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lunedì 6 giugno 2022

Ferrara di Monte Baldo

E' dai tempi del divorzio che mi prometto di fare un viaggio solitario.
Un viaggio dove mi prendo il tempo per riconnettermi con me stessa, dove non devo condividere lo spazio, il tempo, il ritmo, le preferenze. 
Il mio divorzio è stato molto doloroso (raramente un divorzio è leggero, lo so) e mi ha lasciato questo enorme bisogno di tornare a me stessa, di ricordarmi come ero io, senza questo gigantesco sentimento, di mettere le mie preferenze al primo posto, di leccarmi le ferite. 
E' passato del tempo dal divorzio, ma una serie di peripezie glocal mi avevano impedito di partire da sola. 
Ora, a poco più di quattro mesi dal parto e con le ferite ancora sanguinanti, ho pensato che bisogna farla questa cosa, perché a breve la mia vita sarà rovesciata, ammucchiata e pigiata in un'esistenza confinata tra pannolini, pappette, biberon e sorrisini sdentati. 
Sarebbe stato bello andare in Giappone.
Sarebbe stato bello andare in Messico.
Sarebbe stato bello andare in Iran.
Considerate le mie possibilità, avevo deciso che sarebbe meraviglioso andare anche a Venezia. Vedere finalmente la biblioteca degli armeni, farmi un giro approfondito del ghetto ebraico, girare senza meta, senza scazzi, fermarmi a leggere quando e dove voglio, mangiare quando voglio, dormire quando e quanto voglio. 
Venezia è sfumata. 
O meglio, l'idea del viaggio solitario è sfumata.

E fu così che mi ritrovai a Ferrara di Monte Baldo per il ponte del 2 giugno. 
Ormai accolgo con rassegnazione questa cosa che nulla, ma nulla va come avrei voluto che andasse. Ci si abitua anche alla delusione, no?
Non ricordo come ho trovato questo paesino, ma è da Pasqua che tento di andarci: ad un certo punto è diventata una questione di principio.

Non mi importa delle opinioni. 
Le genti non hanno lo stesso bordello emotivo che ho io.
Le genti non stanno passando per un infinito spettro di sfumature della merda. 
Le genti non capiscono che non voglio lanciare provocazioni, fare la diversa, tirarmela o altro. 

La verità è che sto bene solo da sola. 
Mi basto. 
E poi non sono da sola, perché ho un piccolo cucciolo di cagna che mi bussa da dentro la pancia e mi riempie il cuore di una tenerezza di cui non credevo di essere capace. 

Ho portato con me: quattro libri, un pc pieno di film piratati, della frutta preventivamente disinfettata nel bicarbonato, cuffie e un elenco di itinerari da pensionata. 

C'era un cuculo che, insieme al mio bambino, mi teneva compagnia nelle notti insonni. 

C'erano miliardi di sfumature di verde del bosco di cui mi riempivo gli occhi. Mi manca, mi manca da impazzire quella cosa che mentre bevi il caffè al bar, puoi alzare gli occhi e bere tutto quel verde con lo sguardo. Mi mancava un sacco aspirare con forza l'odore del bosco, guardare le farfalle, fissare un ruscello. 

Mi inoltravo nel bosco con i miei libri e le mie mele e mi scioglievo tra le pagine e la contemplazione del nulla, nel silenzio, nel gioco di raggi che penetrano le foglie, in una luminosa sensazione di esistere, di essere me stessa, senza nessuno, senza speranze, senza futuro, senza passato, solo il mio respiro e il mio cosino che mi fa ciao-ciao nella pancia. 

Terminavo le giornate con un bicchiere di vino rosso, sfogliando libri d'arte di cui abbondava l'albergo.

Mi infilavo nella doccia e poi nelle bianche lenzuola del mio monastico lettino singolo, chiudevo gli occhi e vedevo il verde e sorridevo al buio, abbracciavo il mio bambino e sorseggiavo lentamente la mia felicità di cinica sociopatica. 

Devo riuscire a fuggire più spesso. 
Vorrei riuscire a fuggire per sempre. 

 


venerdì 20 maggio 2022

come tornare in una casa dove nessuno ti aspetta

 C'è questa netta linea di demarcazione: il colore del cemento cambia al passaggio da una regione all'altra. 

Le sgangherate ruote del mio canarino oltrepassano questa linea e improvvisamente sono di nuovo lì: su quella strada. Mi avvicino alla città dove ho vissuto per dieci anni, ai paesi che ho frequentato per quasi venti... svincoli, nomi di paesi, il profilo delle montagne che sembrano essere dei parenti da quanto li ricordo bene, le case delle persone che ho amato, con cui ho riso, mangiato, dormito, pianto e condiviso notti ebbre. 
Sale, per forza, la sensazione di tornare a casa, nessun ricordo concreto, solo una sensazione tenera. 
Ma è una casa dove nessuno mi aspetta, dove non sono mai stata realmente accolta, dove non mi sono mai tolta le scarpe. 
Ho sognato che questo posto diventasse casa mia, ho sognato di guardare le montagne ogni giorno al risveglio, osservare il sole scomparire dietro le cime, il graduale cambio di colori, ho sognato di imparare a fare i tornanti senza sudare, ho imparato a capire e distinguere i dialetti, ho imparato ad amare la cucina, i modi bruschi, ma non sono mai riuscita a sentirmi a casa, nessuno ha mai voluto farmi sentire a casa. Ero la benvenuta, ma ero un'estranea. 
Sale, per forza, la malinconica sensazione di essere un cane randagio, di essere amata, ma non abbastanza da essere accolta. 

