè al bar, puoi alzare gli occhi e bere tutto quel verde con lo sguardo. Mi mancava un sacco aspirare con forza l'odore del bosco, guardare le farfalle, fissare un ruscello. 

Mi inoltravo nel bosco con i miei libri e le mie mele e mi scioglievo tra le pagine e la contemplazione del nulla, nel silenzio, nel gioco di raggi che penetrano le foglie, in una luminosa sensazione di esistere, di essere me stessa, senza nessuno, senza speranze, senza futuro, senza passato, solo il mio respiro e il mio cosino che mi fa ciao-ciao nella pancia. 

Terminavo le giornate con un bicchiere di vino rosso, sfogliando libri d'arte di cui abbondava l'albergo.

Mi infilavo nella doccia e poi nelle bianche lenzuola del mio monastico lettino singolo, chiudevo gli occhi e vedevo il verde e sorridevo al buio, abbracciavo il mio bambino e sorseggiavo lentamente la mia felicità di cinica sociopatica. 

Devo riuscire a fuggire più spesso. 
Vorrei riuscire a fuggire per sempre. 

 


venerdì 20 maggio 2022

come tornare in una casa dove nessuno ti aspetta

 C'è questa netta linea di demarcazione: il colore del cemento cambia al passaggio da una regione all'altra. 

Le sgangherate ruote del mio canarino oltrepassano questa linea e improvvisamente sono di nuovo lì: su quella strada. Mi avvicino alla città dove ho vissuto per dieci anni, ai paesi che ho frequentato per quasi venti... svincoli, nomi di paesi, il profilo delle montagne che sembrano essere dei parenti da quanto li ricordo bene, le case delle persone che ho amato, con cui ho riso, mangiato, dormito, pianto e condiviso notti ebbre. 
Sale, per forza, la sensazione di tornare a casa, nessun ricordo concreto, solo una sensazione tenera. 
Ma è una casa dove nessuno mi aspetta, dove non sono mai stata realmente accolta, dove non mi sono mai tolta le scarpe. 
Ho sognato che questo posto diventasse casa mia, ho sognato di guardare le montagne ogni giorno al risveglio, osservare il sole scomparire dietro le cime, il graduale cambio di colori, ho sognato di imparare a fare i tornanti senza sudare, ho imparato a capire e distinguere i dialetti, ho imparato ad amare la cucina, i modi bruschi, ma non sono mai riuscita a sentirmi a casa, nessuno ha mai voluto farmi sentire a casa. Ero la benvenuta, ma ero un'estranea. 
Sale, per forza, la malinconica sensazione di essere un cane randagio, di essere amata, ma non abbastanza da essere accolta. 

The child who is not embraced by the village will burn it down to feel its warmth

giovedì 19 maggio 2022

Ho voluto la mia solitudine

sono senza amore, mentre, barbaro

o miseramente borghese, il mondo è pieno, 

pieno d'amore...

e sono qui solo come un animale 

senza nome: da nulla consacrato, 

non appartenente a nessuno, 

libero di una libertà che mi ha massacrato.



ppp

martedì 17 maggio 2022

LB

Arriva la madre e porta le lettere della nonna.
E' l'ultima persona al mondo che mi scrive le lettere a mano, su fogli strappati dai nostri quaderni di scuola non finiti. 
E' uno dei miei momenti preferiti: metterci lì in tre a leggere le lettere ad alta voce e rotolarci dalle risate.
Vorrei poter tradurre le sue lettere, ma temo che sarei incapace di trasmetterne lo stile.
Si compongono di brevi frasi di senso compiuto, ma senza un nesso tra di loro. Una specie di Virginia Woolf sintetica. Un flusso di coscienza saltellante. Un unico paragrafo contiene notizie sui vicini di casa, ricordi di settant'anni fa, notizie dal mondo dello spettacolo, consigli pratici sulla gestione delle nostre sgangherate vite e barzellette sugli ebrei che fanno ridere solo lei. 
E' tutt'ora convinta che le sue lettere rimangano tra lei e il mittente, quindi non sa che io e mio fratello le confrontiamo per fare a gara di chi riceve gossip più scottanti e commenti più caustici. 
C'era solo una differenza tra le due lettere, questa volta.
Quella di mio fratello terminava con: probabilmente è l'ultima lettera che ti mando.
La straziante essenza di questa donna si riassume nel suo stile epistolare: didascalico, scarno, tagliente, buffo, comico e drammatico allo stesso tempo.

