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giovedì 12 maggio 2022

Vergangenheitsbewältigung

prendere ogni foto

tutti i selfie dal water, dal furgone, dall'ufficio

tutte le facce sceme

sorrisi

bacini schioccanti

parole che comprendevano solo due persone al mondo

inflessioni

storpiature del tedesco

storpiature dell'italiano

storpiature dell'inglese

storpiature del georgiano

ogni battuta

ogni "non bevi il caffè dopocena?"

ogni furtiva carezza al panettoncino

ogni incastro fisico, spirituale, oculare

ogni canzone, articolo, libro, vignetta, meme, mostra, concerto, sentiero percorso

ogni silenzio, scazzo, bestemmia, scornata

ogni risata del mattino

ogni lista dell'oltreuomo, carbonara, tg la7, birrette, tovagliette verdi, "alza la musica valà"

ogni 7:14 del mattino

prendere tutto questo, insieme alla valanga di cose non dette, offese, ferite, lacrime.

sistemare tutto con la meticolosità di Marie Kondo.

ciascuna cianfrusaglia in un adeguato contenitore.

riordinare

dipanare la nebbia

e superare.

non buttare via

non dimenticare

non rinnegare

ma superare

andare avanti senza questo struggente bisogno di correre a condividere ogni minchiata

andare avanti senza questa nostalgia

andare avanti senza rabbia, delusione, tristezza

andare avanti senza più aspettarsi alcun colpo di scena

superare

fare pace

rassegnarsi

insomma, chiamala come vuoi, ma fa qualcosa per l'amor del cazzo!


venerdì 6 maggio 2022

il senso di vergogna mi viene a trovare nei sogni.

l'inconscio mi martella il cervello ripetendomi, in salse nuove ogni notte, che ho tradito, che ho fatto male, ho fatto del male, che ho fatto qualcosa di sbagliato, ho fatto un torto a me stessa.

con la luce del giorno la vergogna scompare e lascia spazio alla razionale rabbia, dove: no, cazzo non ho sbagliato, ho scelto di avere una vita e non passare la mia esistenza nell'attesa e nella sottomissione ai capricci altrui. 

poi mi addormento e, quasi ogni notte, provo vergogna. 

giovedì 5 maggio 2022

Correva l'anno 2013, 31 dicembre.

Ricordo esattamente la mia postazione in quel grigio ufficio di San Martino Buon Albergo, situato di fronte al cimitero.

Avevo deciso di passare il capodanno da sola, immersa nella vasca da bagno, con champagne, hashish e lenticchie in scatola. 

L'ufficio non era esattamente predisposto per lavorare, quel giorno. Eravamo tutti innamorati del nostro lavoro, sapevamo, in cuor nostro, che da quel grigio e squallido ufficetto fronte cimitero, stavamo salvando delle vite e ne andavamo orgogliosi. L'ultimo giorno dell'anno però, nessuno aveva voglia di salvare il mondo, bisognava solo far passare quelle 8 ore per poi disperdersi nella nebbia padana.

Fu lì che, chiacchierando di chiacchiericci femminili, saltò fuori che ero innamorata di un ragazzo che non si capiva cosa volesse. E' ridicolo, ma questa cosa di non capire che minchia volesse me la sono portata avanti per anni e non più tardi di stamattina in macchina, me lo sono chiesto di nuovo, ma questa è un'altra storia. Feci dunque il mio coming out sul fatto che c'era questo ragazzo di cui ero innamorata da tempo, con cui passavo ore al telefono, con cui mi scambiavo pungenti messaggini irriverenti, con cui scambiavo opinioni e recensioni su qualsiasi aspetto della vita, che veniva a trovarmi a sorpresa, che dominava i miei sogni erotici, che sognavo di vedere vecchio e brontolante accanto a me, che non mi annoiava mai, che sapevo essere impossibile e irraggiungibile, ma che non volevo smettere di amare, perché amarlo mi faceva stare bene, la consapevolezza della sua esistenza al mondo mi bastava per essere felice (non sempre, ma quasi). Mi rendevo conto che questa cosa allo stil novo cozzava con la mia cinica personalità, ma oh...

