giovedì 19 settembre 2013

308

Vivere delle vite d’altri. Vivere nei libri. È questo che ti rimane? La triste sorte della zitella intelligente? Quella che piaceva a un sacco di ragazzi ma poi non è mai arrivata alla fine di alcun rapporto?
Non ti fa ridere questa situazione in cui sei precisamente uguale a 10 anni fa? Precisamente uguale nella tua rabbiosa solitudine, come se stessi cercando di provare qualcosa a qualcuno? Come se fossi convinta che ora qualcuno vede come sei arrabbiata e ti manda subito la salvezza. Nessuno ti salverà ... nessuno si prenderà la briga di salvarti.
Tu sei persa. Persa.
E non hai nemmeno il talento di Bukowski.
Morirai senza lasciare traccia. Né genetica, né sentimentale. Nessuno ti amerà al di fuori della tua famiglia... (che tra l’altro non ha altra scelta).
Bella lì.

yko



Ti dedico tutte le mie lacrime. Ti dedico la mia solitudine. Ti dedico il mio dolore, se serve. Se solo servisse a farti salvare. Se solo servisse a far accadere il miracolo. Se solo servisse a risucchiare il male dal tuo cervello per assorbirlo nelle ali morbide della mia tristezza... staccarle dalle mie spalle e farle volare via. Far volare via le cellule cancerogene dal tuo cervello. Se solo potesse servire. .. è l’unica cosa che posso fare per te. Senza farla. Ma mi piace pensare che ti mando l’energia positiva senza che tu lo sappia, da un posto lontano, in una lingua sconosciuta. Ho ancora lo spigolo del tuo gomito impresso nella mano. Cristo, perché a te? Perché non a me? Perché non a mio padre ma a te? Te... che mi hai fatto ululare di voglia per dei giorni.
Ti sembra giusto che ti prendi la tragedia tu e non io che sono nata per la tragedia?
Io davvero credo nel miracolo. È talmente una botta questo tuo tumore che credo che succederà un miracolo. Magari poi crederai in dio o in krishna, ma che importa? L’importante è che tu viva. Senza di me ovviamente. Ma io ho già fatto l’amore con te. Sfiorandoti le labbra con un dito. Spogliandoti in silenzio. Spogliandomi in silenzio. Risucchiando il tuo tumore e accogliendolo nel mio grembro. E le ali bianche e soffici della tristezza sono diventate nere. Si sono staccate dalle mie spalle lasciando scie di sangue e carne sfilacciata e sono volate via nel cielo di Sofia e in alto sono esplose in mille piccole piume nere e sono scomparse nel nulla. Tu sei guarito e io me ne sono andata da brava eroina muta.
Ho acceso la candela per te. In un paesino sperduto dei Balcani. Ho guardato la vergine negli occhi e l’ho sfidata. Se non lo farà per te per chi mai potrebbe farlo?
Lo farà. E tu crederai in lei.
E io crederò in te.
Ce la puoi fare sole in faccia.
Ce la puoi fare.
Io no.
Ma tu sì.
Ce la farai.
Per favore.
Per favore.
Non morire.
Non morire per favore.