The child who is not embraced by the village will burn it down to feel its warmth

venerdì 6 maggio 2022

il senso di vergogna mi viene a trovare nei sogni.

l'inconscio mi martella il cervello ripetendomi, in salse nuove ogni notte, che ho tradito, che ho fatto male, ho fatto del male, che ho fatto qualcosa di sbagliato, ho fatto un torto a me stessa.

con la luce del giorno la vergogna scompare e lascia spazio alla razionale rabbia, dove: no, cazzo non ho sbagliato, ho scelto di avere una vita e non passare la mia esistenza nell'attesa e nella sottomissione ai capricci altrui. 

poi mi addormento e, quasi ogni notte, provo vergogna. 

giovedì 28 aprile 2022

si sta facendo sempre più tardi

Non ho voluto nulla di quello che mi sta succedendo.

Perdo il centro continuamente. Mi arrabbio con me stessa, con il mondo, il fato, l'universo, ma principalmente con me stessa: perché il male che si vuole non duole, mentre a me duole da morire. 

Mi arrabbio, perché la vita sembra intenzionata a rovesciare i miei sogni e farmeli vivere in forma di incubi. 

Davvero, la mia vita sembra una barzelletta che non fa ridere. 

Ma poi ritrovo il centro, guardo il cielo, le foglie, respiro e sento il mio piccolo centro che, in queste settimane, ha imparato a sbadigliare. Ho un piccolo centro nella pancia che se la sbadiglia, mentre io battaglio contro me stessa. Mi esplode il cuore al pensiero che ha le ciglia, fa le smorfie, dorme o agita le braccia e io sono la sua casa. La sua casa incasinata, arrabbiata, ancora molto adolescente, la sua casa triste, la sua casa abbandonata...

e allora mangio un kiwi e mi abbraccio da sola. Occupo uno spazio piccolissimo nel mondo, ma in questo spazio piccolissimo siamo in due e io sono la casa di uno che non ha chiesto di esistere e io non ho chiesto di essere una casa, ma eccoci qua: siamo io e il mio cosino sbadigliante e nessun altro al mondo. E' un centro devastato, ma è il mio centro e, a questo punto, è l'unica casa che mi è rimasta. 

La mia casa è un bambino di cui io sono la casa.


domenica 21 marzo 2021

lampadina spenta

 

Strano, no? 

Ami un uomo. 

Lo ami tutto. 

Ami le sue idee, la sua voce, ami i suoi pallidi piedi sturzellati, i suoi polpacci da vichingo che proseguono in alto con delle coscette ciccione che si incontrano verso l'inguine creando fastidiosi attriti con mutande e pantaloni. 

Ami i suoi bianchi maniglioni antipanico, quell'assurda distribuzione dei peli sul petto: ché, non s'è mai visto un uomo con peli a chiazze. 

Ami le sue spalle larghe e il modo in cui le muove con disinvolta cazzutaggine, quando cammina. 

Ami il suo collo, leggermente raggrinzito ormai, che emana una gamma di odori ben classificati: dall'odore da sonno, all'odore di falegnameria, all'odore di Davidoff, all'odore sudato, all'odore del peccato post coito. 

Ami i suoi capelli, tagliati da marines sbronzo, da bimbo minchia, arruffati e leggermente brizzolati, ami anche la piazzola di calvizie che va arrogantemente formandosi. 

Ami le sue mani ruvide, utili a fare lo scrub e un milione di altre cosacce. 

Ami le sue idee radicali, le sue utopie, la sua rabbia contro il sistema, la sua patologica onestà, il suo essere autistico, la sensazione di tenerezza e angoscia che trasmette, quando inizia a dondolarsi nel letto. 

Lo ami anche mentre litigate, anche mentre gli fai docce di veleno, risentimento, delusione e rimproveri. 

Ami la sua luce, ami la luce che accende dentro di te. 

Ami le sue carbonare, ami la domanda dopo cena: "vuoi il caffè?" ripetuta ogni volta, per anni. 

Ami i suoi messaggi vocali con quella voce che ti genera in testa pensieri poco ortodossi. 

Ami praticargli delle cose poco ortodosse, anche dopo anni. 

Ami le sue manie. 
Lo trovi arrappante anche quando piscia da seduto o quando si mette la calza da vena varicosa.
O quando se ne esce con quella tutina da bici inaffrontabile con il bonus dello straccio da cucina intorno al collo
Lo scoperesti a sangue anche allora.

Succede. 

Raramente, ma succede di trovare una persona così. 

Raramente succede che di una persona non ti faccia schifo nemmeno la sua merda. 

Raramente succede che una persona ti susciti rispetto e orgoglio anche quando la prima cotta è passata. Raramente succede che una persona riesca a farti ridere esattamente nel modo in cui hai bisogno di ridere. 

