Visualizzazione post con etichetta pusillanemia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pusillanemia. Mostra tutti i post

venerdì 20 maggio 2022

come tornare in una casa dove nessuno ti aspetta

 C'è questa netta linea di demarcazione: il colore del cemento cambia al passaggio da una regione all'altra. 

Le sgangherate ruote del mio canarino oltrepassano questa linea e improvvisamente sono di nuovo lì: su quella strada. Mi avvicino alla città dove ho vissuto per dieci anni, ai paesi che ho frequentato per quasi venti... svincoli, nomi di paesi, il profilo delle montagne che sembrano essere dei parenti da quanto li ricordo bene, le case delle persone che ho amato, con cui ho riso, mangiato, dormito, pianto e condiviso notti ebbre. 
Sale, per forza, la sensazione di tornare a casa, nessun ricordo concreto, solo una sensazione tenera. 
Ma è una casa dove nessuno mi aspetta, dove non sono mai stata realmente accolta, dove non mi sono mai tolta le scarpe. 
Ho sognato che questo posto diventasse casa mia, ho sognato di guardare le montagne ogni giorno al risveglio, osservare il sole scomparire dietro le cime, il graduale cambio di colori, ho sognato di imparare a fare i tornanti senza sudare, ho imparato a capire e distinguere i dialetti, ho imparato ad amare la cucina, i modi bruschi, ma non sono mai riuscita a sentirmi a casa, nessuno ha mai voluto farmi sentire a casa. Ero la benvenuta, ma ero un'estranea. 
Sale, per forza, la malinconica sensazione di essere un cane randagio, di essere amata, ma non abbastanza da essere accolta. 

The child who is not embraced by the village will burn it down to feel its warmth

giovedì 19 maggio 2022

Ho voluto la mia solitudine

sono senza amore, mentre, barbaro

o miseramente borghese, il mondo è pieno, 

pieno d'amore...

e sono qui solo come un animale 

senza nome: da nulla consacrato, 

non appartenente a nessuno, 

libero di una libertà che mi ha massacrato.



ppp

martedì 17 maggio 2022

LB

Arriva la madre e porta le lettere della nonna.
E' l'ultima persona al mondo che mi scrive le lettere a mano, su fogli strappati dai nostri quaderni di scuola non finiti. 
E' uno dei miei momenti preferiti: metterci lì in tre a leggere le lettere ad alta voce e rotolarci dalle risate.
Vorrei poter tradurre le sue lettere, ma temo che sarei incapace di trasmetterne lo stile.
Si compongono di brevi frasi di senso compiuto, ma senza un nesso tra di loro. Una specie di Virginia Woolf sintetica. Un flusso di coscienza saltellante. Un unico paragrafo contiene notizie sui vicini di casa, ricordi di settant'anni fa, notizie dal mondo dello spettacolo, consigli pratici sulla gestione delle nostre sgangherate vite e barzellette sugli ebrei che fanno ridere solo lei. 
E' tutt'ora convinta che le sue lettere rimangano tra lei e il mittente, quindi non sa che io e mio fratello le confrontiamo per fare a gara di chi riceve gossip più scottanti e commenti più caustici. 
C'era solo una differenza tra le due lettere, questa volta.
Quella di mio fratello terminava con: probabilmente è l'ultima lettera che ti mando.
La straziante essenza di questa donna si riassume nel suo stile epistolare: didascalico, scarno, tagliente, buffo, comico e drammatico allo stesso tempo.

Ha deciso di morire, con limpida determinazione. L'ha pure messo per iscritto.

Mi lascia all'oscuro perché, adesso, per la prima volta in 35 anni, io sono quella da proteggere. 

Credevo fosse immortale, ma ieri, per la prima volta, ho avuto paura di non ricevere più le sue lettere e mi sono chiesta se esista qualcosa al mondo di più prezioso del tempo che posso ancora passare con lei. 

Odio dover lavorare, non perché sono pigra, ma perché il lavoro mi sta rubando la vita, il tempo per curare chi amo. 


lunedì 5 luglio 2021

sorella.

 

La sensazione di impotenza uccide.

Avevo questa certezza.

Una certezza che da sempre viene ripetuta e consolidata verbalmente nella narrazione dinastica.