1 settembre 1993



Era forse uno degli anni peggiori della crisi. In famiglia. Nel paese. Niente cibo. Niente elettricità, niente gas, niente riscaldamento. Andavamo a dormire vestiti. Mangiavamo riso e patate nel migliore dei casi. 1 settembre 1993. Il mio primo giorno di scuola. Ricordo la camicia bianca con delle spille a forma di fiorellini sull’enorme colletto bianco con i bordi di pizzo. Ricordo la cartella colorata con dei dinosauri. Verde e rosa shock. Il tutto direttamente dalla Libia dove mia zia, allora ancora decisamente sana e piena di energia, lavorava come un mulo per poter mantenere noi e la sua famiglia.
Ricordo mio padre. Le sue labbra umide. Ricordo lui accucciato vicino a me, in ultimo banco con una ragazzina dagli occhi azzurri o verdi, profuga. Tenevo la cartella sulle ginocchia, avevo paura di appenderla sulla sedia perché mio fratello aveva detto che rubano. Le cartelle e quello che c’è dentro. Ricordo lui che diceva di appenderla e io che dicevo che no, che va bene così. Ricordo la maestra con il rossetto sui denti. Faccia compiaciuta di una donna di campagna. Ricordo l’odore della cera per il parquet. Ricordo la finestra dalla quale guardavo. Ero seduta nella fila vicino alle finestre. Ricordo il grumo, a quel tempo ormai abituale. Il grumo in gola che mi ha accompagnata per tutti i giorni dell’asilo. Il grumo dell’abbandono, il grumo della voglia di mia mamma.
20 anni fa andavo a scuola per la prima volta. Sapevo già leggere in due lingue. Abilità considerata quasi geniale dalla maggior parte degli occidentali ma abbastanza normale per i ragazzi della mia città. Ricordo Levan dagli occhi azzurri che ha chiamato la maestra “nonna” e le risate.
La scuola numero 155.
Oh quanto ho imparato nelle varie scuole della mia vita. Quante scuole.
Ricordo la sensazione di inappropriatezza. Di essere fuori luogo. Di essere in un posto dove tutti si sentono a loro agio mentre io vengo fuori da una famiglia disastrata. Con un nonno adorabile ma schizofrenico. Con una nonna pragmatica e antipatica. Con una mamma giovane e abbandonata che piange dalla disperazione.
Ricordo mio fratello che non veniva mai a trovarmi.
Ricordo che probabilmente una volta mi sono rotta le dita o un dito del piede e non riuscivo nemmeno ad alzare il piede dal male, ma non l’ho mai detto a nessuno.
Ricordo il freddo e lo scricchiolio del linoleum giallo della cucina.
Ricordo le piccole piastrelle rosse e gialle del bagno.
Ricordo i pezzettini di giornale ritagliati che usavamo come carta igienica.
Ricordo quando chiamavo il nonno per pulirmi il culo dopo aver cagato.
Ricordo le chewing gum LOVE IS che la mamma ci portava nelle giornate buone e che tagliavamo in due triangolini per me e mio fratello.
Ricordo i tasti freddi del pianoforte.
Ricordo gli esercizi infiniti e l’odore di legno verniciato del pianoforte.
Ricordo i suoni confusi che uscivano da ogni aula della scuola di musica.
Ricordo il negozio in cui la nonna andava a prendere il pane e ricordo il palmo della sua mano con su scritto un numero a tre cifre che indicava il suo posto in fila per il pane.
Ricordo i piccoli cartoncini di razionamento per il pane e per altri cibi.
Ricordo la voce di mio nonno che raccontava aneddoti di un passato remoto alla luce della lampada a cherosene.
Ricordo i pidocchi e le larve perlate che lasciavano nei miei lunghi capelli folti.
Ricordo la sensazione di imbarazzo perché ero sempre vestita con dei vestiti bruttissimi.
Ricordo me stessa con il palmo della mano aperta che indicavo allo specchio i miei 5 anni. 5 anni. Mi sembravano tantissimi.
Ricordo la prima barbie tarocca dai capelli rossi e il vestito rosso con una retina dorata e un fiore bianco sulla scollatura. Proveniente dalla lontana e calda Libia dove tutti stavano bene. La osservavo alla luce di una candela. E l’arrivo della luce elettrica sembrava un miracolo, ma sembrava tutto assolutamente normale, perché non avevo visto altro nella mia vita. Ricordo i diari che scrivevo in georgiano. Le minuziose descrizioni di giornate con quella velata sensazione di rabbia e invidia. L’invidia.  L’invidia per quelli che erano dei georgiani veri e non dovevano vergognarsi perché parlavano in russo a casa. L’invidia per quelli che avevano una famiglia con un papà e una mamma e nessun nonno che ti fa da surrogato. L’invidia per quelli che non dovevano sentirsi in colpa perché andavano in gita. L’invidia per quelli che avevano una famiglia relativamente normale. Per quelli che il fine settimana facevano delle cose divertenti mentre io stavo sempre a casa.
L’invidia.
Che poi si trasforma nell’odio. Ma la maggior parte delle volte tu credi che sia odio ma poi in realtà è sempre invidia. L’odio è invidia. Odi le persone che invidi.

