Visualizzazione post con etichetta madre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta madre. Mostra tutti i post

lunedì 27 giugno 2022

68

Oggi è il giorno in cui mia mamma soleva preparare una grande torta con fragole fresche.

Era il giorno in cui si chiamava la Bulgaria e ci mettevamo ad urlare tutti insieme, senza ascoltarci, senza sentirci, ridendo di noi stessi, e brindando con vino freddo. 

La più squillante delle ragazze, la più irriverente del clan, oggi avrebbe compiuto 68 anni e avrebbe risposto al telefono tossendo e battendo le traduzioni con una mano sul suo scassato computer. Avrebbe spietatamente stroncato tutti i nostri auguri, invitandoci ad infilarli nei rispettivi ani e di darle finalmente dei nipoti, invece di cazzeggiare. 

Dove sei adesso che dovresti rompermi le palle da mattina a sera, agitandoti come un gabbiano affamato per ogni minchiata riguardante il bambino? Ti sembra giusto non esserci? Ti sembra giusto lasciarci soli? Chi ci sdrammatizza? Chi ci interrompe gracchiando? Chi ci insulta? Come faccio io a moltiplicarmi, se tu non sei lì a spiegarmela? Passano i mesi, gli anni, eppure io non riesco ancora a capire perché si debbano perdere le persone che servono per acquisirne di inutili. 

Vuoto.

Mi manca la casa.

Mi manca l'odore delle lunghe tende beige, dietro le quali mi piaceva nascondermi da piccola e immaginare di essere invisibile, mentre la casa si riempiva di voci di donne.

Mi manca vedere la casa dal basso, con sguardo di bambina, dove tutte le persone che amo erano vive, giovani e forti. 

Sembra di essere una gallina spennata. 

Senza forze.

Mi mancano le persone che sapevano darmi forza. 

Non voglio diventare grande.


giovedì 26 maggio 2022

s-formazione

Sono nota per essere frivola, superficiale, rimbambita e stramba. E' una cosa che fa simpatia, ma non quando scavalli i 30 e stai per dare alla luce un bambino.

Conoscendomi bene, però, ho deciso che questa cosa della maternità non la potevo prendere sottogamba. Mi sono quindi iscritta a tre diversi corsi preparto, ancora quando il botolo era delle dimensioni di un dattero. 

Il primo di questi corsi si tiene nel cortile della biblioteca ed è condotto da una rinomatissima ostetrica di Verona che collabora con il comune da decine di anni, lavora con la più rinomata boutique delle madri, dove ogni servizio pre e post natale costa come uno dei miei malandati reni e vanta un codazzo di mamme in fibrillazione.  

Tutto idilliaco!

Sennonché...

La biblioteca si trova in una depressa località rurale veronese, nei pressi del mio grigio ufficio metalmeccanico.

Il cortile della biblioteca è popolato da una quantità abominevole di abominevoli zanzare e moscerini. C'è da dire che, da quando ho saputo dell'esistenza del botolo, ho azzerato qualsiasi agente chimico sulla mia pelle. Niente più smalti, oli essenziali, tinte, creme o pomate. Figurarsi se mi spalmo di Vape che già odiavo da sana (mi piace un sacco definirmi sana per indicare il periodo prima della gravidanza). Le lezioni, che si tengono al tramonto, sono quindi caratterizzate da una costante bestemmia interiore e da numerosi schiaffetti che le sensibili future mamme si danno su avambracci, colli e gambe inflaccidite. 

La rinomatissima ostetrica si presenta con l'espressione della Signorina Rottermaier, brizzolata, severa, con una bocca piccola dagli angoli discendenti, piccoli denti aguzzi, piccoli occhi penetranti dietro una montatura rosso sangue. Si trascina dietro una bambola che tiene per un piede e che usa come pungiball, senza troppo curarsi della sensibilità delle future mamme. 

Il corso viene condotto in dialetto e, pochi minuti dopo, la rinomatissima ostetrica dimostra una totale assenza di loquela. Ripete gli stessi concetti per almeno cinque volte, dando sfogo a sempre più alti virtuosismi di analfabetismo. Le frasi durano per dei momenti interminabili e sono popolate da intercalari e parassiti verbali sotto forma di muggiti e altre locuzioni di dubbia provenienza.

Vista la noia dell'esposizione, passo il tempo ad osservare i compagni: le mamme hanno tutte la stessa espressione di commossa preoccupazione. Alcune, ogni tanto, escono una lacrima a cazzo. Altre volte annuiscono per dimostrare che sono sul pezzo. Spesso, quando si parla del ruolo del padre, danno degli amorevoli scappellotti ai mariti, indicando l'ostetrica con il ditino come per dire "ascolta bene, asino!". 

I concetti più scontati, come "non lasciare il bambino incustodito sul fasciatoio", scatenano una tempesta ormonale di massa. 

Il gruppo delle sensibili future mamme si compone di signore autoctone che si trascinano dietro i propri mariti dalle espressioni assenti. Le mamme si dispongono sulle sedie, mentre i papà vengono accomodati per terra, su dei teli. L'immagine è straziante. Soprattutto, quando le mamme accarezzano le teste ai papà: viene da fondare un MeToo degli uomini. E' anche vero che i papà non sembrano molto a disagio in questa posizione; c'è anzi una sacra rassegnazione ed assenza di volontà che sfiora il buddismo. Se le mamme all'ultimo mese di gravidanza hanno tutti i diritti di essere brutte, gonfie e sudate, non capisco perché anche i padri si presentino in queste condizioni asessuate e sboldre. L'unica funzione vitale, oltre agli schiaffetti anti-zanzara, consiste nel grattarsi le piante dei piedi, evidentemente stanchi dopo una calda giornata.

Il tutto mi diverte un sacco, ma mi mette anche una grande tristezza.

Il posto, le persone, i discorsi, i gesti, le mimiche mi demoralizzano, mi devastano l'entusiasmo e mi fanno venire paura di essere o diventare così.

Non voglio essere così.

Non voglio arrivare al punto di essere affascinata da persone ignoranti. 

Non voglio avere paura della mia ombra.

Non voglio fare della mia maternità una tragica missione. 

Non voglio.





martedì 17 maggio 2022

LB

Arriva la madre e porta le lettere della nonna.
E' l'ultima persona al mondo che mi scrive le lettere a mano, su fogli strappati dai nostri quaderni di scuola non finiti. 
E' uno dei miei momenti preferiti: metterci lì in tre a leggere le lettere ad alta voce e rotolarci dalle risate.
Vorrei poter tradurre le sue lettere, ma temo che sarei incapace di trasmetterne lo stile.
Si compongono di brevi frasi di senso compiuto, ma senza un nesso tra di loro. Una specie di Virginia Woolf sintetica. Un flusso di coscienza saltellante. Un unico paragrafo contiene notizie sui vicini di casa, ricordi di settant'anni fa, notizie dal mondo dello spettacolo, consigli pratici sulla gestione delle nostre sgangherate vite e barzellette sugli ebrei che fanno ridere solo lei. 
E' tutt'ora convinta che le sue lettere rimangano tra lei e il mittente, quindi non sa che io e mio fratello le confrontiamo per fare a gara di chi riceve gossip più scottanti e commenti più caustici. 
C'era solo una differenza tra le due lettere, questa volta.
Quella di mio fratello terminava con: probabilmente è l'ultima lettera che ti mando.
La straziante essenza di questa donna si riassume nel suo stile epistolare: didascalico, scarno, tagliente, buffo, comico e drammatico allo stesso tempo.