Lei è forte. Lei è l’unica sana di mente. Lei è razionale. Lei sa gestire qualsiasi situazione. Lei è della Bilancia, lei soppesa. Eppure lei, la più forte emotivamente, quella che non perde un colpo e non prende mai nulla troppo a cuore, proprio lei, banalmente, è la più devastata da questa perdita.

Nessuno di noi, con tutta la buona volontà, riuscirà a colmare il vuoto. Nessuno riuscirà ad alleggerire il dolore della perdita di una mamma così figa. Lei si fissa con delle cose sciocche. Ripete, ripete e ripete la stessa cosa centinaia di volte. Si sveglia tremando e non sapendo dove si trova, si sente in colpa con le figlie che non riesce a cagare, esplode di rabbia e lacrime per un oggetto spostato. L’idea di comprare un biglietto aereo, un gesto quasi quotidiano, per lei diventa un’azione inaffrontabile. Non riesce a riconnettersi con la realtà, con la sua routine. E io non posso fare niente. Posso chiamarla, raccontarle i cazzi miei, posso distrarla, farla ridere, posso anche volare da lei, baciarle le mani e le palpebre, cullarla fino a farla addormentare, ma non sarò mai la sua mamma. Continuo a pensare che, forse, non bisogna costruire rapporti troppo profondi con nessuno. Bisogna costruirsi una bolla di vetro, dove le cose non penetrano, dove i sentimenti non sono troppo forti, dove la mamma non sa di che colore era lo stronzo che hai prodotto oggi, non sa chi sono i tuoi colleghi, non sa se tuo marito sa farti venire, non conosce ogni millimetro di sviluppo delle tue bambine, non sa cosa hai mangiato oggi e non sceglie insieme a te il vestito da mettere alla riunione di domani. Una mamma che non ti invade, irritandoti, con i suoi infiniti consigli sulla sistemazione di mobili, il colore delle tende, le scelte educative delle bambine, la macchina da comprare. Serve una mamma che stia bene o che muoia ad un certo punto, senza però lasciarti paralizzata in un mondo che perde il suo colore più vivace. Ira era così. Era presente ovunque, in gesti quotidiani, nelle scelte grosse, nelle scelte piccole, nelle paranoie, ipocondrie, litigi, risate. Risate. Ci ha regalato troppe risate per pensare di togliercele così di botto. Ci ha regalato troppo del suo odore per scomparire così improvvisamente.

Ho sempre odiato la guerra. La guerra, per me, era il peggiore dei nemici. Quella che toglie le persone amate senza permesso, quella che distrugge la casa, porta via i progetti vita. Ora, credo di odiare di più il tumore. È stato più devastante della guerra, più meschino, più subdolo, più figlio di puttana. Non esiste una giustizia universale, ok. Non esiste un dio buono, il dio amore, il dio misericordioso. Non esiste nulla, che non sia un fottutissimo caso che ti porta via grosse fette di vita, strappandole insieme alla carne, al cuore, al poco spirito che hai.

Vinceremo il dolore prendendoci per mano? Sarà sufficiente? Abbiamo vinto guerre, nostalgie, chemioterapie, separazioni, tradimenti, abbandoni, bugie, ma vinceremo contro la morte della più figa delle persone?

giovedì 21 gennaio 2021

lo schifo al cazzo

Non ricordo quasi nulla dell’anno scorso.

È così un po’ per tutti, immagino.

I tempi si sono dilatati e faccio una fatica bestiale a collocare un evento: non ricordo mai se era l’anno scorso o due anni fa o se magari non è mai successo.

Le uniche immagini sono quelle della scorsa estate, forse.

Una settimana di isolamento fiduciario, dove potevo permettermi il lusso di aspettare il mio ragazzo a casa.

Avevo un branco di stambecchi impazziti nello stomaco dalla felicità.

Sarà anche banale, mediocre, cliché, ma mi sbrodolavo all’idea di aspettarlo a casa per pranzo. Preparare la moka per risparmiare tempo, limonarlo pornograficamente prima che andasse via e beccarmi un suo ultimo sguardo luminoso e complice, prima che infilasse tutto quel suo corpo enorme nella macchina.