facciamo che io ero la regina e tu il re



Ti va se giochiamo alla storia d’amore più bella del mondo io e te?
Ti va se quando vado in panico e mi sembra che la vita non abbia un senso tu arrivi e mi sfiori i capelli e mi dici che va tutto bene?
Ti va se quando hai mal di pancia io ti faccio una camomilla?
Ti va di venire al cinema con me?
Ti va di venire in Madagascar con me? E in America Latina?
Ti va di venire a bere un caffè con me?
Ti va se ti sveglio con l’odore del caffè e ti faccio solletico con i miei capelli sulla faccia?
Ti va di guardare un film con me anche se mi addormenterò entro mezz’ora e poi ti chiedo di raccontarmi il resto in dettaglio?
Ti va di raccontarmi come è stata la tua giornata al lavoro?
Ti va di mettermi la testa sulla spalla quando sei triste?
Ti va di non essere mai triste perché riesco sempre a farti ridere?
Ti va di sopportare le mie lune, i miei malumori, le mie gelosie inventate, il mio alito cattivo dopo una sbronza e il ruvido delle mie gambe dopo tre settimane che non mi depilo?
Ti va di cucinare insieme a me?
Ti va di essere geloso di me e guardarmi con occhi meravigliati e dirmi che sono la tua più bella del mondo?
Ti va se ti regalo un re di scacchi grande con inciso “tu sei il mio re” ?
Ti va di essere il mio re?
Ti va di avere un regno in comune con me?
Ti va di avere un regno grande come lo spazio tra la mia e la tua pelle quando saremo abbracciati sotto le lenzuola umide?
Ti va di avere dei figli insieme a me e prenderli in giro e fotografarli e sgridarli e prenderli in giro ancora e portarli a scuola e sbolognarceli a vicenda?
Ti va di lasciare il tuo odore sulle lenzuola?
Ti va di lasciare i peli nel lavandino quando ti fai la barba?
Ti va di stare un po’ in silenzio insieme mentre leggiamo e siamo appoggiati schiena contro schiena su un prato verde e le montagne intorno?
Ti va di spruzzarmi addosso l’acqua del mare mentre sto prendendo il sole?
Ti va se ti spalmo la crema sulle tue cicciosità?
Ti va se andiamo a casa tua e tua mamma mi fa vedere le foto di quando eri piccolo?
Ti va se ti racconto del mondo in cui sono cresciuta? E ti va anche di capirlo? E ti va anche di voler bene a tutte le cose che sono diverse da tutto il resto del mondo in me?
Ti va di ballare un lento con me in mezzo alla stanza buia e mettermi la faccia tra i capelli?
Ti va di toccarmi la punta del naso quando ho il broncio?
Ti va di capirmi anche quando non mi capisco nemmeno io?
Ti va se ti capisco anche quando vorresti che nessuno capisse?
Ti va se giochiamo a questo gioco insieme? Anche se durerà tutta una vita e anche se nessuno vincerà? Ti va di non voler vincere? Ti va di non giocare ma di amarci per davvero? Come solo noi potremmo amarci.. in un mondo che esiste solo nel nostro sguardo che si incontra in mezzo alla gente? Ti va di creare qualcosa che va al di là di tutti i libri, film, musica, pittura e natura? Ti va di dimostrarmi che tutto questo può esistere se lo vogliamo?
No.
Non ti va.
Non con me.
Io ti auguro che ti succeda un giorno con un’altra magari. Anche non con me, ma che ti succeda però... e me lo auguro anche a me. Forse un giorno succederà, probabilmente non con te.. ma ricorderò per sempre che queste cose le ho volute con te, anche se poi arriverà un altro a farle diventare vere.

FOCUS



Su Focus dicono che è molto probabile che tutti i nostri desideri si avverino in un universo parallelo. La cosa mi fa stare molto bene... e mi fa sorridere quando penso a tutte le volte che corro a vedere perché ha suonato il telefono, con il cuore in gola, pregando che per un qualche motivo ti sia venuta in mente e  puntualmente non sei tu... perché in un universo parallelo l’altra me parallela sorride all’altro te parallelo che le scrivi tutte le volte che lei vorrebbe che le scrivessi e perché in quell’universo parallelo quel tu parALlElo ama quella me parallela e sono felici. Siamo felici insieme in un universo parallelo. Sono felice per questo. Sono felice di sapere che se tutta la mia vita è vuota e andrà avanti di male in peggio non è sprecata, perché l’ho passata sognando ed ho creato una vita meravigliosa per quella me parallela. Vorrei che ne esistesse un’altra però... una che desideri le cose che poi succedono a me e io sono felice, perché non credo che qualcuno sano di mente possa desiderare quello che sto vivendo io. io ad esempio l’avevo desiderato da bambina ed ora lo sto vivendo. Infatti io da bambina non ero sana di mente. Sì ma ho anche desiderato un sacco di altre cose meravigliose che non si sono avverate. Ma quanto meno ci sono e forse vivrò ancora per un po’, invece yko in questo universo sta morendo. Mentre forse in quell’universo parallelo è guarito. Sì, sicuramente è guarito nell’universo parallelo perché io sono andata da lui e l’ho guarito e poi forse siamo stati insieme e forse no, forse ha continuato a vivere felice e miracolato e forse addirittura è tornato insieme a quella tipa dalla gonna di tulle impossibile da immaginare su una persona. Voglio credere che in un universo parallelo yko è felice, con chiunque, ma soprattutto sano e a gennaio andrà in Olanda a studiare. Mi piace pensarlo. Grazie Focus.