Ha deciso di morire, con limpida determinazione. L'ha pure messo per iscritto.

Mi lascia all'oscuro perché, adesso, per la prima volta in 35 anni, io sono quella da proteggere. 

Credevo fosse immortale, ma ieri, per la prima volta, ho avuto paura di non ricevere più le sue lettere e mi sono chiesta se esista qualcosa al mondo di più prezioso del tempo che posso ancora passare con lei. 

Odio dover lavorare, non perché sono pigra, ma perché il lavoro mi sta rubando la vita, il tempo per curare chi amo. 


lunedì 16 maggio 2022

Il sale della vita

 Si ride. Le risate salvano la mia famiglia da tempo immemore. Mi piace pensare che, anche i miei antenati si sganasciavano in Persia. Ridiamo in faccia alla morte, alle guerre, alla fame, alla nostalgia, alle assenze. Grasse, liberatorie, ciniche, taglienti risate. Ci amiamo insultandoci e prendendoci in giro. Non tutti lo capiscono. Ferisco un sacco di persone con la mia strana maniera di amarle. Non so esprimere l’affetto, se non attraverso gli insulti. Mi sento amata, quando presa per il culo e mi sento a disagio, quando mi si elogia. Siamo sempre stati parchi con la verbalizzazione. Sembra quasi di aver paura di dire “darei tutto per te”, sembra che qualcosa possa rompersi, se lo si dice. E le poche volte che si dicono cose belle, queste risultano scarne e gravi. Lo si fa solo in occasioni tragiche. Siamo una tribù di coriacei, le robe da froci non ci appartengono, eppure siamo mille volte più froci, fragili, vulnerabili e sanguinanti di quelli che sanno ammettere le proprie debolezze e i propri amori. Preferisco un morso ad un bacio. Preferisco un abbraccio al limite della frattura di costole, ad un ti amo. È sbagliato. Non deve essere così, non ne vado orgogliosa. Traggo la gente in inganno. Pensano che io non abbia bisogno di protezione, affetto e cura. Respingo l’affetto e poi ne ho un bisogno atroce. Ci vorrebbe un Nobel in strizzatura cerebrale per sciogliere i miei nodi. O forse mi sembra solo di essere complicata. Probabilmente sono semplicemente una ragazzina mediocre con dei traumi mediocri e con limitate risorse emotive per guarirli.

La mia tribù mi manca da strapparmi la carne e non sono capace di dirlo. Sono solo capace di dire “ma perché non ti anneghi nel cesso, perdio?”
Morirò senza aver detto quanto ho amato. E ho questa paura enorme di essere l’ultima a morire. La sento come una maledizione. Gesoo mi punirà per le mie spine e mi costringerà a perdere tutti, prima di chiamarmi a sé.
Il sale della vita, eh?

mercoledì 11 maggio 2022

sta su, bella fiera!

E' passato un anno dal mio ultimo triste viaggio a casa. 

Ho ancora in mente il momento in cui siamo salite da mia nonna per dirle che la sua bambina è morta.  

Triste, ma anche molto bello. La condivisione del dolore riempie di forza, di senso di responsabilità: sapevo che non potevo crollare, sapevo che dovevo farle ridere, sapevo che anche solo la mia presenza era sufficiente per tenere insieme i pezzi.

Mi manca un sacco la sensazione di interezza che avverto quando sono a casa.

Sono andata via 20 anni fa e tutt'ora quella è la mia casa e tutt'ora penso che quello sia il mio posto e tutt'ora soffro per la lontananza, ogni giorno. 

Nessuno dei miei sogni si è realizzato. 

Nemmeno quello di trovare un meccanismo per riuscire a vivere un po' qua e un po' là, senza dover per forza rinunciare a una parte della mia esistenza. 

Ora sono completamente bloccata. 

Ora un estraneo può decidere se andrò o meno a casa, quando lo farò e per quanto tempo.

E' orribile. 

Mi addormento tutte le sere, avvolgendomi attorno alla mia pancia e immaginandomi a casa. In una casa dove mi vogliono bene, dove mi aspettano, dove vado bene così come sono, dove non mi sento fuori luogo. 

Chissà se riuscirò a reggere senza impazzire?

martedì 10 maggio 2022

superare l'imbarazzo

situazione:

ora di pranzo, fame colossale.

Ho il mio zainetto con dentro il mio contenitorino con dentro del pollo che sto mangiando da 5 giorni ormai.

All'ora di pranzo, generalmente, il mio ufficio si svuota e io resto in perfetta solitudine a guardare propaganda live del venerdì precedente (ormai è come una serie, una puntata di Propaganda mi dura una settimana di pause pranzo). Idillio + possibilità di uscire mezz'ora in anticipo + risparmio materiale e spirituale nell'evitare i pranzi con i colleghi che mi svuotano tasche e spirito. 

oggi: l'archistar milanese, con un culo che cerco di non guardare perché non vorrei che, per errore, questa terribile visione attraversasse la placenta ed arrivasse all'ancora troppo fragile psiche di mio figlio (ché, lasciatemelo dire e insultatemi per il body shaming, ma cazzo: la sartoria seriale di cui il mondo occidentale è ampiamente fornito, permette di nascondere o mimetizzare o quanto meno non sottolineare certe parti del corpo che renderebbero tristi i cultori del bello di qualsiasi epoca ed appartenenza. Quel culo largo, basso e piatto che ti fa venire voglia di cavarti gli occhi, per non vedere), resta inchiodata alla sua scrivania in attesa di un altro suo simile con cui aveva un "working lunch" e che, da uomo non soggetto ai manierismi del sessismo e buona educazione, arriva con un'ora di ritardo. Io, nel mentre, sto disintegrandomi le pareti intestinali per la fame e l'angoscia di non dar da mangiare al botolo. 

Dilemma: io odio mangiare di fronte a persone che non mangiano. Soprattutto se si tratta di pollo al forno per il quale manco mi sono portata le posate, sapendo che avrei inscenato il little Neanderthal a Trevenz. Non posso proporle di condividere il pranzo per ovvie ragioni, ma non posso nemmeno non mangiare e non ho più il tempo di prendere la macchina e appartarmi in un campo vicino in compagnia di nutrie autoctone. Tra 20 minuti arriva una mia riunione, lunga e noiosa, durante la quale mi sarà estremamente difficile consumare il mio pollo di 5 giorni fa. 