Mi viene schifo al cazzo al pensiero di quanto tempo ho passato sognando queste cose… queste stronzate tipo aspettarlo a casa, tipo avere una casa insieme, dove tutte le cose sono nostre, dove abbiamo pensato a tutto noi, dove tutto respira la nostra aria, dove avrei voluto rifugiarmi e ignorare i miei demoni. Mi viene schifo a pensare che tutto quello che per me era bellissimo, per lui era una rottura di coglioni che andava a ledere il suo approccio alla vita, dove non ci doveva essere spazio per queste sciocchezze. Non si capisce bene perché, forse solo perché tutti avevano questa cosa e lui non voleva assolutamente farne parte. Io invece non l’avevo mai avuta questa cosa di avere una casa insieme, un posto sicuro dove aspettarlo, dove mi avrebbe aspettato, dove potevo permettermi di essere libera.

e così, l’anno scorso mi ha regalato qualche giorno di finto idillio.

Un micro viaggio a Trieste che ora non saprei se definire bello o brutto. Bello e anche brutto. Ero già in ebollizione, avevo già il cervello putrefatto dalla delusione, dalla stanchezza emotiva, stavo già covando l’esplosione che sarebbe arrivata.

Una settimana di ferie, anche quella ormai avvelenata.

Eppure c’è stata, sembra passata una vita.

Eppure è l’ultima estate che abbiamo passato insieme.

Chissà come sarà la prossima.

Mi viene schifo al cazzo, quando penso che ci sarà un’estate senza…


martedì 22 dicembre 2020

di nuovo

Quand’è che passa la nausea da nostalgia? 

Quand’è che finisce questa pentola di merda che mi devo mangiare a piccole cucchiaiate? 

Quando smette di farmi male in fondo alla gola? 

Quando smetterò di riascoltare messaggi vocali con bacini a schiocco e piangermi addosso come una vecchia rammollita del cazzo? 

23 giorni di assenza. 

Ho passato mille mila anni a sentire questi bacini a schiocco quasi ogni giorno.

E proprio non riesco a capire come possa essere che un amore così grande svanisca nel nulla. 

Non riesco, non voglio credere che sia possibile.

Non voglio che la vita sia così e che serva andare avanti. 

Come cazzo si fa?

Entro

Esco

Rido

Leggo

Mangio

Mi preoccupo di cose

Comunico

ma sono svuotata di senso 

quand'è che finisce questa nausea?

mercoledì 3 gennaio 2018

sartre e la nausea

comincio a pensare che più non sopporto la compagnia delle persone e più queste cercano di invadere i miei spazi. Deve essere un bastardo meccanismo inconscio dei vampiri energetici, che odorano il terrore che provo nei confronti delle relazioni, delle chiacchiere a vuoto, dello small talk. 
La gente mi irrita, mi rende tesa, mi fa sentire fuori luogo, fuori tempo, fuori convenzione. Ho continuamente voglia di scappare, nascondermi, seppellirmi in un luogo buio, dove nessuno mi guarda.
E invece no!
Invece mi vengono a cercare, mi chiedono di andare a bere qualcosa, mi scrivono, mi chiamano, mi propongono costruttive attività da condividere, chiedono la mia opinione sulle cose, si interessano alla mia vita, alla mia salute, al mio stato patrimoniale.
Perché?
Non credo sia difficile vedere quanto non sopporto entrare in contatto con la gente, voglio dire, lo vedi quando una persona non ti guarda negli occhi, riduce le risposte al minimo, si mostra palesemente stanca... eppure tu insisti. INSISTI a voler comunicare. Ma che cazzo di malattia è mai questa? Questa dell'animale sociale... è terribile. E' terribilmente distruttiva per quelli che invece non sono degli animali sociali. Perché bisogna fare le cose insieme? Perché bisogna cercarsi, sopportarsi, accettarsi? Perché mi devo sentire inadeguata se non mi piace stare con la gente? Perché mi devo sentire in colpa quando continuo ad evitare la compagnia delle persone?
Mi si spezza il cuore ogni volta che godo della mia solitudine e qualcuno con forza e allegria la interrompe credendo di farmi un favore. E' insopportabile. Se tu non sei in grado di restare da solo per più di un quarto d'ora, non significa che sono così anch'io. Non mi stai salvando dalla solitudine. Non mi fai compagnia. Mi infastidisci!
Poi penso che sono un'ingrata. Forse arriverà il giorno in cui riuscirò a scacciare tutti dalla mia vita e sarà proprio quello il giorno in cui avrò disperatamente bisogno di qualcuno, chiunque che stia ad ascoltarmi, che riempia lo spazio intorno a me, che mi parli anche di totali minchiate. E questo qualcuno non ci sarà, perché l'avrò paccato almeno 250 volte in precedenza. Ma ora non è che posso mandare giù i pallini di vomito e costringermi a stare con la gente per paura che un giorno potrei aver bisogno di comunicare. Anche perché non è così aritmetica la questione.
Io ho la nausea.
Vorrei potermi permettere il lusso di non parlare con nessuno per 3 mesi almeno.
3 mesi di libertà
sarebbe perfetto
.