Raramente una persona sa farti sentire desiderata anche quando sei oggettivamente sciatta e imbruttita dal preciclo. 

Raramente, ma succede. 

Succede poi che lo stesso uomo che ami così e in un milione di altri modi, che ti ama e ti avvolge nella sua premura, come fosse una coperta calda, riesca ad ucciderti.

Con metodo, perseveranza, giorno dopo giorno, negandosi, distruggendo i tuoi sogni e le tue speranze. Nascondendosi da te, fuggendo dalla vostra vita, chiudendo le porte, socchiudendole per poi sbattertele di nuovo in faccia. Dimenticando i tuoi dolori, dimenticando anche i suoi. Mettendo al primo posto tutto il resto, procrastinando fino all’infinito. Smorzando qualsiasi entusiasmo, facendoti sentire sbagliata, mediocre, squallida, ridicola.

Ignora la parte più complicata di te. 

Ama solo la parte scema, divertente, sarcastica, maiala, ma non riesce ad amare e provare a salvare la parte più difficile della bambina vulnerabile e sola. 

Non lo fa. 

Non ci riesce. 

Non vuole. 

Preferisce andare a fare la legna, abbandonarti sola nella sua casa, mentre risolve cose più risolvibili. 



Ti ritrovi poi a non capire e continuare a farti la stessa domanda da mesi, da anni: come è possibile che una cosa così grande venga buttata via?

Cerchi una definizione: sarà egoismo? Paura? Pigrizia? Sarà che ti ama solo a pezzi, senza volerti concedere di entrare nella sua vita? Fiumi di parole, lacrime, urla, bestemmie e nessuna risposta. Vorresti almeno avere una risposta, anche crudele. Un NO, NON TI HO VOLUTO. E invece è un TI HO VOLUTO, MA NON A SUFFICIENZA. E senti di nuovo le lacrime salire… allora era tutto finto?

E piangi di nuovo, piangi e sbatti la testa, perché sembra un peccato mortale togliere al mondo quello che eravate, togliere a voi, quello che eravate, quello che potevate essere, dei sessantenni che si prendono in giro e si danno i morsetti sul culo a vicenda. E ti incazzi, perché anche i ricordi svaniranno e rimarrà solo una cosa lontana, bella sì, ma lontana con ormai nessuna connessione alla realtà. Non avrai più quella piccola lampadina accesa di orgoglio, perché hai il ragazzo migliore al mondo. Il più giusto, il più premuroso, il più buono, il migliore a letto, il migliore in cucina e che sapeva calmarti con un abbraccio.

Lampadina spenta.

Sigaretta accesa.

giovedì 12 novembre 2020

ciclo

 

Sono passati più di tre anni da quando abbiamo deciso di avere un figlio.

Ok, “abbiamo” è forse esagerato. Io ho deciso e lui ha acconsentito senza alcun entusiasmo e con una grande (quanto appagata) speranza di non avere successo in questa impresa.

Tre anni di calcoli, tre anni di speranza, tre anni di sogni di una bambina dagli occhi grandi della madre, appetito del padre e buffonaggine di entrambi. Ho sognato il suo odore, ho sognato il suo primo sorriso, ho sognato i suoi piedini, ho sognato la domenica mattina con lei nel letto: io, lui e lei. La nostra piccola famiglia piena di porchidii e luce. Ho sognato lui che rientrava a casa e noi che gli correvamo incontro per fargli vedere che bei disegni che avevamo fatto. Ho sognato anche, addirittura, la prima volta che le avrebbero spezzato il cuore e come saremmo stati bravi io e lui a farle sentire la forza del nostro amore e come l’avremmo tirata su a suon di risate. Ho sognato poi i suoi due fratellini gemelli e di nuovo noi tutti nel letto, con lui che muggisce e vuole dormire e noi che ci arrampichiamo sulle sue cicciosità per indispettirlo e lui che brontola, ma sotto-sotto sorride e gli si riempie il cuore per avere intorno tutti questi piccoli cagacazzi capeggiati dalla sua vecchia rana.

Ho fatto un sacco di sogni.

Mi sono addormentata per centinaia di notti con il sorriso e le lacrime.

Ma questa bambina non è mai arrivata.

E noi siamo riusciti ad andare affanculo. Non perché lei non sia arrivata, ma comunque il mio grande sogno è andato affanculo. Strisciando, lentamente, disintegrandosi di giorno in giorno.

Dopo tre anni, sento di nuovo arrivare il ciclo. Puntuale come la maledetta morte. Solo che, questa volta, non sono arrabbiata, frustrata, delusa, distrutta, spezzata, frantumata e polverizzata dalla consapevolezza che, anche questa volta non ce l’abbiamo fatta. Dopo tre anni, sento un’amara sensazione di liberazione dall’aspettativa che mi opprimeva. Per la prima volta, non potevo avere dubbi. Per la prima volta, dopo più di mille notti, ritorno ad avere una connessione con il mio ciclo. Ritorno ad accettare il mio corpo, anche se si è rivelato un terreno arido. Ritorno a me stessa.