A quel punto, dopo il mio timido sproloquio, Anna mi mandò questa poesia di Beckett che continua a spiazzarmi a distanza di anni e ogni volta, ogni volta, ogni volta, mi si spezza il cuore. Avevo anche tentato di mandarla al destinatario dei miei amorosi sospiri, ma, come sempre, nella sua totale incapacità e annientante imbarazzo di fronte allo scontro diretto con le emozioni, mi rispondeva con un emoji. Io ridevo. Ridevo della sua alessitimia, ridevo dell'enormità del mio amore, ridevo del nostro infantile rifiuto di ammettere quanto tenevamo alla nostra sgangherata storia. 

E' passato dall'essere l'oggetto dei miei desideri ad essere il mio ragazzo, ad essere il mio quasi marito e quasi padre dei miei figli ad essere un ricordo, eppure questa poesia continua a spiazzarmi e spezzarmi il cuore, ogni cazzo di volta. 



Nuovamente dicendo

se non m'insegni non imparerò
nuovamente dicendo ecco vi è un'ultima volta
persino per le ultime volte ultime volte per mendicare
ultime volte per amare
per sapere di non sapere fingere
un'ultima anche per le ultime volte
di dire se non m'ami
non sarò amato se non amo te
non amerò
la zangola di parole stantie nuovamente nel cuore
amore amore amore
tonfo del vecchio pistone a pestare
l'inalterabile
siero di parole
Nuovamente atterrito
di non amare
di amare e non te
di essere amato e non da te
di sapere di non sapere fingere
fingere
io e tutti quegli altri 
che ti ameranno
se ti amano
sempre che ti amino.

Samuel Beckett

martedì 3 maggio 2022

Bella Achatovna Achmadulina

L'addio


e in ultimo ti dirò:
addio, non vincolarti ad amare.
Sto impazzendo. Od elevandomi
ad un alto livello di follia. Come hai amato? Ti sei bagnato le labbra
con la perdizione. Non importa.
Come hai amato? Mandando in perdizione,
ma in una perdizione così maldestra. Oh, crudeltà del fallimento… non avrai
perdono. Il corpo è vivo,
e vaga, vede il mondo intero,
ma il mio corpo si è svuotato. La tempia ancora opera
una funzione ridotta. Ma mi sono cadute le braccia,
e in piccoli stormi sghembi,

scompaiono odori e suoni.

Прощание

А напоследок я скажу:
прощай, любить не обязуйся.
С ума схожу. Иль восхожу
к высокой степени безумства.Как ты любил? Ты пригубил
погибели. Не в этом дело.
Как ты любил? Ты погубил,
но погубил так неумело.Жестокость промаха… О, нет
тебе прощенья. Живо тело,
и бродит, видит белый свет,
но тело мое опустело.Работу малую висок
еще вершит. Но пали руки,
и стайкою, наискосок,
уходят запахи и звуки.

1960 г.

martedì 26 aprile 2022

tutte le notti

 a volte la nostalgia mi assale come un animale affamato e mi divora gli organi. 

sono sempre stata emotivamente instabile, figurarsi ora. 
c'era chi diceva "mi commuovo anche a guardare un panino ormai" e io, con occhi a cuore che nascondevo pazientemente, pensavo: "vecchio rammollito".
Ora anch'io mi commuovo a guardare anche un panino, un po' perché ho sempre fame, un po' perché mi basta pensare a pane-speck-formaggio e ad uno spolverino verde shock per volermi sdraiare sull'asfalto e rotolarmi nella polvere bagnata, ululando di straziante tristezza.
Ecco. 
Ci si riduce così ad agire col cervello, ad avere la presunzione di poter impostare la propria vita su basi razionali. Bisogna metterselo bene in testa, per il resto dei miei giorni. 
Ci si riduce a cantare stupide ballate d'amore in macchina, a squarciagola, con voce spezzata, che ti sognooo tutte le nottiiii... sentendomi completamente stupida e sola. Sola con il mio bambino che, poverino, deve essere spaventato a morte da questo turbinio psicosomatico che si sta scatenando nel mio essere.
D'altra parte, mi sono già messa via tutti i miei futuri e correnti fallimenti genitoriali: ho tutte le carte in regola per fare il pieno di errori più o meno fatali, come ad esempio non potergli assicurare un minimo di famiglia che si possa chiamare tale. 
Alla fine comincia a bollirmi il cervello e butto tutto in vacca convincendomi, a spese di sanguinose ferite personali, che l'amore possa essere sufficiente per sopperire a tutto il resto delle cose che non potrò dargli. 

domenica 21 marzo 2021

lampadina spenta

 

Strano, no? 