Ha deciso di morire, con limpida determinazione. L'ha pure messo per iscritto.

Mi lascia all'oscuro perché, adesso, per la prima volta in 35 anni, io sono quella da proteggere. 

Credevo fosse immortale, ma ieri, per la prima volta, ho avuto paura di non ricevere più le sue lettere e mi sono chiesta se esista qualcosa al mondo di più prezioso del tempo che posso ancora passare con lei. 

Odio dover lavorare, non perché sono pigra, ma perché il lavoro mi sta rubando la vita, il tempo per curare chi amo. 


mercoledì 11 maggio 2022

sta su, bella fiera!

E' passato un anno dal mio ultimo triste viaggio a casa. 

Ho ancora in mente il momento in cui siamo salite da mia nonna per dirle che la sua bambina è morta.  

Triste, ma anche molto bello. La condivisione del dolore riempie di forza, di senso di responsabilità: sapevo che non potevo crollare, sapevo che dovevo farle ridere, sapevo che anche solo la mia presenza era sufficiente per tenere insieme i pezzi.

Mi manca un sacco la sensazione di interezza che avverto quando sono a casa.

Sono andata via 20 anni fa e tutt'ora quella è la mia casa e tutt'ora penso che quello sia il mio posto e tutt'ora soffro per la lontananza, ogni giorno. 

Nessuno dei miei sogni si è realizzato. 

Nemmeno quello di trovare un meccanismo per riuscire a vivere un po' qua e un po' là, senza dover per forza rinunciare a una parte della mia esistenza. 

Ora sono completamente bloccata. 

Ora un estraneo può decidere se andrò o meno a casa, quando lo farò e per quanto tempo.

E' orribile. 

Mi addormento tutte le sere, avvolgendomi attorno alla mia pancia e immaginandomi a casa. In una casa dove mi vogliono bene, dove mi aspettano, dove vado bene così come sono, dove non mi sento fuori luogo. 

Chissà se riuscirò a reggere senza impazzire?

martedì 10 maggio 2022

superare l'imbarazzo

situazione:

ora di pranzo, fame colossale.

Ho il mio zainetto con dentro il mio contenitorino con dentro del pollo che sto mangiando da 5 giorni ormai.

All'ora di pranzo, generalmente, il mio ufficio si svuota e io resto in perfetta solitudine a guardare propaganda live del venerdì precedente (ormai è come una serie, una puntata di Propaganda mi dura una settimana di pause pranzo). Idillio + possibilità di uscire mezz'ora in anticipo + risparmio materiale e spirituale nell'evitare i pranzi con i colleghi che mi svuotano tasche e spirito. 

oggi: l'archistar milanese, con un culo che cerco di non guardare perché non vorrei che, per errore, questa terribile visione attraversasse la placenta ed arrivasse all'ancora troppo fragile psiche di mio figlio (ché, lasciatemelo dire e insultatemi per il body shaming, ma cazzo: la sartoria seriale di cui il mondo occidentale è ampiamente fornito, permette di nascondere o mimetizzare o quanto meno non sottolineare certe parti del corpo che renderebbero tristi i cultori del bello di qualsiasi epoca ed appartenenza. Quel culo largo, basso e piatto che ti fa venire voglia di cavarti gli occhi, per non vedere), resta inchiodata alla sua scrivania in attesa di un altro suo simile con cui aveva un "working lunch" e che, da uomo non soggetto ai manierismi del sessismo e buona educazione, arriva con un'ora di ritardo. Io, nel mentre, sto disintegrandomi le pareti intestinali per la fame e l'angoscia di non dar da mangiare al botolo. 