Devasto morale.

Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, mi guardo allo specchio e mi dico: sei una madre ora, sei responsabile della corretta crescita di tuo figlio che stai già comunque compromettendo, dandogli da mangiare solo pollo per giorni, se poi lo privi anche di quello, sta certa che uscirà un piccolo nigga incazzato e con un'atavica voglia di pollo fritto. 

Torno.

Metto le cuffie.

Attacco Propoganda.

Mangio il pollo.

Con le mani.

Io!

La piccola, fragile e tenera panzerotta, afferro il pollo con le mani e lo divoro senza battere ciglio, aiutandomi con le dita ad estrarre le fibre dalle fughe tra i denti. 

E' proprio vero che la maternità ci cambia, perdincibacco. Solo che, nel mio caso, è evidente che il cambiamento è decisamente peggiorativo.

amen. 

sabato 31 luglio 2021

V-day

 

Finalmente, dopo lunghe analisi da talk show, la novantaduenne matriarca ha deciso di inocularsi.

Indossate mutande e canottiera buone.

Ravviati quei capelli color melanzana punk.

La si adagia, come una statuetta di sottilissima porcellana, nella nove-giaris.

-          Hai paura?

-          Niente fa più paura di perdere una figlia

E non c’è pathos, non c’è vittimismo, non c’è neanche rabbia.

C’è solo una limpida consapevolezza straziante.

La matriarca novantaduenne è saggia.

Lei lo sa che l’unica paura degna di esistere, è quella di perdere le persone.

Tutto il resto si aggiusta, si ricostruisce, si cicatrizza, si sconfigge, si ignora.

venerdì 7 ottobre 2016

the fur.

Io sono pelosa. È una cosa di cui mi vergogno da quando ho 3 anni, perché prima evidentemente non mi rendevo conto di essere ricoperta da un morbido strato di pelo, o v u n q u e. Forse sarei andata avanti a non rendermene conto, ma, oltre ad avere la fortuna di portarmi addosso visibili segni della mia provenienza etnica, ho anche avuto quella di avere un fratello maggiore spudoratamente biondo e liscio in ogni sua parte. Questo mio fratello mi proibiva di avvicinarmi a lui in cortile d’estate perché si vergognava di essere così liscio e biondo rispetto a me che sembravo un piccolo e morbido roditore guanciuto. I miei compagni di classe mi prendevano in giro perché avevo i baffi più virili di loro. Una volta ricordo che mi ero messa a piangere per questo, avrò avuto 12-13 anni ed ero il terrore della scuola. Sapevo prendere in giro con pungente ironia e noncuranza chiunque, per qualsiasi cosa. Sguazzavo nella mia posizione di cinico giullare autoironico. Autoironico su tutto tranne sulla mia lana, probabilmente perché era una cosa di cui mi vergognavo davvero. Sapevo prendermi in giro per qualsiasi cosa tranne questa e poi boooommm. Qualcuno ha notato il folto vivaio sotto il mio naso. Era una delle due volte nella mia carriera scolastica in cui ho pianto in pubblico. Ricordo anche che la professoressa di storia ha insistito finché una delle mie amiche non le ha confidato il motivo dei miei occhi rossi. Poi la professoressa ha costretto i due personaggi a scusarsi con me in privato. È un episodio che ricordiamo sempre nelle nostre rimpatriate ubriache. Era un avvenimento storico: la m che dimostra di essere fragile… sì, una volta avevo dei gran coglioni, ma poi mi sono caduti.
Continuavo a scassare la minchia a mia madre affinché mi lasciasse intervenire su questo disastro, ma lei si rifiutava, perché, ingenua illusa, sperava che crescendo il mio corpo si sarebbe accorto che sono una cucciola d’uomo e non di uno yeti ed i peli sarebbero caduti improvvisamente ed autonomamente.
Non accadde.
Poi una sera eravamo andate a trovare degli amici e tornate a casa, di sua spontanea volontà, mi ha proposto di strapparmi un po’ di carne viva con la cera. Ho quasi la certezza che sia stata la sua amica a suggerirle la mossa, fosse per lei sarebbe ancora illusa del fatto che un giorno crescerò ed i peli cadranno miracolosamente (ora non aspetta più la caduta dei peli, ma ha ancora delle ingenue speranze sul fatto che io possa in qualche modo crescere).
E fu lì, all’età di circa 13 anni, che iniziò la mia lotta contro i peli superflui. Ci sono stati anni di ceretta casalinga con cui puntualmente mi scottavo la faccia e poi andavo in giro con due orribili croste al posto dei baffi. Nella mia mente credevo che continuando a scottarmi, un giorno la pelle avrebbe smesso di produrre la lana. Non accadde.
Poi ci fu un periodo di decolorazione del pelo. Mi tingevo le basette, la barba e i baffi di quello che doveva rendere la lana invisibile e come risultato ottenevo un effetto molto punk: capelli scuri e barba di un giallo paglierino.
A 18 anni ho intrapreso un lungo e dolorosissimo ciclo di depilazione con l’ago elettrico. Per chi ha la fortuna di non doverlo sapere: è un sottile ago che viene infilato in ogni bulbo pilifero, viene fatta passare la corrente elettrica per uccidere il bulbo e poi per almeno 3 settimane si ha una bomba atomica esplosa in faccia. Finito quel dolorosissimo ciclo mi sono liberata per la maggior parte delle basette e di una buona percentuale di baffo. Rimaneva il pizzetto, il collo e qualche spavaldo quanto inaspettato pelo qua e là.
Dai 19 ai 22 anni sono tornata alla buona vecchia ceretta, con conseguenti scottature in viso e rovina dell’effetto dell’ago elettrico, facendo ricrescere parecchia della flora sterminata dalla corrente elettrica.
Dai 23 ai 28 anni mi sono lanciata sulla luce pulsata che pareva promettere miracoli senza infliggere dolore e senza irritare la pelle. Il miracolo non accadde. I motivi per cui ero andata avanti erano: 1. L’ago elettrico costava di più e praticamente nessuno lo faceva 2. Era molto meno doloroso 3. Non avevi la distruzione nucleare in faccia per le 3 settimane successive.
All’alba dei 29 anni mi sono rotta il cazzo di buttare via soldi senza avere risultati e sono tornata all’ago elettrico: tortura ancora eseguita da un’unica estetista di Verona. Una certa sig.ra C di un’età indefinita tra i 70 e i 90 anni, la quale promette che entro l’estate risolveremo la questione.