È una strana sensazione, quella di non avere più un sogno che ti ammazza ogni mese, che ti lascia in una pozzanghera di lacrime incomprese, lacrime che nessuno ha mai voluto asciugare, lacrime che nessuno ha mai condiviso.

Sono tutte strane queste sensazioni in questo nuovo mondo, che sembra non appartenermi e non avere niente a che fare con me. Non ho più un mio mondo. Il mio mondo è finito. Dovrò ridisegnarlo da zero. Che palle!

giovedì 6 ottobre 2016

verfremdungseffekt

Devo essermi fatta un bagno in una vasca di anestetico fortissimo.
Non ho paura dove dovrei avere paurissima. Dormo sogni profondi e bui, le immagini sfocate si dileguano in 4 secondi. È come se tutto questo non stesse succedendo a me. Come se la vita non mi stesse crollando addosso. Come se fosse solo un film o il racconto di una vita di qualcuno di cui non me ne frega poi più di tanto. Forse questa è la verità: la mia vita è il racconto di qualcuno di cui non me ne frega poi tanto.
Esisto nella avvolgente tenerezza di questa luce dorata autunnale e non voglio che questa sensazione di estraniazione dalla mia stessa esistenza passi. Ho ormai appurato da tempo di non essere in grado di gestire le situazioni reali, che sono nata per fuggire dai dolori del giovane Werther (e anche da tutti gli altri dolori, se è per quello). Non fosse che sono una ragazzina mediocre probabilmente, anzi sicuramente, sarei diventata una tossica. Sfuggire alla realtà è l’unico modo possibile per sopravvivervi, almeno per me. Non sono una lottatrice, sono un gatto pigro e lento. Voglio continuare a riuscire a guardare da fuori la mia vita. come fosse un curioso acquario.


Life in a glass house. 

giovedì 29 settembre 2016

Vieni


quando ne hai voglia
quando puoi
tra una partenza e un ritorno
dopo una scrollata di spalle
dopo avere assaporato la lacrima scesa sul labbro
Vieni
tra un sorriso e una salita
dopo un lancio di asciugamano
mentre le campane suonano a vuoto
Vieni
prenditi un giorno
invecchiamo insieme.

venerdì 5 agosto 2016

ultimo giorno di lavoro.

Come i bambini. Quando sono molto stanca comincio a piangere e non riesco più a smettere.
O forse sono semplicemente troppo viziata. Totalmente incapace di reagire alle situazioni, al mondo , al fatto che a volte la gente risponde male ingiustamente, al fatto che le cose sono così totalmente diverse da quello che sognavo.

Non so reagire. Mi metto a piangere. Come i bambini.  

martedì 14 giugno 2016

blessed are the damned

sogno di essere nel parco vicino a casa mia. chiusa in una stanza di vetro galleggiante sopra la piscinetta dove quando ero bambina nuotavano cigni, siringhe, lattine di birra e preservativi usati. però nel sogno è invece tutto pulito e la mia piccola stanza di vetro è insonorizzata e dentro i colori dell'acqua verde e degli alberi sono intensi. fuori dalla stanza vedo il mio ale con un'improbabile barba folta che va in giro con il mio zaino a proporre ai passanti di comprare le mie mutande (che tra l'altro sapevo essere già usate)... e sono furiosa, tra l'altro perché lui lo sa che deve venire nella stanzetta di vetro con me perché lo sto aspettando e senza di lui non posso uscirne e lui è lì che fa il coglione. 

appare del tutto inutile analizzare il sogno. è così anche nella realtà: io che aspetto l'ale che venga a tirarmi fuori dalla campana di vetro e l'ale che fa il coglione. neanche una soddisfazione di simbolismo freudiano, perdincibacco.

mi sveglio

su vozap:  messaggio della persona che ha vinto il premio viscidume 2016 con un link che in 5 righe cita Rubbia sotto il titolo "scoperta la bufala del cambiamento climatico". Ora, va bene che c'è tutta un'ala di negazionisti, ma leggere di prima mattina un articolo superficiale che dichiara (citando Rubbia) che il cambiamento climatico è stato inventato per mettere in azione una serie di costose normative ambientali sfiora anche il limite della mia angelica pazienza. non resisto e mi lancio in discussioni sull'industria, le lobby, l'innegabilità del cambiamento climatico, scagliandomi contro il negazionismo, le teorie cospirazioniste sulle scie chimiche e i video che hanno commosso il web. 

arrivo a Verona: diluvio

ombrello: lasciato in ufficio perché ieri c'era il sole (la logica è ferrea)

prendo l'autobus: becco il collega.

divago: il collega che becco periodicamente in autobus è un rumeno super carino e dolce e tenero e soprattutto molto intelligente. niente contro il rumeno. ma io la mattina, in viaggio, proprio non riesco, non posso, non tollero di dover parlare con qualcuno. è come se mi sentissi costretta: sei in un autobus, devi fare 10 minuti di viaggio e altri 5 a piedi con una persona che può anche essere la migliore al mondo, ma mi provoca disagio condividere i viaggi con qualcuno che non mi sia abbastanza intimo da permettermi di stare zitta senza per questo passare per scorbutica misantropa snob. 

becco il collega che insiste per condividere con me il suo ombrello (rotto). risultato: ho un debole getto che dolcemente mi scende dietro il collo. 

arriviamo al cancello della ditta: passo deciso e mi trovo in una pozzanghera alta circa 10 centimetri, nonché la metà della mia statura.

le scarpe mi fanno malissimo

le ovaia mi fanno malissimo

eppure.

eppure..

eppure...

basta una vecchia canzone e ho di nuovo quel paio di alette sporche e spelacchiate che battono euforiche sulla schiena. 
sono pulsante e viva in un modo travolgente. 


lunedì 6 giugno 2016

tragica di una ragazza tragica.