giovedì 12 ottobre 2017

dai diari del 2008

...so che prima o poi mi asciugherò le lacrime e insieme alle lacrime si asciugherà anche la voglia di scrivere.





e così fu.

venerdì 4 novembre 2016

la nausea

Ho riletto “la nausea” di sartre: signori miei, che strazio. Per finire bene poi ci ho letto dietro “lo straniero” di camus e poi ho capito che basta, adesso manca solo affilare una bella lama e introdurmela in mezzo ai polmoni con lenta decisione.
Al di là di questo è inutile sviluppare il pensiero per cui mi sono riconosciuta sia in nausea sia in straniero. Continuo a pensare che, quando qualche mese fa stavo traslocando per l’ennesima volta, i miei libri sapessero già quale fosse l’ordine giusto in cui si dovevano mettere in fila per capitarmi in mano esattamente nel momento giusto. Così fu. Ogni libro sembro io, in versione intelligente, che mi sbatto in faccia terribili e penose verità sulla mia esistenza. Sarà essere egocentriche…

In questi giorni sono stata vinta dalla nausea, di nuovo. Vado a vedere un appartamento che potrebbe farmi da rifugio per il prossimo futuro e mi sento possedere dalla nausea. All’idea di altri odori, altre prospettive, altri spazi, altre notti in cui mi sveglierò senza capire dove sono, altri suoni, altri vicini, stessa solitudine densa e prepotente… mi viene la nausea. Dentro. È una sensazione terribile, sento un magone ruvido che comincia a salire dalla gola e perdo il senso del tutto. Mi sento totalmente assente nei confronti degli oggetti, del presente, della mia vita, delle persone che mi vogliono bene. Così fuggo. Mi nascondo dentro la mia macchinina gialla e fumo 15 sigarette all’ora per non pensare a quanto sono inadeguata. 

venerdì 21 ottobre 2016

venerdì 7 ottobre 2016

the fur.