Ora. La cosa più buffa in tutto questo è che ieri, mentre tornavo a casa con la faccia ed il portafoglio in fiamme, mi sono domandata: e se fra qualche mese, per effetto collaterale di una qualche altra possibile cura, mi dovessero cadere tutti i peli e i capelli? È una possibilità non troppo remota. Cosa ne penserò? Aver lottato contro un fenomeno naturale, una natura selvaggia che si impossessava della mia pelle, per poi vincere in modo così triste. Ho pensato che potrei chiamare mia madre e dirle che il miracolo è accaduto: i peli sono andati via, sono cresciuta! Ma ci ho ripensato, sarebbe troppo crudele. 

lunedì 6 giugno 2016

tragica di una ragazza tragica.

Continuo a farmi domande sul senso della mia vita. mi investono nel momento in cui suona la sveglia alle 5.55 del lunedì. Mi domando il perché di tutto questo, il per cosa, il come mai sono arrivata a questo. Mi domando se mi sto semplicemente autoassolvendo motivando questa vita col fatto che mi ci sento costretta dalle aspettative di chi ha investito un’intera vita in me. Mi domando se questa mia mediocrità, se questo mio essere un piccolo pezzo dell’intricato mosaico capitalistico sia perdonabile. ho sempre sperato di non diventare così, ho sempre sperato di poter fare quello che amo, di poter essere felice del mio lavoro. Ho sempre pensato che visto che bisogna per forza lavorare per vivere e che si passa la maggior parte del tempo al lavoro, allora che sia un lavoro almeno parzialmente soddisfacente. Che sia uno sbattimento, che sia fonte di ricche bestemmie, ma che dia un senso alle mie ore, che mi faccia stare bene. Io così non ci riesco. Ci provo, ma non ci riesco ad essere felice se vendo un forno o se firmo un contratto. Invidio la gente che ama vendere i forni, ma a me fa cagare. O meglio non mi fa cagare, però mi è del tutto indifferente. Se mi faccio la domanda globale tipo: sul serio, cosa vorresti fare nella vita? risponderei che vorrei viaggiare per sempre, o quanto meno fino a quando la salute me lo permette oppure vorrei avere tre figli, un cane, un ale, un piccolo giardino fatato e una piccola libreria piena di libri che abbiamo raccolto negli anni.
In nessuno dei due casi vorrei lavorare in un posto che vende forni o marchingegni simili. Non voglio vendere niente in realtà, non sono fatta per vendere. Vendere in tutti i casi prevede un’inculata. Anche se vendi viaggi o libri o traduzioni o.. si vende sempre ad un prezzo superiore a quello giusto. Quindi di fatto io vendendo inculo. Vabbè, ora non parliamo del nuovo ordine di economia globale che ho in mente. Parlo di me: faccio questo lavoro e non sto realizzando nessuno dei miei sogni. Né quello di lavorare in cooperazione, né quello di avere una famiglia, né quello di viaggiare. Lo faccio perché la mia famiglia si aspetta che io diventi una media borghese del cazzo, con una casa, una famiglia e un agio quotidiano. Io invece lavoro e basta. Non costruisco nulla, non sto andando da nessuna parte. Mi sveglio bestemmiando tutte le mattine per andare a fare una cosa che non mi piace e non posso neanche dire che mi sto sacrificando per un sogno. Mi sto sacrificando per niente. Solo per non dare dispiacere a chi mi ama che poi in fondo sono comunque dispiaciuti perché vedono che non è che io sia esattamente felice. Però il fatto che io non sia felice è colpa mia, perché ho il cervello montato storto, ho il vento in testa e non capisco cosa sia meglio per me. Evidentemente è meglio fare un lavoro del cazzo, vivere nella periferia industriale della pianura padana e pensare che forse un giorno avrò una famiglia e tutto questo sarà ripagato.
Mi sento intrappolata in un cerchio senza uscita. Spezzare il cerchio vuol dire spezzare il cuore di chi amo. Continuare a stare dentro il cerchio vuol dire spezzare la mia personalità, diventare via via più frustrata e insoddisfatta e, nel migliore dei casi, vivere per consumare cose di cui non ho bisogno fingendo di esserne felice. D’altra parte questo genere di ideologiche frivolezze mi sono possibili solo perché un minimo di agio ce l’ho. Perché fossi senza casa e senza cibo probabilmente sognerei di fare quello che faccio. Fossi una cooperante dovrei vivere con 800 euro al mese risparmiando un mese per fare un regalo per il matrimonio di un’amica. Il cerchio continua a stringersi intorno a me. L’unica salvezza morale che vedo è quella di poter tornare dal lavoro e affondare la faccia nel profumo del mio ale e anche questo pare del tutto impossibile.

Ora. A me è sempre stato detto che sono una persona con i coglioni, che sono decisa e agguerrita contro i problemi. Io ho sempre pensato di essere incredibilmente vulnerabile e spaventata. Alla fine la vita dimostra che le palle ce le ho… o quanto meno una volta le avevo. Quindi qual è il problema? Perché non riesco a prendere in mano la situazione? È davvero così grande la paura di spezzare il cuore di mia madre? È davvero così grande la responsabilità della sua vecchiaia? Sì. Evidentemente sì. Perché i coglioni li ho solo per me, ma quando ho addosso anche la responsabilità per altra gente non riesco ad essere abbastanza decisa da rischiare il tutto per tutto. Quindi avanti gente, comprate un’impastatrice con cui produrre i biscotti senza glutine, senza uova, senza farina, senza anima, senza che qualcuno sfiori l’impasto con le mani. Avanti, signori, comprate impastatrici, biscotti, cracker, ingozzatevi e non pensate all’unica vita che ci è stata data, in un mondo che sta andando a puttane e che noi sprechiamo per svegliarci alle 5.55 per fare un lavoro che ci fa schifo, per vivere una vita che ci fa schifo, sognando cose che non abbiamo il coraggio di raggiungere, passando la vita a cercare di sottostare alle strutture sociali, ad essere come il mondo ci vorrebbe, a guardare la tv la sera, scuotere la testa leggendo i quotidiani… avanti signori, perché non praticare un suicidio di massa? Si risparmierebbe solo tempo ed il pianeta ce ne sarebbe eternamente grato. 

mercoledì 1 giugno 2016

il primo giugno dell'anno bisesto

Siedo piena di doni. è un mercoledì prima di quattro giorni di lunghe dormite e risvegli pieni di lunghi stiracchiamenti nel letto e lunghe letture nel sole. Un montatore mi ha portato delle bocche di leone. Una commerciale mi ha portato tre rose che profumano come la bulgaria. Un ragioniere mi ha portato mirtilli e lamponi e un altro ragioniere 7 ciliegie mature. amata e coccolata. Ho un moroso bellissimo e spettacolare e va tutto in una maniera spaventosamente bella.