Continuo a farmi domande sul senso della mia vita. mi investono nel momento in cui suona la sveglia alle 5.55 del lunedì. Mi domando il perché di tutto questo, il per cosa, il come mai sono arrivata a questo. Mi domando se mi sto semplicemente autoassolvendo motivando questa vita col fatto che mi ci sento costretta dalle aspettative di chi ha investito un’intera vita in me. Mi domando se questa mia mediocrità, se questo mio essere un piccolo pezzo dell’intricato mosaico capitalistico sia perdonabile. ho sempre sperato di non diventare così, ho sempre sperato di poter fare quello che amo, di poter essere felice del mio lavoro. Ho sempre pensato che visto che bisogna per forza lavorare per vivere e che si passa la maggior parte del tempo al lavoro, allora che sia un lavoro almeno parzialmente soddisfacente. Che sia uno sbattimento, che sia fonte di ricche bestemmie, ma che dia un senso alle mie ore, che mi faccia stare bene. Io così non ci riesco. Ci provo, ma non ci riesco ad essere felice se vendo un forno o se firmo un contratto. Invidio la gente che ama vendere i forni, ma a me fa cagare. O meglio non mi fa cagare, però mi è del tutto indifferente. Se mi faccio la domanda globale tipo: sul serio, cosa vorresti fare nella vita? risponderei che vorrei viaggiare per sempre, o quanto meno fino a quando la salute me lo permette oppure vorrei avere tre figli, un cane, un ale, un piccolo giardino fatato e una piccola libreria piena di libri che abbiamo raccolto negli anni.
In nessuno dei due casi vorrei lavorare in un posto che vende forni o marchingegni simili. Non voglio vendere niente in realtà, non sono fatta per vendere. Vendere in tutti i casi prevede un’inculata. Anche se vendi viaggi o libri o traduzioni o.. si vende sempre ad un prezzo superiore a quello giusto. Quindi di fatto io vendendo inculo. Vabbè, ora non parliamo del nuovo ordine di economia globale che ho in mente. Parlo di me: faccio questo lavoro e non sto realizzando nessuno dei miei sogni. Né quello di lavorare in cooperazione, né quello di avere una famiglia, né quello di viaggiare. Lo faccio perché la mia famiglia si aspetta che io diventi una media borghese del cazzo, con una casa, una famiglia e un agio quotidiano. Io invece lavoro e basta. Non costruisco nulla, non sto andando da nessuna parte. Mi sveglio bestemmiando tutte le mattine per andare a fare una cosa che non mi piace e non posso neanche dire che mi sto sacrificando per un sogno. Mi sto sacrificando per niente. Solo per non dare dispiacere a chi mi ama che poi in fondo sono comunque dispiaciuti perché vedono che non è che io sia esattamente felice. Però il fatto che io non sia felice è colpa mia, perché ho il cervello montato storto, ho il vento in testa e non capisco cosa sia meglio per me. Evidentemente è meglio fare un lavoro del cazzo, vivere nella periferia industriale della pianura padana e pensare che forse un giorno avrò una famiglia e tutto questo sarà ripagato.
Mi sento intrappolata in un cerchio senza uscita. Spezzare il cerchio vuol dire spezzare il cuore di chi amo. Continuare a stare dentro il cerchio vuol dire spezzare la mia personalità, diventare via via più frustrata e insoddisfatta e, nel migliore dei casi, vivere per consumare cose di cui non ho bisogno fingendo di esserne felice. D’altra parte questo genere di ideologiche frivolezze mi sono possibili solo perché un minimo di agio ce l’ho. Perché fossi senza casa e senza cibo probabilmente sognerei di fare quello che faccio. Fossi una cooperante dovrei vivere con 800 euro al mese risparmiando un mese per fare un regalo per il matrimonio di un’amica. Il cerchio continua a stringersi intorno a me. L’unica salvezza morale che vedo è quella di poter tornare dal lavoro e affondare la faccia nel profumo del mio ale e anche questo pare del tutto impossibile.

