martedì 17 maggio 2022
LB
lunedì 16 maggio 2022
Il sale della vita
Si ride. Le risate salvano la mia famiglia da tempo immemore. Mi piace pensare che, anche i miei antenati si sganasciavano in Persia. Ridiamo in faccia alla morte, alle guerre, alla fame, alla nostalgia, alle assenze. Grasse, liberatorie, ciniche, taglienti risate. Ci amiamo insultandoci e prendendoci in giro. Non tutti lo capiscono. Ferisco un sacco di persone con la mia strana maniera di amarle. Non so esprimere l’affetto, se non attraverso gli insulti. Mi sento amata, quando presa per il culo e mi sento a disagio, quando mi si elogia. Siamo sempre stati parchi con la verbalizzazione. Sembra quasi di aver paura di dire “darei tutto per te”, sembra che qualcosa possa rompersi, se lo si dice. E le poche volte che si dicono cose belle, queste risultano scarne e gravi. Lo si fa solo in occasioni tragiche. Siamo una tribù di coriacei, le robe da froci non ci appartengono, eppure siamo mille volte più froci, fragili, vulnerabili e sanguinanti di quelli che sanno ammettere le proprie debolezze e i propri amori. Preferisco un morso ad un bacio. Preferisco un abbraccio al limite della frattura di costole, ad un ti amo. È sbagliato. Non deve essere così, non ne vado orgogliosa. Traggo la gente in inganno. Pensano che io non abbia bisogno di protezione, affetto e cura. Respingo l’affetto e poi ne ho un bisogno atroce. Ci vorrebbe un Nobel in strizzatura cerebrale per sciogliere i miei nodi. O forse mi sembra solo di essere complicata. Probabilmente sono semplicemente una ragazzina mediocre con dei traumi mediocri e con limitate risorse emotive per guarirli.
La mia tribù mi manca da strapparmi la carne e non sono capace di dirlo. Sono solo capace di dire “ma perché non ti anneghi nel cesso, perdio?”Morirò senza aver detto quanto ho amato. E ho questa paura enorme di essere l’ultima a morire. La sento come una maledizione. Gesoo mi punirà per le mie spine e mi costringerà a perdere tutti, prima di chiamarmi a sé.
Il sale della vita, eh?
martedì 3 maggio 2022
Bella Achatovna Achmadulina
L'addio
e in ultimo ti dirò:
addio, non vincolarti ad amare.
Sto impazzendo. Od elevandomi
ad un alto livello di follia. Come hai amato? Ti sei bagnato le labbra
con la perdizione. Non importa.
Come hai amato? Mandando in perdizione,
ma in una perdizione così maldestra. Oh, crudeltà del fallimento… non avrai
perdono. Il corpo è vivo,
e vaga, vede il mondo intero,
ma il mio corpo si è svuotato. La tempia ancora opera
una funzione ridotta. Ma mi sono cadute le braccia,
e in piccoli stormi sghembi,
scompaiono odori e suoni.
Прощание
А напоследок я скажу:
прощай, любить не обязуйся.
С ума схожу. Иль восхожу
к высокой степени безумства.Как ты любил? Ты пригубил
погибели. Не в этом дело.
Как ты любил? Ты погубил,
но погубил так неумело.Жестокость промаха… О, нет
тебе прощенья. Живо тело,
и бродит, видит белый свет,
но тело мое опустело.Работу малую висок
еще вершит. Но пали руки,
и стайкою, наискосок,
уходят запахи и звуки.
sabato 31 luglio 2021
V-day
Finalmente, dopo lunghe analisi da talk show, la
novantaduenne matriarca ha deciso di inocularsi.
Indossate mutande e canottiera buone.
Ravviati quei capelli color melanzana punk.
La si adagia, come una statuetta di sottilissima porcellana,
nella nove-giaris.
-
Hai paura?
-
Niente fa più paura di perdere una figlia
E non c’è pathos, non c’è vittimismo, non c’è neanche rabbia.
C’è solo una limpida consapevolezza straziante.
La matriarca novantaduenne è saggia.
Lei lo sa che l’unica paura degna di esistere, è quella di
perdere le persone.
Tutto il resto si aggiusta, si ricostruisce, si cicatrizza,
si sconfigge, si ignora.
lunedì 5 luglio 2021
sorella.
La sensazione di impotenza uccide.
Avevo questa certezza.
Una certezza che da sempre viene ripetuta e consolidata
verbalmente nella narrazione dinastica.
Lei è forte. Lei è l’unica sana di mente. Lei è razionale. Lei
sa gestire qualsiasi situazione. Lei è della Bilancia, lei soppesa. Eppure lei,
la più forte emotivamente, quella che non perde un colpo e non prende mai nulla
troppo a cuore, proprio lei, banalmente, è la più devastata da questa perdita.