Ami un uomo. 

Lo ami tutto. 

Ami le sue idee, la sua voce, ami i suoi pallidi piedi sturzellati, i suoi polpacci da vichingo che proseguono in alto con delle coscette ciccione che si incontrano verso l'inguine creando fastidiosi attriti con mutande e pantaloni. 

Ami i suoi bianchi maniglioni antipanico, quell'assurda distribuzione dei peli sul petto: ché, non s'è mai visto un uomo con peli a chiazze. 

Ami le sue spalle larghe e il modo in cui le muove con disinvolta cazzutaggine, quando cammina. 

Ami il suo collo, leggermente raggrinzito ormai, che emana una gamma di odori ben classificati: dall'odore da sonno, all'odore di falegnameria, all'odore di Davidoff, all'odore sudato, all'odore del peccato post coito. 

Ami i suoi capelli, tagliati da marines sbronzo, da bimbo minchia, arruffati e leggermente brizzolati, ami anche la piazzola di calvizie che va arrogantemente formandosi. 

Ami le sue mani ruvide, utili a fare lo scrub e un milione di altre cosacce. 

Ami le sue idee radicali, le sue utopie, la sua rabbia contro il sistema, la sua patologica onestà, il suo essere autistico, la sensazione di tenerezza e angoscia che trasmette, quando inizia a dondolarsi nel letto. 

Lo ami anche mentre litigate, anche mentre gli fai docce di veleno, risentimento, delusione e rimproveri. 

Ami la sua luce, ami la luce che accende dentro di te. 

Ami le sue carbonare, ami la domanda dopo cena: "vuoi il caffè?" ripetuta ogni volta, per anni. 

Ami i suoi messaggi vocali con quella voce che ti genera in testa pensieri poco ortodossi. 

Ami praticargli delle cose poco ortodosse, anche dopo anni. 

Ami le sue manie. 
Lo trovi arrappante anche quando piscia da seduto o quando si mette la calza da vena varicosa.
O quando se ne esce con quella tutina da bici inaffrontabile con il bonus dello straccio da cucina intorno al collo
Lo scoperesti a sangue anche allora.

Succede. 

Raramente, ma succede di trovare una persona così. 

Raramente succede che di una persona non ti faccia schifo nemmeno la sua merda. 

Raramente succede che una persona ti susciti rispetto e orgoglio anche quando la prima cotta è passata. Raramente succede che una persona riesca a farti ridere esattamente nel modo in cui hai bisogno di ridere. 

Raramente una persona sa farti sentire desiderata anche quando sei oggettivamente sciatta e imbruttita dal preciclo. 

Raramente, ma succede. 

Succede poi che lo stesso uomo che ami così e in un milione di altri modi, che ti ama e ti avvolge nella sua premura, come fosse una coperta calda, riesca ad ucciderti.

Con metodo, perseveranza, giorno dopo giorno, negandosi, distruggendo i tuoi sogni e le tue speranze. Nascondendosi da te, fuggendo dalla vostra vita, chiudendo le porte, socchiudendole per poi sbattertele di nuovo in faccia. Dimenticando i tuoi dolori, dimenticando anche i suoi. Mettendo al primo posto tutto il resto, procrastinando fino all’infinito. Smorzando qualsiasi entusiasmo, facendoti sentire sbagliata, mediocre, squallida, ridicola.

Ignora la parte più complicata di te. 

Ama solo la parte scema, divertente, sarcastica, maiala, ma non riesce ad amare e provare a salvare la parte più difficile della bambina vulnerabile e sola. 

Non lo fa. 