Ora. A me è sempre stato detto che sono una persona con i coglioni, che sono decisa e agguerrita contro i problemi. Io ho sempre pensato di essere incredibilmente vulnerabile e spaventata. Alla fine la vita dimostra che le palle ce le ho… o quanto meno una volta le avevo. Quindi qual è il problema? Perché non riesco a prendere in mano la situazione? È davvero così grande la paura di spezzare il cuore di mia madre? È davvero così grande la responsabilità della sua vecchiaia? Sì. Evidentemente sì. Perché i coglioni li ho solo per me, ma quando ho addosso anche la responsabilità per altra gente non riesco ad essere abbastanza decisa da rischiare il tutto per tutto. Quindi avanti gente, comprate un’impastatrice con cui produrre i biscotti senza glutine, senza uova, senza farina, senza anima, senza che qualcuno sfiori l’impasto con le mani. Avanti, signori, comprate impastatrici, biscotti, cracker, ingozzatevi e non pensate all’unica vita che ci è stata data, in un mondo che sta andando a puttane e che noi sprechiamo per svegliarci alle 5.55 per fare un lavoro che ci fa schifo, per vivere una vita che ci fa schifo, sognando cose che non abbiamo il coraggio di raggiungere, passando la vita a cercare di sottostare alle strutture sociali, ad essere come il mondo ci vorrebbe, a guardare la tv la sera, scuotere la testa leggendo i quotidiani… avanti signori, perché non praticare un suicidio di massa? Si risparmierebbe solo tempo ed il pianeta ce ne sarebbe eternamente grato. 

mercoledì 30 marzo 2016

vertebre compresse

a me l'idea di essere al centro dell'attenzione fa letteralmente vomitare.
ho sempre odiato festeggiare il mio compleanno perché bisognava dare troppi bacini a tutti e in generale bisognava essere la festeggiata, mi faceva cagare. i concerti di pianoforte erano forse meglio perché anche se avevo tutti gli occhi puntati addosso era solo come dover ingoiare un grosso pezzo di merda, ma poi mi dimenticavo dell'esistenza degli umanoidi intorno.
l'egocentrismo quindi non mi appartiene, odio parlare in pubblico, odio anche solo esprimere il mio pensiero in un gruppo che superi 3 persone. amo però i colori sgargianti, ma credo che i colori sgargianti siano un'espressione della mia positività (peraltro molto ben nascosta su altri livelli) più che di un desiderio di essere notata.
non sono mai stata particolarmente competitiva, non sono mai stata particolarmente coinvolta nei giochi, non me n'è mai fregato un cazzo se ero più bassa, più pelosa, più piatta, più goffa della media. non me n'è mai fregato un cazzo se qualcuno prendeva voti più alti dei miei, non mi importava essere la prima in niente.
c'è solo una cosa.
e la sto scoprendo adesso. 
mi fa ancora più schifo di tutto quanto elencato sopra, l'idea di essere una seconda scelta, un ripiego. mangio senso di umiliazione ogni giorno, anche quando non ci penso e sento le vertebre che mi si schiacciano dal peso di questa cosa con cui mi autoflagello.
ma a quanto pare è inevitabile. sarò sempre la seconda scelta di qualcuno. 
c'è stato un tempo in cui ero la prima, ed è probabilmente una sensazione di fattanza che non ritornerà mai più, ma che avvelenerà il resto che verrà. paradossalmente me l'ero predetta da sola nel pathos infuocato dei 20 anni. mi sono incisa nella mente che tutto il resto sarà solo una discesa. 
pare che il mio processo di crescita non sia terminato. sto aspettando con un sacco di ansia il momento in cui potrò dire di essere grande. grande nel senso di serena.

nel mentre continuo ad avere un cuore che batte contro un muro. 
è che la mia storia insegna che è completamente sbagliato convincersi che di là del muro ci sia la salvezza. perché la salvezza è dentro di me e vorrei quanto meno essere la prima scelta di me stessa, poi il resto andrà affanculo da sé.



martedì 29 marzo 2016

girovago


In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare

A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
già gli ero stato
assuefatto

E me ne stacco sempre
straniero

Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute

Godere un solo
minuto di vita
iniziale

Cerco un paese
innocente

Parafrasi (per chi come me, manda sempre e tutto in vacca):
In nessun
luogo
della terra
posso stabilirmi
e sentirmi a casa
In ogni
nuova
città
in cui mi trovo
mi sento
privo di forze e disadattato
mentre
una volta
mi ci abituavo
E me ne stacco sempre
come uno straniero
[Voglio] godere
il momento
della creazione, il principio del mondo
risalendo le epoche
della storia e del tempo,
che risultano fin troppo vissute [e dunque corrotte]
Cerco un luogo incorrotto, la purezza originaria


eh unga ne sa a blocchi.
è che una che incarna sia il girovago sia la foglia d'autunno sia il porcodio è veramente difficile. e poi le poesie non risolvono niente. ha ragione mio fratello a dire che sono un piccolo principe senza pisello, per quanto stia, ormai da anni, cercando di inchiodarmi con i piedi per terra, come un cristo sottoproletario, alla fine mi trovo sempre, anche nelle situazioni peggiori, a pensare a poesiette, quadretti, immaginare di vivere dentro un caleidoscopio. probabilmente sono nata per drogarmi di acidi e non avere tutti questi pensieri pratico-logistici. non ci sto dentro. non ci sto dentro e pretendo che tutti gli altri ci stiano dentro che tutti gli altri siano coerenti che tutti gli altri mi diano il coraggio di fare quello che vorrei fare. e invece tutti gli altri sono parzialmente fottuti come me e mi sembra quanto meno disonesto da parte mia pretendere da altri quello che io stessa non sono in grado di fare.
vabbè ma mi sa che sono una testa di minchia.
a volte sogno di essere dichiarata pazza ed essere rinchiusa in una stanza dalle pareti morbide con dentro solo i libri. nessuno che si aspetta niente da me, nessuno che crede in me, nessuno che mi chiede conto delle mie azioni, solo le persone che amo che siano felici della mia semplice esistenza e basta. sarebbe figo. ma se l'opzione di farmi dichiarare pazza non è poi così improbabile, l'ostacolo insormontabile mi diventa il fatto che hanno abolito i manicomi.
io invece ho proprio bisogno di sbattere la testa contro delle pareti morbide.  