Nessuno di noi, con tutta la buona volontà, riuscirà a
colmare il vuoto. Nessuno riuscirà ad alleggerire il dolore della perdita di
una mamma così figa. Lei si fissa con delle cose sciocche. Ripete, ripete e
ripete la stessa cosa centinaia di volte. Si sveglia tremando e non sapendo
dove si trova, si sente in colpa con le figlie che non riesce a cagare, esplode
di rabbia e lacrime per un oggetto spostato. L’idea di comprare un biglietto
aereo, un gesto quasi quotidiano, per lei diventa un’azione inaffrontabile. Non
riesce a riconnettersi con la realtà, con la sua routine. E io non posso fare
niente. Posso chiamarla, raccontarle i cazzi miei, posso distrarla, farla
ridere, posso anche volare da lei, baciarle le mani e le palpebre, cullarla fino
a farla addormentare, ma non sarò mai la sua mamma. Continuo a pensare che, forse,
non bisogna costruire rapporti troppo profondi con nessuno. Bisogna costruirsi
una bolla di vetro, dove le cose non penetrano, dove i sentimenti non sono
troppo forti, dove la mamma non sa di che colore era lo stronzo che hai
prodotto oggi, non sa chi sono i tuoi colleghi, non sa se tuo marito sa farti
venire, non conosce ogni millimetro di sviluppo delle tue bambine, non sa cosa
hai mangiato oggi e non sceglie insieme a te il vestito da mettere alla
riunione di domani. Una mamma che non ti invade, irritandoti, con i suoi
infiniti consigli sulla sistemazione di mobili, il colore delle tende, le
scelte educative delle bambine, la macchina da comprare. Serve una mamma che
stia bene o che muoia ad un certo punto, senza però lasciarti paralizzata in un
mondo che perde il suo colore più vivace. Ira era così. Era presente ovunque,
in gesti quotidiani, nelle scelte grosse, nelle scelte piccole, nelle paranoie,
ipocondrie, litigi, risate. Risate. Ci ha regalato troppe risate per pensare di
togliercele così di botto. Ci ha regalato troppo del suo odore per scomparire
così improvvisamente.
Ho sempre odiato la guerra. La guerra, per me, era il
peggiore dei nemici. Quella che toglie le persone amate senza permesso, quella
che distrugge la casa, porta via i progetti vita. Ora, credo di odiare di più
il tumore. È stato più devastante della guerra, più meschino, più subdolo, più
figlio di puttana. Non esiste una giustizia universale, ok. Non esiste un dio
buono, il dio amore, il dio misericordioso. Non esiste nulla, che non sia un
fottutissimo caso che ti porta via grosse fette di vita, strappandole insieme
alla carne, al cuore, al poco spirito che hai.
Vinceremo il dolore prendendoci per mano? Sarà sufficiente? Abbiamo
vinto guerre, nostalgie, chemioterapie, separazioni, tradimenti, abbandoni,
bugie, ma vinceremo contro la morte della più figa delle persone?
domenica 23 maggio 2021
volver
Ora bisogna proprio tornare.
Tornare a svegliarsi la mattina, rimandando la sveglia
almeno 4 volte e bestemmiando il Signore.
Infilarsi dei vestiti, smerdarsi qualche malta in faccia per
apparire meno verde, mettere in moto il canarino, ascoltare il Trio Medusa,
bestemmiare il Signore perché i semafori sono cronicamente rossi. Bestemmiare il Signore, perché sono in ritardo e non trovo parcheggio. Timbrare. Entrare. Sorridere.
Rispondere a domande sul perché sono scomparsa per più di un mese. Spiegare o
glissare, a seconda dell’interlocutore. Immergersi in telefonate, in accenti veneti
di varie provenienze, in accenti spagnoli di varie provenienze, in ipocrisie,
falsità, nel meccanismo del produrre-produrre-produrre.
Le giornate si allungano, i bar sono di nuovo aperti, ho un
sacco di persone da rivedere, un sacco di cose da fare.
Ma come sarà?
Come sarà non potersi telefonare per qualsiasi cazzata, non
ricevere video in pieno stile “vecchia zia scopre whatsapp”, non ricevere
messaggi in skype con domande sulla traduzione, non dover fare traduzioni di
deleghe di merda, non sentirsi sgridare, consigliare, insultare, non sentire la
squillante risata infantile interrotta dalla tosse. Come sarà?
Non saranno troppe le perdite?
Devo ancora riempire un vuoto e nel mentre se ne crea un
altro.
La vita, molto banalmente, va avanti e io rido ancora,
sembra paradossale, ma rido. Ho questo nodo stretto in gola, una pallina di
merda cristallizzata dalle parti del pomo d’Adamo, eppure rido.
Alice ha compiuto tre anni e ha ricevuto i regalini di una
nonna che non c’è più. Forse sarà così anche per me, riceverò i suoi regalini
per il resto della mia squallida esistenza. La conosco talmente bene che sono
in grado di costruire esattamente le sue reazioni, risposte, tonalità di voce. È
che non è così bello come sentirla. Ormai sono un’esperta nel parlare con gli assenti. Faccio dei lunghi dialoghi, litigo, rido e
sto anche solo in silenzio, immaginandomi accanto a chi non c’è più. O chi c’è
ancora tra i vivi, ma non più accanto a me. In fondo cosa cambia? È un pensiero
decisamente macabro, ma sapere che una persona è in vita, ma ormai non è più
parte della mia vita, provoca la stessa sensazione di assenza e nostalgia
troia. Certo, è bello saperla viva, ma, egoisticamente, a me, quest’assenza fa
esattamente lo stesso male.