Dilemma: io odio mangiare di fronte a persone che non mangiano. Soprattutto se si tratta di pollo al forno per il quale manco mi sono portata le posate, sapendo che avrei inscenato il little Neanderthal a Trevenz. Non posso proporle di condividere il pranzo per ovvie ragioni, ma non posso nemmeno non mangiare e non ho più il tempo di prendere la macchina e appartarmi in un campo vicino in compagnia di nutrie autoctone. Tra 20 minuti arriva una mia riunione, lunga e noiosa, durante la quale mi sarà estremamente difficile consumare il mio pollo di 5 giorni fa. 

Devasto morale.

Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, mi guardo allo specchio e mi dico: sei una madre ora, sei responsabile della corretta crescita di tuo figlio che stai già comunque compromettendo, dandogli da mangiare solo pollo per giorni, se poi lo privi anche di quello, sta certa che uscirà un piccolo nigga incazzato e con un'atavica voglia di pollo fritto. 

Torno.

Metto le cuffie.

Attacco Propoganda.

Mangio il pollo.

Con le mani.

Io!

La piccola, fragile e tenera panzerotta, afferro il pollo con le mani e lo divoro senza battere ciglio, aiutandomi con le dita ad estrarre le fibre dalle fughe tra i denti. 

E' proprio vero che la maternità ci cambia, perdincibacco. Solo che, nel mio caso, è evidente che il cambiamento è decisamente peggiorativo.

amen. 

giovedì 28 aprile 2022

si sta facendo sempre più tardi

Non ho voluto nulla di quello che mi sta succedendo.

Perdo il centro continuamente. Mi arrabbio con me stessa, con il mondo, il fato, l'universo, ma principalmente con me stessa: perché il male che si vuole non duole, mentre a me duole da morire. 

Mi arrabbio, perché la vita sembra intenzionata a rovesciare i miei sogni e farmeli vivere in forma di incubi. 

Davvero, la mia vita sembra una barzelletta che non fa ridere. 

Ma poi ritrovo il centro, guardo il cielo, le foglie, respiro e sento il mio piccolo centro che, in queste settimane, ha imparato a sbadigliare. Ho un piccolo centro nella pancia che se la sbadiglia, mentre io battaglio contro me stessa. Mi esplode il cuore al pensiero che ha le ciglia, fa le smorfie, dorme o agita le braccia e io sono la sua casa. La sua casa incasinata, arrabbiata, ancora molto adolescente, la sua casa triste, la sua casa abbandonata...

e allora mangio un kiwi e mi abbraccio da sola. Occupo uno spazio piccolissimo nel mondo, ma in questo spazio piccolissimo siamo in due e io sono la casa di uno che non ha chiesto di esistere e io non ho chiesto di essere una casa, ma eccoci qua: siamo io e il mio cosino sbadigliante e nessun altro al mondo. E' un centro devastato, ma è il mio centro e, a questo punto, è l'unica casa che mi è rimasta. 

La mia casa è un bambino di cui io sono la casa.


martedì 26 aprile 2022

tutte le notti

 a volte la nostalgia mi assale come un animale affamato e mi divora gli organi. 

sono sempre stata emotivamente instabile, figurarsi ora. 
c'era chi diceva "mi commuovo anche a guardare un panino ormai" e io, con occhi a cuore che nascondevo pazientemente, pensavo: "vecchio rammollito".
Ora anch'io mi commuovo a guardare anche un panino, un po' perché ho sempre fame, un po' perché mi basta pensare a pane-speck-formaggio e ad uno spolverino verde shock per volermi sdraiare sull'asfalto e rotolarmi nella polvere bagnata, ululando di straziante tristezza.
Ecco. 
Ci si riduce così ad agire col cervello, ad avere la presunzione di poter impostare la propria vita su basi razionali. Bisogna metterselo bene in testa, per il resto dei miei giorni. 
Ci si riduce a cantare stupide ballate d'amore in macchina, a squarciagola, con voce spezzata, che ti sognooo tutte le nottiiii... sentendomi completamente stupida e sola. Sola con il mio bambino che, poverino, deve essere spaventato a morte da questo turbinio psicosomatico che si sta scatenando nel mio essere.
D'altra parte, mi sono già messa via tutti i miei futuri e correnti fallimenti genitoriali: ho tutte le carte in regola per fare il pieno di errori più o meno fatali, come ad esempio non potergli assicurare un minimo di famiglia che si possa chiamare tale. 
Alla fine comincia a bollirmi il cervello e butto tutto in vacca convincendomi, a spese di sanguinose ferite personali, che l'amore possa essere sufficiente per sopperire a tutto il resto delle cose che non potrò dargli. 