Ma poi arriva il corvo dalle ali nere e mi porta via tutto il bello che ho. E mi arrabbio perché qualcuno, un paio di ali nere mi possono portare via tutto il bello che ho. Tutto l’amore che mi circonda e tutto l’amore che ho dentro. Me lo portano via con le migliori intenzioni... sto cercando un algoritmo che mi aiuti a risolvere questa situazione, ma non lo trovo. L’unica soluzione è quella del fu mattia pascal: fingersi morta e ricominciare a vivere sotto mentite spoglie. Inizio le giornate piangendo. Un po’ di gioia e un po’ di merda ma alla fine la domanda resta sempre… e io devo rispondere e devo rispondere in fretta e ho rabbia e paura e ogni tanto vorrei spararmi in bocca ed è una cosa contrastante e però non è bello essere felici ed essere costretti ad essere invece infelici e dover per forza piegarsi alle ali del corvo. Perdincibacco. 

lunedì 30 maggio 2016

rainbow warrior

sono decisa ad allontanare le persone negative dalla mia esistenza.
ma come faccio se le persone più negative della mia vita sono esattamente le persone a cui voglio più bene?

giovedì 31 marzo 2016

rose e rosari

Per me è quasi scontato che la gente capisca con un solo sguardo che sono profondamente atea e soprattutto furiosamente incazzata con le religioni istituzionalizzate, che sogno la distruzione totale della chiesa cattolica, non sopporto i cattolici, non sopporto i valori cattolici, non sopporto il perbenismo cristiano e in sostanza odio tutti. A me la cosa sembra scontata, mentre, a quanto pare, per il resto delle persone non lo è.
In effetti traggo anche un po' in inganno.
Oggi, ad esempio, sul collo mi ciondola un medaglione con una croce stilizzata in smalto. E' un regalo. Un regalo molto importante per me, realizzato a mano dai ragazzi di strada di un centro di recupero in Georgia. Fatto da ragazzi che ho visto crescere, con cui sono cresciuta. Poteva anche essere una svastica, probabilmente me lo farei comunque ciondolare dal collo periodicamente.
A proposito di svastiche, ho da tempo sviluppato un pensiero parallelo rispetto alle croci. Nel senso che se a me la croce fa nausea nella sua simbologia, per quello che rappresenta, per i danni che ha causato, per lo schifo che fa, per la strumentalizzazione lunga secoli, per le crociate, l'inquisizione, l'umiliazione, gli indios, l'Africa che viene indottrinata per non usare preservativi e morire di aids, per la pedofilia, il riciclaggio di denaro, per costrizioni ortodosse, per aver sventrato, rovesciato, rincoglionito i vangeli, per non praticare quello che predicano, per tutto questo e molto altro, per me la croce è uguale alla svastica... perché se la svastica nella sua simbologia induista/buddhista è un simbolo positivo, smerdato poi dal nazismo, anche la croce è un simbolo positivo di base, ma totalmente smerdato dalle varie correnti del cristianesimo.
Autoassoluzione quindi nel portare la croce nonostante il totale rinnego del cristianesimo: la croce è un bel simbolo, in fondo.
Avevo una compagna all'università che portava imperterrita una borsa (di quelle di stoffa da bancarelle che noi della facoltà di sociologia portavamo in massa, conformandoci all'anticonformismo) con stampe della svastica e non vedeva l'ora di essere canzonata per poter aprire un lungo dibattito sul vero significato del simbolo. La stessa cosa varrebbe per la croce, se non fosse che è molto più socialmente accettata e generalmente non provoca una reazione aggressiva e di conseguenza non si presta come terreno fertile per dibattiti. Uno che indossa una croce, quindi, è automaticamente considerato cristiano praticante e stop, a ognuno le proprie considerazioni personali. Il cristianesimo, nonostante secoli di schifo, è riuscito a farsi accettare dai più, come una condizione tradizionalmente normale. Non condivisa da tutti, ma da tutti rispettata.
Tutto questo per dire che:
Stamattina, nel mio piccolo regno odorante di rose portate dal nostro pittoresco armeno libanese, è capitato un montatore che doveva andare nella nostra officina a smontare qualcosa. Prima che arrivasse il capo officina è passato del tempo e il personaggio mi è rimasto a pindolare davanti al bancone mentre io mi facevo allegramente i miei noiosissimi cazzi. Ad un certo punto, il capo officina è arrivato e si è portato via il montatore, il quale montatore, prima di andarsene, ha detto un "complimenti, per tutto". Io, nella mia vanità di ragazzina, abituata a stare in mezzo alla carestia da figa, ho sorriso con tutti i miei grossi e ormai ingialliti dentoni, pensando che quel "per tutto" fosse rivolto al fatto che la mia attività assomiglia a quella della dea Kali della moderna zona industriale, con un telefono per orecchio, una penna in bocca ed un'elica nel culo.
Smontato lo smontabile, il montatore ritorna per consegnare il badge. Nel gesto di consegna del suddetto badge, mi infila in mano qualcosa che ho visto essere azzurro e subito ho pensato a delle caramelle e invece.
Invece era un rosario azzurro di plastica.
E sсomparve il montatore lasciandomi nel più totale degli sgomenti.
Ecco, sono tutt'ora scossa da tutto questo, ma ora si pone un altro problema: cosa me ne faccio? Voglio dire, nonostante la mia totale assenza di religiosità, un minimo di retaggio ce l'ho ancora e buttare via simboli più o meno sacri mi sembra quanto meno irrispettoso. Cosa faccio? Già sto perseguendo una politica di minimizzazione oggettuale in previsione dell'imminente trasloco. Ok, un rosario non occupa molto spazio, però, un rosario più una cartolina più un peluche più un cd vecchio alla fine fanno volume. Al di là di questo, fosse almeno un oggetto esteticamente bello forse lo terrei, ma è terribile, probabilmente prodotto in Сina da lavoratori sfruttati che hanno maledetto quel Gesù di plastica azzurra. D'altra parte, "dimenticarlo" in treno, ad esempio, mi sembra controproducente perché è un po' come fare del proselitismo non invasivo. Vabbé che uno se non è credente, non è che trova un rosario in treno e inizia istericamente a pregare a cazzo, se invece uno credente lo è già, sicuramente ha in casa svariati rosarietti, magari anche quelli di legno di rosa (che a me piacevano un sacco, li aveva mia madre) o di variopinti cristalli super kitsch. L'ultima volta che sono stata a Roma era un carnevale di rosari, che devo dire, messi tutti insieme e perso ogni significato religioso, sono piacevoli allo sguardo (almeno al mio, che a detta del mio ragazzo, sono come gli indios che impazzivano alla vista di vetri colorati).
ok, mi è diventato un flusso di coscienza questo shock religioso.
vado a produrre. 

martedì 15 marzo 2016

Le 7 regole del convivio in Georgia


La Georgia è: vino e spiedo, eloquenza ed ospitalità. Desideri capire una persona? Mettiti a tavola con questa. Siamo andati a Tbilisi, ci siamo seduti a tavola con il tamada ed abbiamo accertato che i georgiani conoscono un modo per fermare il tempo ed allungare sensibilmente la vita.