Che brutta doppietta, perdere pezzi così in fretta.
Non sono pronta.
Non sarei mai stata pronta.
Non si riesce ad essere pronti ad una perdita, per quanto
preannunciata.
Riprendere una matitina mangiucchiata e ricominciare a
ridisegnare il mondo che, già faceva parecchio cagare, ora mi sta raggiungendo
un livello di sciattezza veramente alto.
perdincibaccoporcodio.
mercoledì 5 maggio 2021
cronaca di una morte annunciata
Vent’anni di attesa.
Vent’anni a tremare a ogni visita, ogni chemio, ogni
peggioramento.
I medici dicevano che era un miracolo: metastasi ovunque e questa
ragazza esile reggeva ogni colpo. Mai una lagna, mai un lamento, mai una
giornata NO, come spesso succede ai malati condannati a morte. Lo vedevo,
vedevo le piaghe aprirsi sulle sue mani e i piedi, vedevo la perdita di capelli
e unghie, questa tosse soffocante, diarrea, perdita di gusto e olfatto, dolore
alle ossa e fiato corto. Un’agonia durata vent’anni. Eppure era piena di vita
fino a un mese fa. Era presente in ogni momento, con commenti caustici,
giudizi, indicazioni, grasse risate, il lavoro che mi ha insegnato, le volte
che mi sgridava con disperazione. Si arrabbiava se non ero felice, lo
pretendeva, glielo dovevamo noi tutti: essere felici per lei, per dare un senso
alla sua infinita sofferenza, al dover guardare in faccia la morte, ogni
giorno.
Avrei voluto rivederla viva per un’ultima volta. Inspirare il
suo profumo di madre, migliore amica e cagacazzi. Avrei voluto accarezzare il
suo corpo martoriato, guardare nei suoi limpidi occhi. E invece c’è stata solo
una telefonata, conclusa con un “dai, ci sentiamo: soffoco e non riesco a
parlare a lungo”.
Abbiamo parlato per più di un anno di questa tragedia
mondiale, ho avuto il cuore spezzato all’idea di nonnetti che morivano soli e
spaesati in anonimi ospedali. Poi, quando succede a qualcuno che adori, il
tutto diventa completamente nuovo. Non esiste un modo per prepararsi o per
accettare. A me non riesce. Non riesco ad accettare che sia morta sola in un
ospedale. Sono circondata dai suoi oggetti, infiniti regalini per i quali la
sgridavo, perché non servivano, perché non ne avevo bisogno. Asciugamani, calzini,
utensili per la cucina, biancheria, creme. E adesso li guardo e non riesco a
buttare via niente. La immagino, mentre andava a comprarli, con quella sua
andatura da airone, ingobbita, sempre spettinata, con una sigaretta tra i
denti. La immagino, mentre batte istericamente sui tasti, traducendo cose
intraducibili. Era in grado di tradurre, parlare al telefono, fumare e ridere contemporaneamente.
Com’è possibile che una persona così piena di vita scompaia? Per un cazzo di
virus, perdio. Dopo aver lottato vent’anni contro un tumore, una non può
andarsene per un’influenza, dai cazzo, non è giusto.
Eppure, è come avrebbe voluto lei. Non avrebbe voluto
nessuno intorno, non avrebbe voluto che noi pulissimo la sua merda, non avrebbe
voluto che la vedessimo soffocare, non avrebbe voluto un’agonia lunga mesi. Ha preso
e se n’è morta in due settimane. È proprio nel suo stile, maledetta babbiona.
“Se esci dall’ospedale, smetto di fumare”, ma non intendevo
uscirne sottoforma di cenere.
Non riesco a placcare la rabbia e la nostalgia.
Mi rifugio in una storia inventata, dove lei è semplicemente
scappata. Dove non è vero che è andata all’ospedale, è morta e l’hanno
bruciata. Una storia dove, ha avuto una remissione, ha preso i suoi stracci e
se n’è andata dai suoi adorati arabi, dove legge Le Mille e Una Notte, se ne
sta stravaccata sui cuscini a fumare il narghilè, a mangiare pezzettini di pakhlava
e bere il vino di melograno. È scappata da tutti noi che le raccontavamo tutti
i nostri cazzi, dove doveva preoccuparsi per il mio cuore spezzato, per la
dermatite della Eiffel, per la stitichezza di Tedo, per le nostre mille
peripezie, per la nonna, la madre, il marito, gli amici. Dove si è stufata di
essere la grande urna dove tutti depositavamo le nostre tristezze e difficoltà,
che lei percepiva come un affronto personale. Era come una ferita aperta e ogni
nostro scazzo le provocava un sanguinamento. Mi piace pensare che, dopo una
vita di totale dedizione fisica e mentale a noi quattro, abbia deciso di
lasciarci e andarsene dove nessuno le avrebbe più massacrato il sistema nervoso
e dove avrebbe potuto vivere libera da questo enorme amore.