martedì 8 marzo 2022

08.03.2022

c'è dignità nel vittimismo?

vediamo di trovarne.
Ho la testa alta, alta, alta più alta di tutti gli alberi. 
Ho la testa alta di una ragazza che diventerà madre.
Ho la testa alta di una figlia disgraziata.
Ho la testa alta di chi apre il cuore per farci sputare dentro.
Sento i denti scricchiolare a forza di stringere.
Sento la bocca scomparire a forza di tenderla.
Sento gli occhi bruciare.
Sento la testa scoppiare.

Fa bene essere maltrattati da chi ami.
Toglie la paura e aggiunge cazzutaggine.

Sono più forte di tutti.
Ho la testa alta e quattro coglioni. 

lunedì 5 luglio 2021

sorella.

 

La sensazione di impotenza uccide.

Avevo questa certezza.

Una certezza che da sempre viene ripetuta e consolidata verbalmente nella narrazione dinastica.

Lei è forte. Lei è l’unica sana di mente. Lei è razionale. Lei sa gestire qualsiasi situazione. Lei è della Bilancia, lei soppesa. Eppure lei, la più forte emotivamente, quella che non perde un colpo e non prende mai nulla troppo a cuore, proprio lei, banalmente, è la più devastata da questa perdita.

Nessuno di noi, con tutta la buona volontà, riuscirà a colmare il vuoto. Nessuno riuscirà ad alleggerire il dolore della perdita di una mamma così figa. Lei si fissa con delle cose sciocche. Ripete, ripete e ripete la stessa cosa centinaia di volte. Si sveglia tremando e non sapendo dove si trova, si sente in colpa con le figlie che non riesce a cagare, esplode di rabbia e lacrime per un oggetto spostato. L’idea di comprare un biglietto aereo, un gesto quasi quotidiano, per lei diventa un’azione inaffrontabile. Non riesce a riconnettersi con la realtà, con la sua routine. E io non posso fare niente. Posso chiamarla, raccontarle i cazzi miei, posso distrarla, farla ridere, posso anche volare da lei, baciarle le mani e le palpebre, cullarla fino a farla addormentare, ma non sarò mai la sua mamma. Continuo a pensare che, forse, non bisogna costruire rapporti troppo profondi con nessuno. Bisogna costruirsi una bolla di vetro, dove le cose non penetrano, dove i sentimenti non sono troppo forti, dove la mamma non sa di che colore era lo stronzo che hai prodotto oggi, non sa chi sono i tuoi colleghi, non sa se tuo marito sa farti venire, non conosce ogni millimetro di sviluppo delle tue bambine, non sa cosa hai mangiato oggi e non sceglie insieme a te il vestito da mettere alla riunione di domani. Una mamma che non ti invade, irritandoti, con i suoi infiniti consigli sulla sistemazione di mobili, il colore delle tende, le scelte educative delle bambine, la macchina da comprare. Serve una mamma che stia bene o che muoia ad un certo punto, senza però lasciarti paralizzata in un mondo che perde il suo colore più vivace. Ira era così. Era presente ovunque, in gesti quotidiani, nelle scelte grosse, nelle scelte piccole, nelle paranoie, ipocondrie, litigi, risate. Risate. Ci ha regalato troppe risate per pensare di togliercele così di botto. Ci ha regalato troppo del suo odore per scomparire così improvvisamente.

Ho sempre odiato la guerra. La guerra, per me, era il peggiore dei nemici. Quella che toglie le persone amate senza permesso, quella che distrugge la casa, porta via i progetti vita. Ora, credo di odiare di più il tumore. È stato più devastante della guerra, più meschino, più subdolo, più figlio di puttana. Non esiste una giustizia universale, ok. Non esiste un dio buono, il dio amore, il dio misericordioso. Non esiste nulla, che non sia un fottutissimo caso che ti porta via grosse fette di vita, strappandole insieme alla carne, al cuore, al poco spirito che hai.