                                Foto: Razhden Gamezardashvili


Il convivio georgiano è un rituale mistico, nato nell'amore. La parola chiave qua è proprio “l’amore”. La natura trasuda amore, l'aria è impregnata d’amore, lo spazio è carico d’amore. Si percepisce l’amore in ogni brindisi pronunciato durante il convivio. Nel modo in cui il tamada Luarsab Togonidze muove delicatamente il bicchiere tra le mani prima di fare un sorso. Nel modo in cui guarda la moglie Nino, la quale gli ha regalato cinque figli.

Il tamada Luarsab Togonidze soppesa ogni parola. A proposito, il brindisi al tamada, fatto durante il convivio, si considera l’ultimo. Successivamente tutti se ne vanno o scelgono un nuovo tamada.


Luarsab è un montanaro barbuto e possente, sui due metri. Sua moglie Nino è una mora minuta. “Ho incontrato Nino nel 1997. Naturalmente durante un convivio al matrimonio di un amico in comune”.
A Tbilisi, Luarsab è un personaggio leggendario. E non solo grazie ai brindisi… in realtà non esiste la professione del “tamada”. Il convivio celebrativo viene condotto per vocazione o su richiesta degli organizzatori. Ovviamente a titolo gratuito. L’attività principale di Togonidze è confezionamento e commercio di costumi nazionali, con i modelli restaurati in base alle esposizioni dei musei e vecchie fotografie. Inoltre, Luarsab interpreta splendidamente le litanie ecclesiastiche ed è proprietario di diversi ristoranti. Ha quindi sufficiente conoscenza ed esperienza da condividere con il prossimo. Naturalmente, a tavola.



A detta di Luarsab, nell'atmosfera del convivio è presente una magia invisibile, creata dal buon vino e dalla buona compagnia, che permette all'uomo di aprire il cuore. Tra le persone riunite deve regnare amore e amicizia, altrimenti la festa è impossibile, per quanto possa essere bravo il tamada. Perciò, ogni brindisi termina con un generale esclamazione “Gaumargios!” – augurio di vittoria a tutti i presenti. Intorno alla tavola georgiana tutti sono equi, come di fronte a Dio. È per Lui che si pronuncia il primo brindisi. Sempre

AllAltissimo


“Quando il Signore stava distribuendo le terre tra gli uomini, i georgiani si stavano godendo una tavola imbastita, bevendo vino e mangiando carne allo spiedo. Non avevano tempo per partecipare alla frenesia generale. Quando la distribuzione è terminata, i georgiani si sono trovati senza il loro pezzo di terra e il Signore ha deciso di dare loro il giardino che aveva riservato per Sé”  dice Luarsab Togonidze con voce orgogliosa.

Ogni tamada ha una struttura chiara ed universale dei discorsi celebrativi. Il vero tamada però deve saper apportare al brindisi qualcosa di personale, appartenente alla sua esperienza, metterci il suo amore. Luarsab, come la maggior parte dei suoi connazionali, ha un rapporto speciale con Dio.

“I miei parenti lodavano il Signore a tavola anche ai tempi sovietici, quando la religione era perseguitata. Il convivio storicamente è la continuazione della funzione religiosa, mentre il vino simboleggia il sangue di Cristo. Per noi è una bevanda sacra. Il vino non si beve per ubriacarsi. Tra i georgiani l’ebbrezza è considerata una vergogna! Il vino ci permette di toccare le nostre rinomate tradizioni. Gaumargios!”


IL FAMOSO VIAGGIATORE

Alexandre Dumas. Caucaso
...Alla nostra sinistra v’era la Kakhetia – questo giardino del Caucaso, questo vigneto della Georgia, dove producono un vino che rivaleggia con quello di Kizlar e potrebbe rivaleggiare con quello francese, se i nativi sapessero produrlo e soprattutto conservarlo come si deve. Lo versano in otri di capra o bufalo e dopo un certo periodo di tempo questi donano al vino un sapore particolare, apprezzato, dicono, dagli intenditori, ma disgustoso a parer mio. Il vino che non viene versato negli otri di capra e bufalo, viene distribuito in enormi anfore di terracotta, che vengono sotterrati, proprio come gli arabi sotterrano il pane di frumento, in una sorta di buche delle biade. Qua ricordano ancora come sotto i piedi del dragone russo è crollata la terra e, caduto sull'otre di terracotta, è annegato come Clarence nella botte di malvasia...




Alleternità


Esiste una leggenda sugli emigranti georgiani che sono rimasti a lungo in un ristorante parigino. Gli ospiti si succedevano e alcuni di loro, prima di andare via, chiedevano ai camerieri l'identità di queste persone. I camerieri rispondevano “Ah, sono i georgiani, ora loro non hanno la percezione del tempo…” Effettivamente, per un convivio georgiano non esiste il concetto del tempo! Quando ci sediamo a tavola, le lancette degli orologi si fermano.

Durante un convivio georgiano sono sempre presenti coloro che “ci hanno lasciato”. È per questo che qua, ricordano i defunti (brindisi indispensabile, indipendentemente dal motivo dell’incontro), si usa far tintinnare i calici: perché loro sono vivi, finché c’è chi li ricorda e li ama. Alla fine tutti  si incontreranno prima o poi e, sicuramente, si metteranno a tavola.
“Ho avuto più di una volta una sensazione metafisica – dice Luarsab – stai seduto a tavola per sette-otto ore senza rendertene conto. I brindisi, i canti, l’energia incantano, ipnotizzano. È paradossale, perché sei conscio del fatto che la vita è molto breve... Beviamo per coloro che non ci sono più, perché con la loro dipartita anche tu, inevitabilmente, diminuisci. Gaumargios!…"

  La Georgia si è convertita al cristianesimo all’inizio del IV secolo. La Vergine Maria è considerata la Protettrice del paese.


Alla generosità della terra


“…Ma la terra sa rendere, allo stesso modo in cui toglie. Soprattutto una terra fertile come in Kakhetia! (Questa regione all’occidente della Georgia, famosa per la sua antica storia vitivinicola, è spesso chiamata il Bordeaux del Caucaso n.d.r.)  Una volta, con un amico, stavamo parlando sul perché di così pochi uomini famosi originari della Kakhetia e siamo giunti alla conclusione che la terra qua regala ai nativi ogni ricchezza in abbondanza, per questo nessuno si affanna per spostarsi nella capitale, nessuno si fa in quattro per raggiungere qualcosa e distinguersi. Credo che i vinaioli confermeranno le mie parole.