Io sono pelosa. È una cosa di cui mi vergogno da quando ho 3 anni, perché prima evidentemente non mi rendevo conto di essere ricoperta da un morbido strato di pelo, o v u n q u e. Forse sarei andata avanti a non rendermene conto, ma, oltre ad avere la fortuna di portarmi addosso visibili segni della mia provenienza etnica, ho anche avuto quella di avere un fratello maggiore spudoratamente biondo e liscio in ogni sua parte. Questo mio fratello mi proibiva di avvicinarmi a lui in cortile d’estate perché si vergognava di essere così liscio e biondo rispetto a me che sembravo un piccolo e morbido roditore guanciuto. I miei compagni di classe mi prendevano in giro perché avevo i baffi più virili di loro. Una volta ricordo che mi ero messa a piangere per questo, avrò avuto 12-13 anni ed ero il terrore della scuola. Sapevo prendere in giro con pungente ironia e noncuranza chiunque, per qualsiasi cosa. Sguazzavo nella mia posizione di cinico giullare autoironico. Autoironico su tutto tranne sulla mia lana, probabilmente perché era una cosa di cui mi vergognavo davvero. Sapevo prendermi in giro per qualsiasi cosa tranne questa e poi boooommm. Qualcuno ha notato il folto vivaio sotto il mio naso. Era una delle due volte nella mia carriera scolastica in cui ho pianto in pubblico. Ricordo anche che la professoressa di storia ha insistito finché una delle mie amiche non le ha confidato il motivo dei miei occhi rossi. Poi la professoressa ha costretto i due personaggi a scusarsi con me in privato. È un episodio che ricordiamo sempre nelle nostre rimpatriate ubriache. Era un avvenimento storico: la m che dimostra di essere fragile… sì, una volta avevo dei gran coglioni, ma poi mi sono caduti.
Continuavo a scassare la minchia a mia madre affinché mi lasciasse intervenire su questo disastro, ma lei si rifiutava, perché, ingenua illusa, sperava che crescendo il mio corpo si sarebbe accorto che sono una cucciola d’uomo e non di uno yeti ed i peli sarebbero caduti improvvisamente ed autonomamente.
Non accadde.
Poi una sera eravamo andate a trovare degli amici e tornate a casa, di sua spontanea volontà, mi ha proposto di strapparmi un po’ di carne viva con la cera. Ho quasi la certezza che sia stata la sua amica a suggerirle la mossa, fosse per lei sarebbe ancora illusa del fatto che un giorno crescerò ed i peli cadranno miracolosamente (ora non aspetta più la caduta dei peli, ma ha ancora delle ingenue speranze sul fatto che io possa in qualche modo crescere).
E fu lì, all’età di circa 13 anni, che iniziò la mia lotta contro i peli superflui. Ci sono stati anni di ceretta casalinga con cui puntualmente mi scottavo la faccia e poi andavo in giro con due orribili croste al posto dei baffi. Nella mia mente credevo che continuando a scottarmi, un giorno la pelle avrebbe smesso di produrre la lana. Non accadde.
Poi ci fu un periodo di decolorazione del pelo. Mi tingevo le basette, la barba e i baffi di quello che doveva rendere la lana invisibile e come risultato ottenevo un effetto molto punk: capelli scuri e barba di un giallo paglierino.
A 18 anni ho intrapreso un lungo e dolorosissimo ciclo di depilazione con l’ago elettrico. Per chi ha la fortuna di non doverlo sapere: è un sottile ago che viene infilato in ogni bulbo pilifero, viene fatta passare la corrente elettrica per uccidere il bulbo e poi per almeno 3 settimane si ha una bomba atomica esplosa in faccia. Finito quel dolorosissimo ciclo mi sono liberata per la maggior parte delle basette e di una buona percentuale di baffo. Rimaneva il pizzetto, il collo e qualche spavaldo quanto inaspettato pelo qua e là.
Dai 19 ai 22 anni sono tornata alla buona vecchia ceretta, con conseguenti scottature in viso e rovina dell’effetto dell’ago elettrico, facendo ricrescere parecchia della flora sterminata dalla corrente elettrica.
Dai 23 ai 28 anni mi sono lanciata sulla luce pulsata che pareva promettere miracoli senza infliggere dolore e senza irritare la pelle. Il miracolo non accadde. I motivi per cui ero andata avanti erano: 1. L’ago elettrico costava di più e praticamente nessuno lo faceva 2. Era molto meno doloroso 3. Non avevi la distruzione nucleare in faccia per le 3 settimane successive.
All’alba dei 29 anni mi sono rotta il cazzo di buttare via soldi senza avere risultati e sono tornata all’ago elettrico: tortura ancora eseguita da un’unica estetista di Verona. Una certa sig.ra C di un’età indefinita tra i 70 e i 90 anni, la quale promette che entro l’estate risolveremo la questione.

Ora. La cosa più buffa in tutto questo è che ieri, mentre tornavo a casa con la faccia ed il portafoglio in fiamme, mi sono domandata: e se fra qualche mese, per effetto collaterale di una qualche altra possibile cura, mi dovessero cadere tutti i peli e i capelli? È una possibilità non troppo remota. Cosa ne penserò? Aver lottato contro un fenomeno naturale, una natura selvaggia che si impossessava della mia pelle, per poi vincere in modo così triste. Ho pensato che potrei chiamare mia madre e dirle che il miracolo è accaduto: i peli sono andati via, sono cresciuta! Ma ci ho ripensato, sarebbe troppo crudele. 

martedì 27 settembre 2016

.i hate humans.