Non ci riesce. 

Non vuole. 

Preferisce andare a fare la legna, abbandonarti sola nella sua casa, mentre risolve cose più risolvibili. 



Ti ritrovi poi a non capire e continuare a farti la stessa domanda da mesi, da anni: come è possibile che una cosa così grande venga buttata via?

Cerchi una definizione: sarà egoismo? Paura? Pigrizia? Sarà che ti ama solo a pezzi, senza volerti concedere di entrare nella sua vita? Fiumi di parole, lacrime, urla, bestemmie e nessuna risposta. Vorresti almeno avere una risposta, anche crudele. Un NO, NON TI HO VOLUTO. E invece è un TI HO VOLUTO, MA NON A SUFFICIENZA. E senti di nuovo le lacrime salire… allora era tutto finto?

E piangi di nuovo, piangi e sbatti la testa, perché sembra un peccato mortale togliere al mondo quello che eravate, togliere a voi, quello che eravate, quello che potevate essere, dei sessantenni che si prendono in giro e si danno i morsetti sul culo a vicenda. E ti incazzi, perché anche i ricordi svaniranno e rimarrà solo una cosa lontana, bella sì, ma lontana con ormai nessuna connessione alla realtà. Non avrai più quella piccola lampadina accesa di orgoglio, perché hai il ragazzo migliore al mondo. Il più giusto, il più premuroso, il più buono, il migliore a letto, il migliore in cucina e che sapeva calmarti con un abbraccio.

Lampadina spenta.

Sigaretta accesa.

giovedì 21 gennaio 2021

lo schifo al cazzo

Non ricordo quasi nulla dell’anno scorso.

È così un po’ per tutti, immagino.

I tempi si sono dilatati e faccio una fatica bestiale a collocare un evento: non ricordo mai se era l’anno scorso o due anni fa o se magari non è mai successo.

Le uniche immagini sono quelle della scorsa estate, forse.

Una settimana di isolamento fiduciario, dove potevo permettermi il lusso di aspettare il mio ragazzo a casa.

Avevo un branco di stambecchi impazziti nello stomaco dalla felicità.

Sarà anche banale, mediocre, cliché, ma mi sbrodolavo all’idea di aspettarlo a casa per pranzo. Preparare la moka per risparmiare tempo, limonarlo pornograficamente prima che andasse via e beccarmi un suo ultimo sguardo luminoso e complice, prima che infilasse tutto quel suo corpo enorme nella macchina.

Mi viene schifo al cazzo al pensiero di quanto tempo ho passato sognando queste cose… queste stronzate tipo aspettarlo a casa, tipo avere una casa insieme, dove tutte le cose sono nostre, dove abbiamo pensato a tutto noi, dove tutto respira la nostra aria, dove avrei voluto rifugiarmi e ignorare i miei demoni. Mi viene schifo a pensare che tutto quello che per me era bellissimo, per lui era una rottura di coglioni che andava a ledere il suo approccio alla vita, dove non ci doveva essere spazio per queste sciocchezze. Non si capisce bene perché, forse solo perché tutti avevano questa cosa e lui non voleva assolutamente farne parte. Io invece non l’avevo mai avuta questa cosa di avere una casa insieme, un posto sicuro dove aspettarlo, dove mi avrebbe aspettato, dove potevo permettermi di essere libera.

e così, l’anno scorso mi ha regalato qualche giorno di finto idillio.

Un micro viaggio a Trieste che ora non saprei se definire bello o brutto. Bello e anche brutto. Ero già in ebollizione, avevo già il cervello putrefatto dalla delusione, dalla stanchezza emotiva, stavo già covando l’esplosione che sarebbe arrivata.

Una settimana di ferie, anche quella ormai avvelenata.

Eppure c’è stata, sembra passata una vita.

Eppure è l’ultima estate che abbiamo passato insieme.

Chissà come sarà la prossima.

Mi viene schifo al cazzo, quando penso che ci sarà un’estate senza…


martedì 29 dicembre 2020

e per fortuna che non è un mese da 31 giorni

 

Questo stupido continuo contare.

Un mese senza vederci.

Strano no?