Vinceremo il dolore prendendoci per mano? Sarà sufficiente? Abbiamo vinto guerre, nostalgie, chemioterapie, separazioni, tradimenti, abbandoni, bugie, ma vinceremo contro la morte della più figa delle persone?

martedì 22 giugno 2021

paure da far volare via

Il giorno più lungo dell’anno.

Lungo eterno.

Martedì è il giorno più insopportabile della settimana.

Ogni martedì è un cazzo di solstizio, non finisce mai. Si ha davanti ancora tutta una settimana di porchidii, di ufficio grigio, di gente ipocrita, di produrre-lavorare-subire.

C’è una luce fantastica adesso, hai visto? Quella che inonda d’oro alberi, case e macchine. Mi mandi una foto di quello che vedi? Io sono a Palazzina, mi hanno anche tagliato la palma da sotto il poggiolo.

Paure da far volare via.

Se facessi volare via le paure, non rimarrebbe nulla di me. Volerei in un inceneritore. Evaporerei insieme alle mie paure, perché è della loro sostanza che sono fatta, altro che stelle, sogni o sa il cazzo quale altra trovata pubblicitaria. Io sono fatta di paure.

Paura dei volatili

Paura di perdere le persone

Paura di deludere le persone

Paura di non essere all’altezza

Paura di sprecare il tempo

Paura di non essere utile a nessuno

Paura di infastidire

Paura di immettermi in autostrada

Paura di dire quello che penso davvero

Paura di fare quello che vorrei fare davvero

A forza di aver paura, ho smesso di volere.

Mi sono svuotata di sogni e speranze.

Perdo il contatto, sento le voci distanti, non sento.

Sono nel mezzo del cammino, che però più che un cammino è un girare in cerchio, senza mai riuscire a spezzarlo. Paura di spezzare il cerchio. Un disagio che diventa confortevole.

Vorrei prendere tutte queste paure, incenerirle insieme a lei, mettermi il mucchietto sul palmo della mano e soffiare forte. Far volare via tutto. Smettere di aver paura. Liberarmi dai demoni, assorbire questa torbida luce infinita.

L’unico posto in cui non ho paura è questo mio piccolo cubicolo sgangherato. Il mio cerchio magico protetto. The magic circle. Fino a qualche anno fa era il mio letto a casa. Ora non c’è più il letto e la casa è diventata un fantasma. Svuotata, screpolata, impregnata di odore d’urina stantia. Il mio spazio sicuro è scomparso. Ora è qui. In questa squallida periferia cementificata, in mezzo a sconosciuti, riconosco solo l’abbraccio del mio appartamento. È così difficile comprendere questo bisogno di casa? Si vede di sì. Il desiderio di mantenere le proprie posizioni è sicuramente più importante del bisogno di creare un luogo sicuro per un’altra persona. È giusto così. È più sano così. Prima di tutto i propri bisogni.

Stupida

Stupida

Stupida

Prima i tuoi bisogni e poi il resto…

È così che deve essere, perché io non ci riesco?




"Per quanto con l'abitudine avesse imparato a memoria i contorni della casa ormai da tempo, la rassicurava comunque sentire il pavimento sotto i piedi mentre si muoveva da una stanza all'altra, sapere che la casa era una realtà precisa, con tante sfaccettature, anche se lei vedeva tutto come se fosse sott'acqua a occhi aperti. Quando si era accora di avere la vista offuscata era stato quello il suo primo pensiero, di avere un eccesso d'acqua negli occhi: lacrime, forse. Erano cose che succedevano ai vecchi. Il giorno dopo, al suo risveglio, era ancora lì: una membrana acquosa. Impaurita, si era rifiutata di accettarlo. Aveva pregato e aspettato, finché una mattina si era svegliata e le cose avevano perso i loto contorni. Era annegata. Ma-mee andò in cucina strascicando i piedi, un po' come se pattinasse: moquette, legno del corridoio, moquette ruvida del soggiorno, le piastrelle irregolari della cucina."