Credo di essere una razzista. Se non fosse per l’educazione che ho ricevuto, probabilmente sarei dichiaratamente nazista.
Io odio gli psicopatici e gli isterici. Mi rendo conto perfettamente che è una malattia, che è come prendersela con uno che ha il raffreddore o la gastrite o l’artrite. Riesco ad essere tollerante con uno che continua a tossire o deve essere selettivo nel mangiare o riempirsi di insulina per sopravvivere. Ma non riesco proprio a sopportare gli schizzati. Quelli che reagiscono in maniera esagerata, imprevedibile, quelli che si compiangono o distorcono la realtà, non sopporto la gente dai gesti imprevedibili (e non sorprendenti). Mi scatta la violenza. Mi rendo conto che dovrei essere paziente, che ognuno sta combattendo la propria lotta, ma mi pare di capire che la gente stia usando questa storia per autoassolversi in maniera un po’ troppo generosa. Io li prenderei tutti a schiaffi. Proprio non riesco ad essere paziente e dirmi che si ha continuamente a che fare con delle diagnosi più o meno lievi. Io la mia merda me la mangio da sola, al massimo la vomito un po’ qua, prima ne riempivo la testa al mio ragazzo, ma non è che se ho la merda nel cervello sono autorizzata ad alitarla in faccia a tutti con arroganza giustificandomi con una presunta instabilità emotiva. Che cazzo è? Uno ha i complessi di inferiorità, quell’altro ha le manie di grandezza, quell’altro ha le manie di persecuzione, quell’altro ha l’eiaculazione precoce, quell’altra non scopa da mesi, quell’altro ha la moglie troia, quell’altra non riesce a rimanere incinta, quell’altro ha un rapporto problematico con la madre (che poi sta storia di dare continuamente la colpa del proprio malessere ai genitori mi sta proprio in culo. Dio cristo, hai 80 anni, ripigliati un attimo), quell’altro ancora è frustrato perché non vuole lavorare in un ufficio, quell’altro perché non trova un lavoro, quell’altro perché vorrebbe viaggiare e non può, quell’altro per sa il cazzo cos’altro… ma vogliamo smetterla?
Voglio dire, chiaro che la vita non è esattamente il regalo che ci saremmo aspettati di trovare sotto l’albero. Chiaro che siamo cresciuti in una società consumista che ci spinge ad essere perennemente insoddisfatti sia a livello materiale che emotivo, chiaro che il benessere e la relativa sicurezza e stabilità politica ci vizia al punto da poterci permettere il lusso delle lotte interiori e capricci di vario genere, ma siamo anche nell’era dell’individualismo signori, che per me è una delle più grandi conquiste della civiltà moderna, la quale prevede di farsi i cazzi propri e non disturbare gli altri con le proprie fottute malattie mentali. E invece no, invece il bisogno di protagonismo è più forte, abbiamo bisogno di essere cagati, compatiti o sgridati o analizzati, ma soprattutto cagati. Abbiamo bisogno di far sapere a tutti che stiamo di merda e lo facciamo in modi diversi, ma tutti ugualmente fastidiosi.
Ecco. Io non sopporto i depressi. Preferisco gli incazzati, i cinici, i nichilisti, ma non gli schizzati. E non ho alcuna intenzione di fingere la solidarietà. Se il tuo comportamento mi irrita, voglio potermi permettere il lusso di evitare la tua compagnia. A meno che tu non sia il mio capo ovviamente, in qual caso cerco di sorridere alle tue chiare manifestazioni di schizofrenia, con la solida certezza che negli occhi mi si legga il più profondo dei disprezzi.

Oh là.  

lunedì 19 settembre 2016


La disillusione è perfida. Sa avvicinarsi lentamente e avvelenare i sogni. Ogni giorno ne perdi un pezzo per poi ritrovarti in un pozzo pieno di vuoto.
La si combatte ogni giorno, con piccole illusioni infantili. La si combatteva ogni giorno.
Oppure sa piombare da un giorno all’altro. Tagliare le palpebre con un rasoio sottile.
Ed è come un palloncino che scoppia.

Altre volte è come un palloncino che lentamente si sgonfia. Prima eri piena, poi eri un po’ meno piena e un po’ più spaventata. Ma stupida capricornuta del cazzo, ci credevi fino all’ultimo secondo. Finché un giorno ti sei svegliata con le ferite sulle palpebre e hai visto il vuoto. Ecco. Ho visto il vuoto. La disillusione è arrivata da un giorno all’altro. Totale. In effetti è stata un po’ entrambe le cose… si è insinuata passo dopo passo, indifferenza dopo indifferenza, compromesso dopo compromesso, magone dopo magone per poi arrivarmi addosso come una betoniera lenta. Mi sta ancora passando sopra, ci sono sotto solo con le gambe. Passerà. Mi metterò un pollice in bocca, soffierò forte e mi rigonfierò come nei cartoni animati. E sarò di nuovo libera di respirare. Toglierò i pezzettini di vetro con una pinzetta. Dagli occhi, dalle mani, dalla lingua, dall’ombelico, dalle mutande. Mi disinfetterò e metterò delle tenere bende. Mi curerò e imparerò ad amarmi anche in versione spezzata. Anche in versione buttata via. Anche in versione rifiutata. Anche in versione sfigata. 
