È tutto strano.

Quante risate risparmiate!

Quanti abbracci risparmiati!

Quanti momenti su quel divano scivoloso!

Quante declamazioni dell’Oltreuomo!

Quanti “dammi un bacino, dai”

Quanti “Mi alzi, ciccio?”

Sono ricchissima, io! Sto risparmiando un sacco.

Ho la colonna vertebrale schiacciata: chi è che mi alza, adesso?

Ho la colonna vertebrale schiacciata da questo mondo, che devo affrontare da sola.

L’ho voluto io, no?

“L’hai lasciato, che auguri ti aspettavi?”

L’ho voluto io.

Questo silenzio.

Questa nostalgia.

Questo “tanti auguri!!” che quasi non ti conosco.

Questo Natale del cazzo e le foto della grande neve che non mi sono arrivate.

Fai la cacca e a nessuno interessa che faccia fai nel mentre...

Devastante.

giovedì 12 novembre 2020

ciclo

 

Sono passati più di tre anni da quando abbiamo deciso di avere un figlio.

Ok, “abbiamo” è forse esagerato. Io ho deciso e lui ha acconsentito senza alcun entusiasmo e con una grande (quanto appagata) speranza di non avere successo in questa impresa.

Tre anni di calcoli, tre anni di speranza, tre anni di sogni di una bambina dagli occhi grandi della madre, appetito del padre e buffonaggine di entrambi. Ho sognato il suo odore, ho sognato il suo primo sorriso, ho sognato i suoi piedini, ho sognato la domenica mattina con lei nel letto: io, lui e lei. La nostra piccola famiglia piena di porchidii e luce. Ho sognato lui che rientrava a casa e noi che gli correvamo incontro per fargli vedere che bei disegni che avevamo fatto. Ho sognato anche, addirittura, la prima volta che le avrebbero spezzato il cuore e come saremmo stati bravi io e lui a farle sentire la forza del nostro amore e come l’avremmo tirata su a suon di risate. Ho sognato poi i suoi due fratellini gemelli e di nuovo noi tutti nel letto, con lui che muggisce e vuole dormire e noi che ci arrampichiamo sulle sue cicciosità per indispettirlo e lui che brontola, ma sotto-sotto sorride e gli si riempie il cuore per avere intorno tutti questi piccoli cagacazzi capeggiati dalla sua vecchia rana.

Ho fatto un sacco di sogni.

Mi sono addormentata per centinaia di notti con il sorriso e le lacrime.

Ma questa bambina non è mai arrivata.

E noi siamo riusciti ad andare affanculo. Non perché lei non sia arrivata, ma comunque il mio grande sogno è andato affanculo. Strisciando, lentamente, disintegrandosi di giorno in giorno.

Dopo tre anni, sento di nuovo arrivare il ciclo. Puntuale come la maledetta morte. Solo che, questa volta, non sono arrabbiata, frustrata, delusa, distrutta, spezzata, frantumata e polverizzata dalla consapevolezza che, anche questa volta non ce l’abbiamo fatta. Dopo tre anni, sento un’amara sensazione di liberazione dall’aspettativa che mi opprimeva. Per la prima volta, non potevo avere dubbi. Per la prima volta, dopo più di mille notti, ritorno ad avere una connessione con il mio ciclo. Ritorno ad accettare il mio corpo, anche se si è rivelato un terreno arido. Ritorno a me stessa.

È una strana sensazione, quella di non avere più un sogno che ti ammazza ogni mese, che ti lascia in una pozzanghera di lacrime incomprese, lacrime che nessuno ha mai voluto asciugare, lacrime che nessuno ha mai condiviso.