lunedì 14 marzo 2016

poche balle.

era il lontano 2013.
gli anni passano, ma la sensazione di farfalle sbronze dalle parti dello stomaco ritorna ogni volta alla vista del mio trichecone. ..
non c'è un cazzo da fare.

martedì 8 marzo 2016

un altro anno di mimose

Certo che è vero che gli anni rendono insensibili. Quando ero più piccola ogni separazione, ogni addio, ogni cambiamento mi spezzava letteralmente il cuore. Sentivo la mancanza dei posti. Mi mancavano i gradini su cui aspettavo mio fratello dopo la scuola. Mi mancava la panchina dove mi fermavo a fumare prima di entrare a casa. Mi mancava l’odore della mensa del campo scuola estivo. Mi mancava l’odore della metropolitana di casa mia. Mi mancava il colore verde della palestra delle medie. Adesso non mi manca più un cazzo. Sento solo un leggero e sordo dolore in fondo al cuore quando mi arriva addosso un ricordo, come la folata di un profumo. Nelle condizioni di una volta sarei andata in depressione dalla nostalgia del vecchio lavoro. Perché l’ho amato davvero. Ero felice tutti i giorni quando ci andavo e ora invece anche ripensandoci non mi manca e non vorrei tornare indietro. Ero troppo giovane quando ho capito che la vita, o almeno la mia vita, sarebbe stata una lunga sequela di addii. Ho conosciuto un sacco di persone e ho amato un sacco di persone e alla fine le ho perse quasi tutte per un motivo o per l’altro. Ho amato i posti, avevo un attaccamento malato per i posti e per le situazioni, forse perché è stato tutto un continuo cambiamento e io avevo disperatamente bisogno di creare tradizioni, di sentirmi parte di qualcosa. E invece è stato un continuo spostamento, distacco, strappo.. … addio. E ora ho smesso di sentire. Ora non mi aspetto di far parte di niente. Ho imparato dalle libellule la magia del cambiamento. E adesso sento solo un po’ di amarezza, perché non ho un posto e non ho nessuno con cui crearlo.    

giovedì 25 febbraio 2016

i sogni son desideri?

è la febbre
sono i sogni
faccio dei sogni che non dovrei fare.
portano male questi sogni.
esiste quella dimensione in cui un bel sogno porta una giornata da incubo.
questo è il caso.
vorrei spaccare i vetri con la testa e mangiarne le schegge.
ce l'ho incastrato dalle parti dell'ombelico, fottuto morfeo.
ho 30 anni, non posso fare ancora i sogni di una ragazzina.
 

lunedì 22 febbraio 2016

zoofilia

"più conosco gli uomini e più amo il mio cane"
io più conosco gli uomini e più amo il ragazzo.
con questo non vorrei paragonare il mio ragazzo ad un cane, anche perché un cane (anche della peggior specie killer) lo si può addomesticare/ammaestrare/ammorbidire, mentre il mio compagno di giochi è peggio di una squadra di capricorni in preciclo. 
Però qua mi guardo un po' intorno. Intanto vedo che delle persone non ho capito un cazzo e sono banalissimamente circondata da una falsità totalizzante e lui è l'unico che trasmette qualcosa che va oltre la massa.
In questi giorni sono circondata da matrimonianti, da gente che parla di matrimoni, gente che si sposa, gente che vuole sposarsi. L'ISTAT è molto scettico. E' sicuramente vero che la statistica è una scienza a dir poco approssimativa, ma ci sarà un motivo per cui "nove coppie su dieci non si riformerebbero dopo dieci anni (cioè solo una coppia si risposerebbe)"...
Leggendo qua e là le varie riflessioni sul tema, uno dei punti principali è che quando sei innamorato non capisci un cazzo della persona che hai accanto, dopo però l'innamoramento passa e ti rendi conto che quello che tu avevi in mente in realtà corrisponde solo vagamente a quello che ti ritrovi nel letto ogni notte.
Io credo di essere innamorata. Sicuramente meno di una volta, ma anche di più. Nel senso che nel momento in cui ho capito che la persona con cui ho a che fare non è esattamente quello che mi ero immaginata mentre mi sgrillettavo, ho capito anche che quest'altra persona è esattamente quello con cui vorrei andare a dormire tutte le sere, anche quando sono arrabbiata. Forse fra qualche anno non sarà più così. Il fatto è che, questi che la spiegano scientificamente sui motivi del fallimento matrimoniale, dicono anche che quando si è innamorati si tende a trascurare gli ostacoli pratici e di pensarsi invincibili... si tende a non vedere i problemi e illudersi di essere più forti della merda che si ha intorno e (soprattutto)  dentro. Io, ad esempio, i problemi logistico-organizzativi li vedevo in una luce splendente all'inizio. Sembrava tutto facile e anzi, non vedevo l'ora di superarli. Invece adesso mi sembrano praticamente insuperabili, forse perché sono da sola a voler combattere contro i mulini a vento. Il passo successivo è arrivato nel momento in cui mi sono rassegnata alla condizione e comincio quanto meno a provare ad imparare a vivere alla giornata, senza pensare al futuro.
Quando ho visto lei che è esplosa a piangere nel momento in cui è stato dato l'ufficiale annuncio del suo matrimonio ho pensato che io probabilmente non sarò mai così innamorata. Poi però penso che non è la forza dell'innamoramento, è che io non ho mai avuto la fissazione del matrimonio. Non so cosa potrebbe rendermi così perdutamente felice, forse solo la consapevolezza di avere un piccolo orsetto ciccione e goffo che si succhia il ditino dentro la mia pancia. 
Il fatto è che non so perché ma, continuo a parlarne. Poi mi sento una merda, il mio orgoglio ne soffre tantissimo. Non posso mendicare l'amore e le promesse, il mio intestino ne soffre e mi sveglio con spalle tese e amaro nel cuore. 
Comunque, portando la riflessione al di là del matrimonio come atto legale, superando il problema della separazione, divorzio, comunione dei beni e patria potestà... ci sarà un modo per tenere insieme una famiglia senza dover mangiare merda quotidianamente?