Per mantenere una comunicazione dinamica a tavola, il tamada sceglie spesso qualcuno per un alaverdi – la continuazione del brindisi iniziato. La persona che riceve la staffetta sviluppa il tema precedente. Questo non è un compito difficile per l’amico di Togonidze, il vinaiolo Iago Bitarishvili, produttore di vino secondo le antiche tradizioni.
“Non mi considero un vinaiolo. Semplicemente aiuto la natura a generare il vino! La natura non si può ingannare. Un mio amico, quando studiava a Mosca ancora ai tempi sovietici, andava a raccogliere le patate. Il loro lavoro veniva ritirato da un vecchio quasi cieco, così raccoglievano un solo sacco di patate e lo porgevano al vecchio a turno, mentre lui annuiva soddisfatto... lo racconto per dire che si possono ingannare sia l’uomo che il sistema, ma non la terra... da noi si dice: “un uomo cattivo non farà un buon vino”. La qualità del vino è un test di umanità." 

 



Il tradizionale pane georgiano shoti  si cuoce in forni tondi costruiti con mattoni ignifughi. Esiste una credenza, per cui il pane ama quando si canta mentre si impasta. Solo così viene croccante e fragrante.


L’uva raccolta viene lavorata nel marani – un locale apposito. Inizialmente i grappoli si pigiano con i piedi nel satsnakheli -  una pressa scanalata in un tronco massiccio di legno di conifere. Questo è il metodo più  delicato perché lascia intatti i semi d’uva, permettendo di escludere l’indesiderato sapore amaro nel vino. Il succo spremuto nella pressa viene versato nei qvevri - recipienti ovoidali sotterrati  con capienza fino a 2000 litri, per fermentazione, invecchiamento e successiva conservazione. Il posizionamento del qvevri permette di raggiungere una temperatura stabile di 14° C: ottimale per la conservazione di prodotti alcolici. In tante famiglie georgiane, si fa tutt’ora il vino con questo metodo antico. Con l’uva di un raccolto, Iago produce circa 1200 bottiglie, le quali sono dirette in piccole enoteche europee, statunitensi ed anche giapponesi. A proposito, l’esportazione del vino georgiano in Europa è iniziata, a detta di Luarsab, nel XIX secolo circa.  
“Ai tempi iniziarono ad esportare i vini di Mukhrani in Francia. Inizialmente non erano molto popolari presso i ristoratori del posto. Allora il principe Bagration di Mukhrani ha inventato un trucco: studenti georgiani vestiti di tutto punto andavano nei ristoranti e con denaro inviato dal governo facevano lussuose ordinazioni chiedendo di servire vini di Mukhrani. Quando venivano a sapere dai camerieri che i vini non facevano parte della cantina, i misteriosi ospiti pagavano e, senza aver toccato le pietanze, se ne andavano con una scenata d’effetto. È stato così che i ristoratori hanno dovuto ampliare la loro carta di vini. Beviamo dunque alla generosità della nostra terra! Gaumargios!"
 

Prendere il toro per le corna

È raro incontrare una così vasta varietà di artefatti per bere come in Georgia

 1. ASARPESHI — coppe basse e tonde con lungo manico piatto, nella forma ricordano il mestolo.



2. KULA — recipiente chiuso in legno con collo lungo e basso. Durante l’uso batte come un tamburello. Si pensa che gli uomini georgiani si caricassero prima delle battaglie grazie ai kula.



  

3. AKVANI — recipiente a forma di culla in ceramica, contiene circa mezzo litro. Con questo vaso si beve alla nascita di un bambino.









  

4. KARKARA — recipiente metallico sferico dal collo ricurvo consistente di tre tubi attorcigliati.











 

5. CINCILA — piccola brocca contenente circa un calice di vino. 










 6. KANTSI — corna di varie dimensioni, generalmente decorate con applicazioni in argento. Il più grande viene di solito fatto girare intorno alla tavolata. 




  
7. TASI— coppa semisferica senza manici.







Agli ospiti
“In Georgia esiste una tradizione: durante il convivio si fa sempre una riserva per ospiti casuali: noi aspettiamo sempre amici nuovi! È vero, non tutti venivano da noi con il cuore aperto e buone intenzioni… ma questo non ha mai cambiato il nostro approccio agli sconosciuti.” 



 Dai georgiani si usa bere fino in fondo “Al Signore”, “Alla Patria”, “A chi non è più con noi”. Nel resto dei casi si può semplicemente fare un sorso e rimettere il calice sul tavolo. 



Ogni ospite è una festa per i padroni di casa. Si affrettano a mettere in tavola il meglio che hanno. Dopo il lobio (fagioli in salsa di noci), sazivi (pollo in brodo di noci) e khachapuri (focaccia con formaggio) appaiono i kebab (roll di carne macinata con spezie ed erbe fresche) avvolti nei lavash (pane sottilissimo), carne cotta su carbone, gli scottanti khinkali (grossi ravioli con carne speziata ed erbe fresche), i fumanti dolma (involtini di carne macinata in foglie di vite). Si espone il vino. Tanto vino. E ogni vino dispone di un carattere individuale. I georgiani lo assaggiano ed attendono che faccia effetto. Dopo tre calici se ne può comprendere l’intensità.
 Un amico russo di Luarsab, essendo in visita a Tbilisi, è entrato in casa di georgiani: gli avevano chiesto di riparare il televisore. Nel mentre, la moglie del padrone di casa ha iniziato ad apparecchiare la tavola. Presto hanno iniziato ad arrivare i vicini di casa che hanno saputo dell’ospite. Alla fine sono stati a tavola tutta la notte e il televisore non è nemmeno stato riparato.
“Abbiamo una credenza straordinaria: il tempo che si passa comunicando con gli ospiti, non viene calcolato nel conto della vita. In questo modo, ogni ospite è prezioso, perché senza saperlo ci prolunga la vita! Gaumargios!”



Ai figli

“La nostra vita è prolungata anche dai figli. Secondo la saggezza popolare georgiana, la vera scuola per i bambini è la loro famiglia! La cosa più importante è che gli “insegnanti” siano buoni, severi e giusti, mentre le “lezioni” diventino una festa.”

Un bravo tamada è un perfetto oratore, capace di sentire e trattenere il pubblico, conosce la giusta misura nel canto, nella burla e nelle disquisizioni filosofiche. Il suo compito è creare uno spirito di unità nella compagnia. Non è una cosa facile da imparare. Si diventa tamada un poco alla volta, assorbendo a tavola la saggezza dei grandi fin dalla tenera età ed imparando a comprendere il vino.

“Durante il convivio di famiglia i bambini possono vedere tutti i parenti. Tutte le cose più importanti le apprendiamo a tavola. Avevo circa quattro anni quando ho assaggiato il vino per la prima volta, facendo il mio primo piccolo sorso. Grazie a questo gesto mi sentivo parte della famiglia. I parenti mi hanno sempre trattato alla pari e mi hanno sempre ascoltato come se fossi uno di loro. Riflettevamo insieme: convivio significa sempre dialogo. Uno può esprimere la propria opinione, senza però provocare un litigio. Ci troviamo tutt’ora nella casa di mio padre nella gioia e nel dolore e il vino ci aiuta a risolvere i problemi, toglie lo stress, addolcisce il cuore. In Occidente, gli psicoanalisti inventano terapie di gruppo e diversi altri metodi, mentre a noi tutto questo non serve. Tutti i problemi si risolvono in famiglia a tavola! Mio figlio ha cinque anni, è tutto suo padre: vuole sempre pronunciare discorsi. Sono i nostri figli a dover continuare le tradizioni del convivio georgiano, della nostra terra. Gaumargios!” 


