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martedì 17 maggio 2022

LB

Arriva la madre e porta le lettere della nonna.
E' l'ultima persona al mondo che mi scrive le lettere a mano, su fogli strappati dai nostri quaderni di scuola non finiti. 
E' uno dei miei momenti preferiti: metterci lì in tre a leggere le lettere ad alta voce e rotolarci dalle risate.
Vorrei poter tradurre le sue lettere, ma temo che sarei incapace di trasmetterne lo stile.
Si compongono di brevi frasi di senso compiuto, ma senza un nesso tra di loro. Una specie di Virginia Woolf sintetica. Un flusso di coscienza saltellante. Un unico paragrafo contiene notizie sui vicini di casa, ricordi di settant'anni fa, notizie dal mondo dello spettacolo, consigli pratici sulla gestione delle nostre sgangherate vite e barzellette sugli ebrei che fanno ridere solo lei. 
E' tutt'ora convinta che le sue lettere rimangano tra lei e il mittente, quindi non sa che io e mio fratello le confrontiamo per fare a gara di chi riceve gossip più scottanti e commenti più caustici. 
C'era solo una differenza tra le due lettere, questa volta.
Quella di mio fratello terminava con: probabilmente è l'ultima lettera che ti mando.
La straziante essenza di questa donna si riassume nel suo stile epistolare: didascalico, scarno, tagliente, buffo, comico e drammatico allo stesso tempo.

Ha deciso di morire, con limpida determinazione. L'ha pure messo per iscritto.

Mi lascia all'oscuro perché, adesso, per la prima volta in 35 anni, io sono quella da proteggere. 

Credevo fosse immortale, ma ieri, per la prima volta, ho avuto paura di non ricevere più le sue lettere e mi sono chiesta se esista qualcosa al mondo di più prezioso del tempo che posso ancora passare con lei. 

Odio dover lavorare, non perché sono pigra, ma perché il lavoro mi sta rubando la vita, il tempo per curare chi amo. 


mercoledì 4 maggio 2022

Sesso, consolazione della miseria!

Sesso, consolazione della miseria!


La puttana è una regina, il suo trono

è un rudere, la sua terra un pezzo

di merdoso prato, il suo scettro

una borsetta di vernice rossa:

abbaia nella notte, sporca e feroce

come un’antica madre: difende

il suo possesso e la sua vita.

I magnaccia, attorno, a frotte,

gonfi e sbattuti, coi loro baffi

brindisini o slavi, sono

capi, reggenti: combinano

nel buio, i loro affari di cento lire,

ammiccando in silenzio, scambiandosi

parole d’ordine: il mondo, escluso, tace

intorno a loro, che se ne sono esclusi,

silenziose carogne di rapaci.

Ma nei rifiuti del mondo, nasce

un nuovo mondo: nascono leggi nuove

dove non c’è più legge; nasce un nuovo

onore dove onore è il disonore...

Nascono potenze e nobiltà,

feroci, nei mucchi di tuguri,

nei luoghi sconfinati dove credi

che la città finisca, e dove invece

ricomincia, nemica, ricomincia

per migliaia di volte, con ponti

e labirinti, cantieri e sterri,

dietro mareggiate di grattacieli,

che coprono interi orizzonti.

Nella facilità dell’amore

il miserabile si sente uomo:

fonda la fiducia nella vita, fino

a disprezzare chi ha altra vita.

I figli si gettano all’avventura

sicuri d’essere in un mondo

che di loro, del loro sesso, ha paura.

La loro pietà è nell’essere spietati,

la loro forza nella leggerezza,

la loro speranza nel non avere speranza.

venerdì 4 novembre 2016

la nausea

Ho riletto “la nausea” di sartre: signori miei, che strazio. Per finire bene poi ci ho letto dietro “lo straniero” di camus e poi ho capito che basta, adesso manca solo affilare una bella lama e introdurmela in mezzo ai polmoni con lenta decisione.
Al di là di questo è inutile sviluppare il pensiero per cui mi sono riconosciuta sia in nausea sia in straniero. Continuo a pensare che, quando qualche mese fa stavo traslocando per l’ennesima volta, i miei libri sapessero già quale fosse l’ordine giusto in cui si dovevano mettere in fila per capitarmi in mano esattamente nel momento giusto. Così fu. Ogni libro sembro io, in versione intelligente, che mi sbatto in faccia terribili e penose verità sulla mia esistenza. Sarà essere egocentriche…