martedì 16 febbraio 2016

gingerbread

traduco ricette di gingerbread.
ioamoilmiolavoro stagione #4 

vorrei casa-bambini(degli altri)-farina che vola-occhi che brillano-bacini sul naso e tante coccoline.

lunedì 15 febbraio 2016

fuck valentine. i love you everyday.


Ci siamo svegliati con i fiocchi di neve che cadevano e i capelli appiccicati alle guance. Mi è venuto in mente che da piccola mi imbambolavo a guardare il cielo quando nevica e dopo un minimo di concentrazione sembrava di volare. Lui dice che mangio le droghe.

In fondo è vero. Se esco dalla prospettiva e guardo il giorno di ieri sembra un perfetto sanvalentino ma senza lo sbattimento dell’organizzazione e l’ansia da prestazione e la voglia che tutto sia perfetto e l’intimo di pizzo rosso e i cioccolatini a cuoricino. Se esco dalla prospettiva e ci guardo dall’alto e di lato… era un giorno perfetto. Se esco dalla prospettiva mi rendo conto che effettivamente è quasi sempre così. Ogni giorno che passiamo insieme è così. Ogni giorno è un sanvalentino. Quasi. Quando non litighiamo. Ma quando ci vediamo non litighiamo quasi mai. Litighiamo perché non ci vediamo quindi? No. Non so e non importa. Importa che ogni tanto il mio cervelletto si espande di un millimetro e riesco ad uscire dalla prospettiva e vedere dall’esterno quanto siamo fighissimi insieme. Solo che dopo passa una settimana, ne passano due e io perdo, mi perdo, lo perdo, ci perdo e rientro nella prospettiva dove non abbiamo nessun futuro.




Si può essere poeta e avere i capelli corti. Si può essere poeta e pagare regolarmente l’affitto. Si può essere poeta e fare l’amore con la propria moglie.
jules renard 

lunedì 1 febbraio 2016

nuove frontiere dell'herpes


Arriva il momento in cui i caffè smettono di funzionare. Il mio cervello smette di funzionare e tutta l’energia vitale è concentrata nel tenere aperte le palpebre. Il solco tra le sopraciglia diventa profondo, gli angoli degli occhi si abbassano e arrivano circa alle ginocchia.
Ho sonno. Vivo continuamente avendo sonno. Oggi qua nella già terribile pianura padana è una giornata tra le più uggiose della storia. Stamattina sembrava di viaggiare nel nulla, capitata per caso in un film di Tim Burton. Macchine che si perdono nella nebbia ed è tutto grigio grigio grigio grigissimo. A fianco ho questo essere molto simile ad un goblin che parla per frasi fatte in stile Osho.
Sono di nuovo a rischio herpes. In realtà sono perennemente a rischio herpes, solo che talvolta me ne dimentico. La mia mente partorisce dei scenari apocalittici con gigantesche e mostruose eruzioni di enormi bolle piene di pus e vermi che mi sgorgano dalle labbra. Nella peggiore delle ipotesi i suddetti vermi nuotano nel pus che mi sgorga dalla vagina. Perché c’è anche l’eventualità dell’herpes vaginale trasmesso per via orale. È decisamente vero che l’eventualità è a dir poco remota vista la frequenza, ma visto il principio per cui ci succedono esattamente le cose di cui abbiamo paura, la probabilità di avere uno scenario da Tim Burton in mezzo alle gambe è tutt’altro che inimmaginabile.
No ma a questo punto quasi quasi mi vado a fare un altro caffè a vedere se sono ancora in tempo per rimediare a questa tragedia cosmica.