giovedì 15 settembre 2016

L’amore ai tempi di vozap

È un gioco che si sviluppa su più livelli.
Entri sulla conversazione per vedere l’ultima entrata
Lo becchi online
Ti domandi se è online con qualcuno o se anche lui come un imbecille sta guardando il tuo essere online e sta pensando la stessa cosa
Ti convinci che sicuramente è online con qualcun altro
Il prossimo round si chiama: chi molla per primo.
Molli tu e hai la consapevolezza di essere una figa e immediatamente dopo ti fai profondamente pena
Molla lui e ti senti abbandonata perché hai capito che era online con qualcun altro.
Molli tu e nel giro di un secondo ti arriva un suo messaggio e vivi un momento di esaltazione e gloria manco avessi vinto un oscar
Non molli e ti arriva un suo messaggio così lo visualizzi subito e lui ti sgama che eri lì che lo fissavi e vivi un momento di profondo disprezzo nei confronti di te stessa ripromettendoti di non fare mai più questo gioco.
Poi ti imbatti in un qualche test tipo “qual è la tua età cerebrale” e lo ignori in fretta, sapendo bene che la tua età cerebrale si è evidentemente fermata a 13 anni.
Bah


mercoledì 14 settembre 2016

È troppo facile subire.

We must all face the choice between what is right and what is easy.


Mi sveglio ogni mattina incazzata: probabilmente è il preciclo: ho l’orgoglio che sanguina. Mi sveglio e sento fisicamente di essere un residuo organico in decomposizione. Qualcosa che non serve. Che serve finché va bene e se oppone resistenza si lascia scivolare via con garbo… come quando si butta per terra una sigaretta finita facendo finta che sia caduta per sbaglio. Lasciata perdere. Lasciata andare via. Mi sveglio incazzata e ferita perché ho permesso tutto questo. Mi schiaffeggio e mi rimetto insieme, ma il risveglio nella mia pelle di residuo organico mi fa venire da vomitare tutti i giorni. 

mercoledì 7 settembre 2016

buon appetito

Ho la bocca piena di vomito. Ogni mattina. Esclusa al 100 % la possibilità di essere stata ingravidata da chicchessia, il sintomo rimane ed è ancora più disgustoso vista la sua genesi. Credo di essere nauseata da me stessa. Certo, potrei trovare un milione di fattori intervenienti che mi rendono la vita nauseante. Faccio un lavoro che non mi piace e che non mi riesce nemmeno bene. Vivo in un posto che non mi piace, in una situazione malsana e ho continuamente l’ansia di dover cercarmi un altro posto, che probabilmente non mi piacerà, ma quanto meno sarò libera di girare nuda per casa, ubriacarmi da sola e piangermi addosso o sgrillettarmi in libertà sul pavimento della sala. La persona a cui avrei voluto legare la mia vita alla fine mi ha estromessa dalla sua relegandomi ad uno schermo del telefono. La migliore amica che avevo mi rende triste giudicando qualsiasi mio comportamento. Mia madre sta invecchiando sola e io non posso neanche aiutarla a fare la spesa. Mia zia sta morendo di tumore. Il mio cane ha perso l’uso delle zampe posteriori. Tutto questo e, volendo, tanto altro, mi rendono la vita pesante, per non dire merdosa. Ma in fondo al vaso di merda, trovo la mia faccia: sono io che non mi vado bene, sono io la persona con cui devo e non voglio convivere quotidianamente. E credo sia questo il motivo delle mie nausee mattutine. Mi guardo allo specchio e vedo una quasi trentenne con la faccia da ventenne e col cervello da tredicenne e con la voglia di vivere di un’ottantenne. L’unico istinto che ho è quello di andare in una foresta e perdermi per sempre.

mercoledì 31 agosto 2016

infinita fiducia nell'umanità.