La linea del sangue

JW

martedì 29 dicembre 2020

e per fortuna che non è un mese da 31 giorni

 

Questo stupido continuo contare.

Un mese senza vederci.

Strano no?

È tutto strano.

Quante risate risparmiate!

Quanti abbracci risparmiati!

Quanti momenti su quel divano scivoloso!

Quante declamazioni dell’Oltreuomo!

Quanti “dammi un bacino, dai”

Quanti “Mi alzi, ciccio?”

Sono ricchissima, io! Sto risparmiando un sacco.

Ho la colonna vertebrale schiacciata: chi è che mi alza, adesso?

Ho la colonna vertebrale schiacciata da questo mondo, che devo affrontare da sola.

L’ho voluto io, no?

“L’hai lasciato, che auguri ti aspettavi?”

L’ho voluto io.

Questo silenzio.

Questa nostalgia.

Questo “tanti auguri!!” che quasi non ti conosco.

Questo Natale del cazzo e le foto della grande neve che non mi sono arrivate.

Fai la cacca e a nessuno interessa che faccia fai nel mentre...

Devastante.

martedì 22 dicembre 2020

di nuovo

Quand’è che passa la nausea da nostalgia? 

Quand’è che finisce questa pentola di merda che mi devo mangiare a piccole cucchiaiate? 

Quando smette di farmi male in fondo alla gola? 

Quando smetterò di riascoltare messaggi vocali con bacini a schiocco e piangermi addosso come una vecchia rammollita del cazzo? 

23 giorni di assenza. 

Ho passato mille mila anni a sentire questi bacini a schiocco quasi ogni giorno.

E proprio non riesco a capire come possa essere che un amore così grande svanisca nel nulla. 

Non riesco, non voglio credere che sia possibile.

Non voglio che la vita sia così e che serva andare avanti. 

Come cazzo si fa?

Entro

Esco

Rido

Leggo

Mangio

Mi preoccupo di cose

Comunico

ma sono svuotata di senso 

quand'è che finisce questa nausea?

mercoledì 3 gennaio 2018

sartre e la nausea

comincio a pensare che più non sopporto la compagnia delle persone e più queste cercano di invadere i miei spazi. Deve essere un bastardo meccanismo inconscio dei vampiri energetici, che odorano il terrore che provo nei confronti delle relazioni, delle chiacchiere a vuoto, dello small talk. 
La gente mi irrita, mi rende tesa, mi fa sentire fuori luogo, fuori tempo, fuori convenzione. Ho continuamente voglia di scappare, nascondermi, seppellirmi in un luogo buio, dove nessuno mi guarda.
E invece no!
Invece mi vengono a cercare, mi chiedono di andare a bere qualcosa, mi scrivono, mi chiamano, mi propongono costruttive attività da condividere, chiedono la mia opinione sulle cose, si interessano alla mia vita, alla mia salute, al mio stato patrimoniale.
Perché?
Non credo sia difficile vedere quanto non sopporto entrare in contatto con la gente, voglio dire, lo vedi quando una persona non ti guarda negli occhi, riduce le risposte al minimo, si mostra palesemente stanca... eppure tu insisti. INSISTI a voler comunicare. Ma che cazzo di malattia è mai questa? Questa dell'animale sociale... è terribile. E' terribilmente distruttiva per quelli che invece non sono degli animali sociali. Perché bisogna fare le cose insieme? Perché bisogna cercarsi, sopportarsi, accettarsi? Perché mi devo sentire inadeguata se non mi piace stare con la gente? Perché mi devo sentire in colpa quando continuo ad evitare la compagnia delle persone?
Mi si spezza il cuore ogni volta che godo della mia solitudine e qualcuno con forza e allegria la interrompe credendo di farmi un favore. E' insopportabile. Se tu non sei in grado di restare da solo per più di un quarto d'ora, non significa che sono così anch'io. Non mi stai salvando dalla solitudine. Non mi fai compagnia. Mi infastidisci!
Poi penso che sono un'ingrata. Forse arriverà il giorno in cui riuscirò a scacciare tutti dalla mia vita e sarà proprio quello il giorno in cui avrò disperatamente bisogno di qualcuno, chiunque che stia ad ascoltarmi, che riempia lo spazio intorno a me, che mi parli anche di totali minchiate. E questo qualcuno non ci sarà, perché l'avrò paccato almeno 250 volte in precedenza. Ma ora non è che posso mandare giù i pallini di vomito e costringermi a stare con la gente per paura che un giorno potrei aver bisogno di comunicare. Anche perché non è così aritmetica la questione.
Io ho la nausea.
Vorrei potermi permettere il lusso di non parlare con nessuno per 3 mesi almeno.
3 mesi di libertà
sarebbe perfetto
.