Sono tutte strane queste sensazioni in questo nuovo mondo, che sembra non appartenermi e non avere niente a che fare con me. Non ho più un mio mondo. Il mio mondo è finito. Dovrò ridisegnarlo da zero. Che palle!

martedì 25 giugno 2019

tira quei laver valà

un giorno smetterò di parlare come te
smetterò di pensare come te
smetterò di parlarti
smetterò di pensare a cosa diresti
smetterò di pensare alle facce che faresti
smetterò
a questa età è ridicolo abbandonarsi ai dolori del giovane Werther
è ridicolo sentirsi ridicoli
fallimento
ma non sarà certo il più grande
ce ne saranno altri, più fallimentari
ho fallito tante altre volte e ho ripreso a vivere
imparerò a parlare senza le tue parole
le mie mani dimenticheranno il tuo corpo
il mio naso dimenticherà il tuo odore
questione di rinnovamento cellulare
intanto trasudo prosecco e mi mangio le punta delle dita
poi prenderò una penna e riscriverò tutto daccapo
ci sono ancora infiniti modi di dire da imparare
modi di dire che non sono tuoi e non mi infilzeranno con un lungo stuzzicadenti nei polmoni

mercoledì 19 ottobre 2016

cristallo

diceva lui:
è così, no?
si cristallizzano i momenti e poi ti rimangono i momenti e non più la persona in sé.

procediamo con la cristallizzazione dei momenti

Sull'autobus che ci portava verso l’aeroporto di Marco Polo mi ero seduta di traverso sul primo sedile dietro l’autista. Ho agitato le gambe nell'aria e lui ha detto che a volte sembro proprio una bambina. E io mi sono improvvisamente sentita amata e riflessa nei suoi occhi raggianti.

Sarà il complesso di Elettra. 

martedì 18 ottobre 2016

sta su bella fiera

Apri le ali e splendi.

Porta con orgoglio la corona della regina abbandonata. Porta a testa alta l’abbandono. E sorridi. 

venerdì 14 ottobre 2016

lunedì 26 settembre 2016

le 10 regole


Bisogna saper stare sul pezzo. E il pezzo degli ultimi tempi sono le classifiche, le regole, gli elenchi.
Elenco quindi di seguito, in ordine sparso, i miei spassionati consigli a coloro che stanno affrontando, affrontarono in passato od affronteranno in futuro il caso di un caro nel primo periodo della separazione:

  1. Non insultarmelo. Perché ti strappo gli occhi e te li infilo su per il culo
  2. Non dirmi che sicuramente troverò di meglio: non tutti gli umani sono progettati per cacciare sempre, una potrebbe anche decidere di fermarsi per qualche decennio e, soprattutto, al momento è impossibile pensare che ci sia qualcosa di meglio
  3. Non cercare di tirarmi fuori di casa per forza: passeremo una serata di merda dalle risate sforzate e coglioni per terra
  4. Non cercare di presentarmi altri uomini: ho la libido sotto terra
  5. Non cercare di coinvolgermi in attività ludiche prima a me sconosciute quanto sgradevoli: già ho i cazzi miei, se poi devo fare delle cose di cui non me ne frega una beata minchia solo perché “almeno ti distrai”, la coltellata in gola mi è assicurata
  6. Non consigliarmi di mangiare di più: so anch’io perfettamente che se non mi nutro muoio e se non lo sto facendo non è perché ci godo
  7. Non farmi i complimenti che non merito: già suonano falsi quelli detti sinceramente, figuriamoci quelli da life coach rottinculo
  8. Non convincerti che se sto da sola mi taglio le vene: è solo che preferisco dormire piuttosto di reggere la compagnia di chiunque
  9. Non. Assolutamente. Non. Dirmi.: “te l’avevo detto che sarebbe andata così!” : Vedi punto1
  10. Non ipotizzare chi dei due ci metterà di più a cuccare: Vedi punto 4.


lunedì 19 settembre 2016


La disillusione è perfida. Sa avvicinarsi lentamente e avvelenare i sogni. Ogni giorno ne perdi un pezzo per poi ritrovarti in un pozzo pieno di vuoto.
La si combatte ogni giorno, con piccole illusioni infantili. La si combatteva ogni giorno.
Oppure sa piombare da un giorno all’altro. Tagliare le palpebre con un rasoio sottile.
Ed è come un palloncino che scoppia.