Sono anni che penso di incidere una traccia che parta in automatico quando mi presento alla gente.
La farei partire subito dopo la stretta di mano per poter saltare la caduta dei coglioni iniziale con le domande del cazzo tipo
“ma davvero non sei italiana? Cavolo non l’avrei mai detto, non hai proprio nessun accento”
“Georgia? Russia? Ah no, non Russia, giusto giusto”
“ma davvero hai 29 anni? Te ne davo al massimo 20”
“sei venuta qua tutta sola a 15 anni? Ma pensa che coraggio”
“e com’è vivere con tuo fratello?”
“e non ti manca la tua casa?”
“si sta meglio qua o in Georgia?”
“torni ogni tanto in Georgia”
“è bella la Georgia?”
"ricordami la capitale che non me la ricordo mai" - seeeeh non te la ricordi mai, caprone di un coglionazzo
“ma che lingua parlate? Georgiano? Cos’è tipo russo? Ah addirittura una scrittura diversa” – a questo punto  si tira fuori il telefono e si mostra l’alfabeto per dare più peso all’affermazione, per poi rendersi conto che l’interlocutore non vede differenza alcuna tra georgiano, cirillico e sanscrito.
“e come mai hai scelto proprio l’Italia?” – questi gli scettici sempre pronti a sputare nel proprio piatto
“ma pensi di tornare in Georgia o starai qui per sempre?” – detta con un leggero terrore nello sguardo, consapevole che il Bel Paese è invaso da parassiti
Registrerei delle risposte gentili e le farei andare stampandomi un bel sorriso di plastica in faccia mentre la traccia avanza.

Quanto vorrei vivere in una società in cui rispondere alle domande di merda a suon di schiaffi non sia perseguibile dalla legge

lunedì 29 agosto 2016

.dentistretti.

Vabbè la banalità mi è sempre appartenuta. Ognuno si cura come meglio crede, io mi curo scrivendo minchiate a vanvera solo quando non sto bene. A rileggere questi diari mi rendo conto di quanta depressione potrei trasmettere, ma in fondo… chemenefotte?
passo così a rivedere tutta la vita con nuovi occhi. di nuovo. Mi armo di gomma a forma di orologio e mi metto a cancellare. Ridisegno i miei giorni. Mi rifaccio la stessa domanda con una frequenza pari a 30/min. e ogni volta la risposta mi si incastra nella gola e faccio fatica a respirare. Non è nulla di tragico in fondo, il tempo sistema tutto, tutto si cristallizza e rimangono solo i bei ricordi, ma mi fa rabbia pensare che ho buttato via 4 anni di emozioni positive. Certo, poi mi dico che non sono buttati, che è stato bello, che i miei coglioni… sono buttati in realtà. Buttati perché il meglio era nei dettagli, nei risvegli, nei sorrisi, nelle battute idiote, nell’abbracciarsi, sfiorarsi, nel mettersi insieme in macchina, nel tornare a casa la sera, leggere le notizie dell’internazionale, fumare le sigarette in punta di piedi, stendere la lavatrice, guardarsi di nascosto… tutto questo si cancellerà, non ne rimarrà più niente. Rimarranno i viaggi, le foto, qualche luogo, qualche data… e poi nulla.
Lo trovo terribile.

Mi viene da sbattere la testa contro i muri al pensiero che tutto quello che mi riempiva la vita fino all’altro ieri ora scomparirà lentamente. Come un Alzheimer sentimentale. Il tutto si dilegua e resta solo un nome e un viso e non c’è neanche lo sforzo di doversi evitare. Ognuno nella propria caverna. A me, la mia non è che faccia paura, però un po’ di schifo mi fa, ecco. 

mercoledì 15 giugno 2016

gli emo hanno capito tutto

tra le sensazioni che più detesto, quella di rendermi conto di essere un'illusa del cazzo mi fa infuriare in una maniera che sfiora il biblico.
è un duro colpo all'autostima di una cinica come me. tutte le volte che c'è da illudersi io son quella che caga nella poesia del momento o dell'idea. però quando succede il contrario mi arrabbio un sacco. mi strappo a morsi le alette che ieri battevano felici. mi schiaffeggio da sola e scatarro sul mio riflesso nello specchio. stupida come dieci ragazzine stupide. stupida di una trentenne che si pensa una sedicenne. stupide speranze. stupide finte certezze. stupida fiducia. stupida stupida stupida felicità furiosa smerdata in una maniera banale e stupida. stupida. stupida.

beh dai, per una volta che il preciclo non era ormonalmente incazzato la merda arriva da qualche altra parte.

vorrei prepararmi un grosso calderone di merda e buttare dentro tutti i bei pensieri degli ultimi tempi, mescolare piano, stufare a fuoco lento, e poi mangiare con una paletta da gelato la merda tiepida. forse alla fine del pasto capirò che gli emo hanno capito tutto.