venerdì 4 novembre 2016

la nausea

Ho riletto “la nausea” di sartre: signori miei, che strazio. Per finire bene poi ci ho letto dietro “lo straniero” di camus e poi ho capito che basta, adesso manca solo affilare una bella lama e introdurmela in mezzo ai polmoni con lenta decisione.
Al di là di questo è inutile sviluppare il pensiero per cui mi sono riconosciuta sia in nausea sia in straniero. Continuo a pensare che, quando qualche mese fa stavo traslocando per l’ennesima volta, i miei libri sapessero già quale fosse l’ordine giusto in cui si dovevano mettere in fila per capitarmi in mano esattamente nel momento giusto. Così fu. Ogni libro sembro io, in versione intelligente, che mi sbatto in faccia terribili e penose verità sulla mia esistenza. Sarà essere egocentriche…

In questi giorni sono stata vinta dalla nausea, di nuovo. Vado a vedere un appartamento che potrebbe farmi da rifugio per il prossimo futuro e mi sento possedere dalla nausea. All’idea di altri odori, altre prospettive, altri spazi, altre notti in cui mi sveglierò senza capire dove sono, altri suoni, altri vicini, stessa solitudine densa e prepotente… mi viene la nausea. Dentro. È una sensazione terribile, sento un magone ruvido che comincia a salire dalla gola e perdo il senso del tutto. Mi sento totalmente assente nei confronti degli oggetti, del presente, della mia vita, delle persone che mi vogliono bene. Così fuggo. Mi nascondo dentro la mia macchinina gialla e fumo 15 sigarette all’ora per non pensare a quanto sono inadeguata. 

giovedì 6 ottobre 2016

verfremdungseffekt

Devo essermi fatta un bagno in una vasca di anestetico fortissimo.
Non ho paura dove dovrei avere paurissima. Dormo sogni profondi e bui, le immagini sfocate si dileguano in 4 secondi. È come se tutto questo non stesse succedendo a me. Come se la vita non mi stesse crollando addosso. Come se fosse solo un film o il racconto di una vita di qualcuno di cui non me ne frega poi più di tanto. Forse questa è la verità: la mia vita è il racconto di qualcuno di cui non me ne frega poi tanto.
Esisto nella avvolgente tenerezza di questa luce dorata autunnale e non voglio che questa sensazione di estraniazione dalla mia stessa esistenza passi. Ho ormai appurato da tempo di non essere in grado di gestire le situazioni reali, che sono nata per fuggire dai dolori del giovane Werther (e anche da tutti gli altri dolori, se è per quello). Non fosse che sono una ragazzina mediocre probabilmente, anzi sicuramente, sarei diventata una tossica. Sfuggire alla realtà è l’unico modo possibile per sopravvivervi, almeno per me. Non sono una lottatrice, sono un gatto pigro e lento. Voglio continuare a riuscire a guardare da fuori la mia vita. come fosse un curioso acquario.


Life in a glass house. 

giovedì 29 settembre 2016

Vieni


quando ne hai voglia
quando puoi
tra una partenza e un ritorno
dopo una scrollata di spalle
dopo avere assaporato la lacrima scesa sul labbro
Vieni
tra un sorriso e una salita
dopo un lancio di asciugamano
mentre le campane suonano a vuoto
Vieni
prenditi un giorno
invecchiamo insieme.