La patria del famoso vitigno “Saperavi” è la valle di Alasani, una regione unica della Kakhetia con condizioni naturali uniche

Alle madri

“Abbiamo dovuto combattere molto, tanti uomini cadevano in battaglia. È per questo che la donna in Georgia è considerata la personificazione della forza sacra, della vita stessa, della sua continuazione…
Ad esempio, io ho la laurea in economia ed alcuni ristoranti, ma sia gli affari che la famiglia stanno in piedi grazie a Nino! Tutto questo esiste solo grazie alla sua energia smoderata!
L’insulto peggiore per un georgiano è la mancanza di rispetto nei confronti di sua madre. Tutti i bambini crescono nell'infinita adorazione per la propria madre. Non a caso, uno dei più celebri simboli della città di Tbilisi è il monumento alla Madre Georgia, eretto sulla collina di Sololaki nel 1958, l’anno in cui la città festeggiava l'anniversario per i suoi 1500 anni.

La storia ricorda tempi in cui solo uomini potevano partecipare alle feste, o quando gli uomini e le donne si sedevano su lati opposti della tavolata. Ora, a tavola, stiamo tutti insieme. Si possono addirittura incontrare donne che presiedono la tavola, svolgendo il ruolo di tamada.

Ultimamente, tanti utilizzano i social per comunicare. Non vedono gli amici, ma solo le loro fotografie! Ma le persone devono avere un approccio fisico, c’è qualcosa di vivificante, di eterno in questo. È il nostro codice identificativo. È per questo che finché esiste la Georgia, esisteranno il vino ed esisteranno i brindisi! Gaumargios!”











Fonte: http://www.vokrugsveta.ru/article/199785/

giovedì 30 luglio 2015

Come perdere lavoro e moroso nel giro di un mese.

Siamo nell'era in cui vanno molto di moda gli elenchi. Le 10 cose che fanno impazzire gli uomini a letto. Le 15 domande che dovreste porvi prima di acquistare una mutanda a badile. Le 8 frasi che dovreste ripetervi prima di andare a cagare, ecc.
Ecco. Io non ho un elenco delle cose che bisogna fare per perdere moroso e lavoro nel giro di un mese.
Ma l’ho fatto. Quindi non posso proporvi una guida articolata al momento. Forse l’unica risposta sarebbe questa: ama alla follia il tuo lavoro e lo perderai. Ama alla follia il tuo moroso e lo perderai. Un’altra formula di altrettanto successo potrebbe essere: ama alla follia il tuo lavoro ma continua ad impuntarti sulle disonestà del tuo capo, e lo perderai. Ama alla follia il tuo moroso ma continua a chiedergli cose che nessun uomo al mondo può darti, e lo perderai. Ecco. Così mi sembra più completa come definizione. È stato semplice in fondo. Aspetti un uomo da due anni, lo conquisti e poi nel giro di un anno lo lasci perché non ti sembra innamorato quanto dovrebbe. Aspetti per tre anni di diventare capo area al lavoro, ottieni il posto e lo perdi perché cominci a dire al tuo capo tutto quello che sbaglia e dimostrargli il tuo disprezzo. Davvero, in fondo è semplice. Cioè è semplice anche in superficie. Basta pretendere sempre di più e si finisce per perdere anche quello che si ha.
In quest’aria umida e afosa e bollente, quello che mi servirebbe è un ghiacciato bagno di realismo e umiltà.
Ora, gli effetti collaterali:
1.       Perdita del lavoro: è stato abbastanza devastante, visto che sono stata sposata con questo lavoro per 4 anni e visto che ho scoperto per puro caso che verrò defenestrata. La sensazione prevalente era la rabbia. Per ora nessuna nostalgia. Tanta rabbia e voglia di picchiare il capo.
2.       Perdita del moroso: sono solo al secondo giorno quindi è un po’ più difficile definire la situazione. L’unica cosa che sento concretamente è la nausea e la mancanza di aria. L’unica cosa che riesco a fare bene è dormire per delle ore infinite per poi alzarmi gonfia in faccia e sgonfia nel cuore. In realtà il dormire bene è artificialmente supportato da goccioline sedative. Quindi non posso nemmeno spacciarlo per un mio successo personale.
La parte più strana per il secondo punto è che non riesco a parlarne. Ad esempio non riesco a dirlo a mio fratello. Mi viene da vomitare a pensare che devo dirlo o spiegarlo a qualcuno. Mi è già toccato con le amiche. Due volte. Entrambe le volte mi è stato detto che avevo ragione. Non per questo sto meglio. Entrambe le volte che ne ho parlato mi veniva da vomitare. Bisogna ancora dirlo ad un’amica, ad un altro gruppo di amici, alla madre, alla zia, alla cugina, al fratello, all’amica negli States, all’amica nei Balcani e poi bisognerebbe dirlo anche a me stessa. Forse la nausea è provocata dal fatto che nel momento in cui lo dico sembra più vero e soprattutto perché parlarne non mi aiuta perché non è che ci sia una soluzione. Bisognerà aspettare che la nausea passi. Che l’aria torni ad essere respirabile. Nel mentre ascolto Lou Reed, nuoto nell’umidità della bassa veronese, passo i giorni costringendomi a leggere senza capire una parola di quello che mi passa davanti agli occhi. Tranne quel capitolo che parlava di Istanbul. Perché mi piace farmi del male e ad Istanbul ci siamo andati insieme e mi immaginavo di leggerlo a lui. Ho provato con lo shopping terapeutico, appurato che non sono più in età da droghette ho pensato di provare con metodi consumisti delle ragazze della mia età. Non ha mica funzionato. È anche partita una canzone di quel tipo delle vibrazioni sull’estate e l’amore che lui mi aveva dedicato facendo chiare allusioni erotiche.
Quindi ecco. Stringere i denti e non scrivere nessun messaggino sbronzo o disperato o amorevole o finto errore di invio (questa poi è la peggiore delle versioni della disperazione umana: il messaggio “partito per sbaglio” è parecchio disgustoso). Stringere i denti, mordere il cuscino e non scrivere, non chiamare. Anche perché non è che mi prendi per il culo. Oggi mi molli e dopodomani mi dici che scherzavi. Dai, facciamo 65 anni insieme, sembra un po’ squallido come comportamento. Eppure.
Eppure.
Eppure.
Eppure in un mese è possibile sputtanare la propria vita. Ed è anche molto semplice.