Altre volte è come un palloncino che lentamente si sgonfia. Prima eri piena, poi eri un po’ meno piena e un po’ più spaventata. Ma stupida capricornuta del cazzo, ci credevi fino all’ultimo secondo. Finché un giorno ti sei svegliata con le ferite sulle palpebre e hai visto il vuoto. Ecco. Ho visto il vuoto. La disillusione è arrivata da un giorno all’altro. Totale. In effetti è stata un po’ entrambe le cose… si è insinuata passo dopo passo, indifferenza dopo indifferenza, compromesso dopo compromesso, magone dopo magone per poi arrivarmi addosso come una betoniera lenta. Mi sta ancora passando sopra, ci sono sotto solo con le gambe. Passerà. Mi metterò un pollice in bocca, soffierò forte e mi rigonfierò come nei cartoni animati. E sarò di nuovo libera di respirare. Toglierò i pezzettini di vetro con una pinzetta. Dagli occhi, dalle mani, dalla lingua, dall’ombelico, dalle mutande. Mi disinfetterò e metterò delle tenere bende. Mi curerò e imparerò ad amarmi anche in versione spezzata. Anche in versione buttata via. Anche in versione rifiutata. Anche in versione sfigata. 
















lunedì 12 settembre 2016

felicità sintetiche


È come metadone.
Stelle – Stalle in tempo zero.
Una bella giornata ti pompa di adrenalina. Poi infili una maglietta lavata con un detersivo di cui non ti ricordavi di ricordare così bene il profumo e cadi di nuovo al punto di partenza.
Cosa cazzo stiamo facendo a noi stessi?
Quando la questione si filtra e si purifica all’essenza di quello che è, mi domando incredula di nuovo e di nuovo e di nuovo – ma cosa cazzo stiamo facendo a noi stessi?
Poi l’essenza viene diluita. Si aggiungono i principi, l’orgoglio, la cazzutaggine, i denti stretti, le scomodità e mi sembra di essere in una stanza che lentamente si sta restringendo schiacciandomi dentro.
Poi
Arriva un messaggio
Una telefonata
Una foto
E di nuovo stelle
E poi
Di nuovo stalle

Bah. 

lunedì 29 agosto 2016

.dentistretti.

Vabbè la banalità mi è sempre appartenuta. Ognuno si cura come meglio crede, io mi curo scrivendo minchiate a vanvera solo quando non sto bene. A rileggere questi diari mi rendo conto di quanta depressione potrei trasmettere, ma in fondo… chemenefotte?
passo così a rivedere tutta la vita con nuovi occhi. di nuovo. Mi armo di gomma a forma di orologio e mi metto a cancellare. Ridisegno i miei giorni. Mi rifaccio la stessa domanda con una frequenza pari a 30/min. e ogni volta la risposta mi si incastra nella gola e faccio fatica a respirare. Non è nulla di tragico in fondo, il tempo sistema tutto, tutto si cristallizza e rimangono solo i bei ricordi, ma mi fa rabbia pensare che ho buttato via 4 anni di emozioni positive. Certo, poi mi dico che non sono buttati, che è stato bello, che i miei coglioni… sono buttati in realtà. Buttati perché il meglio era nei dettagli, nei risvegli, nei sorrisi, nelle battute idiote, nell’abbracciarsi, sfiorarsi, nel mettersi insieme in macchina, nel tornare a casa la sera, leggere le notizie dell’internazionale, fumare le sigarette in punta di piedi, stendere la lavatrice, guardarsi di nascosto… tutto questo si cancellerà, non ne rimarrà più niente. Rimarranno i viaggi, le foto, qualche luogo, qualche data… e poi nulla.
Lo trovo terribile.

Mi viene da sbattere la testa contro i muri al pensiero che tutto quello che mi riempiva la vita fino all’altro ieri ora scomparirà lentamente. Come un Alzheimer sentimentale. Il tutto si dilegua e resta solo un nome e un viso e non c’è neanche lo sforzo di doversi evitare. Ognuno nella propria caverna. A me, la mia non è che faccia paura, però un po’ di schifo mi fa, ecco. 

venerdì 24 giugno 2016




























capirsi
perdonarsi
lasciarsi.
lasciarsi andare
lasciarsi andare affanculo
lasciarsi andare affanculo ma con classe
e poi di nuovo capirsi
e provare a perdonarsi l'errore