In questi giorni sono stata vinta dalla nausea, di nuovo. Vado a vedere un appartamento che potrebbe farmi da rifugio per il prossimo futuro e mi sento possedere dalla nausea. All’idea di altri odori, altre prospettive, altri spazi, altre notti in cui mi sveglierò senza capire dove sono, altri suoni, altri vicini, stessa solitudine densa e prepotente… mi viene la nausea. Dentro. È una sensazione terribile, sento un magone ruvido che comincia a salire dalla gola e perdo il senso del tutto. Mi sento totalmente assente nei confronti degli oggetti, del presente, della mia vita, delle persone che mi vogliono bene. Così fuggo. Mi nascondo dentro la mia macchinina gialla e fumo 15 sigarette all’ora per non pensare a quanto sono inadeguata. 

martedì 27 settembre 2016

.i hate humans.

Credo di essere una razzista. Se non fosse per l’educazione che ho ricevuto, probabilmente sarei dichiaratamente nazista.
Io odio gli psicopatici e gli isterici. Mi rendo conto perfettamente che è una malattia, che è come prendersela con uno che ha il raffreddore o la gastrite o l’artrite. Riesco ad essere tollerante con uno che continua a tossire o deve essere selettivo nel mangiare o riempirsi di insulina per sopravvivere. Ma non riesco proprio a sopportare gli schizzati. Quelli che reagiscono in maniera esagerata, imprevedibile, quelli che si compiangono o distorcono la realtà, non sopporto la gente dai gesti imprevedibili (e non sorprendenti). Mi scatta la violenza. Mi rendo conto che dovrei essere paziente, che ognuno sta combattendo la propria lotta, ma mi pare di capire che la gente stia usando questa storia per autoassolversi in maniera un po’ troppo generosa. Io li prenderei tutti a schiaffi. Proprio non riesco ad essere paziente e dirmi che si ha continuamente a che fare con delle diagnosi più o meno lievi. Io la mia merda me la mangio da sola, al massimo la vomito un po’ qua, prima ne riempivo la testa al mio ragazzo, ma non è che se ho la merda nel cervello sono autorizzata ad alitarla in faccia a tutti con arroganza giustificandomi con una presunta instabilità emotiva. Che cazzo è? Uno ha i complessi di inferiorità, quell’altro ha le manie di grandezza, quell’altro ha le manie di persecuzione, quell’altro ha l’eiaculazione precoce, quell’altra non scopa da mesi, quell’altro ha la moglie troia, quell’altra non riesce a rimanere incinta, quell’altro ha un rapporto problematico con la madre (che poi sta storia di dare continuamente la colpa del proprio malessere ai genitori mi sta proprio in culo. Dio cristo, hai 80 anni, ripigliati un attimo), quell’altro ancora è frustrato perché non vuole lavorare in un ufficio, quell’altro perché non trova un lavoro, quell’altro perché vorrebbe viaggiare e non può, quell’altro per sa il cazzo cos’altro… ma vogliamo smetterla?
Voglio dire, chiaro che la vita non è esattamente il regalo che ci saremmo aspettati di trovare sotto l’albero. Chiaro che siamo cresciuti in una società consumista che ci spinge ad essere perennemente insoddisfatti sia a livello materiale che emotivo, chiaro che il benessere e la relativa sicurezza e stabilità politica ci vizia al punto da poterci permettere il lusso delle lotte interiori e capricci di vario genere, ma siamo anche nell’era dell’individualismo signori, che per me è una delle più grandi conquiste della civiltà moderna, la quale prevede di farsi i cazzi propri e non disturbare gli altri con le proprie fottute malattie mentali. E invece no, invece il bisogno di protagonismo è più forte, abbiamo bisogno di essere cagati, compatiti o sgridati o analizzati, ma soprattutto cagati. Abbiamo bisogno di far sapere a tutti che stiamo di merda e lo facciamo in modi diversi, ma tutti ugualmente fastidiosi.
Ecco. Io non sopporto i depressi. Preferisco gli incazzati, i cinici, i nichilisti, ma non gli schizzati. E non ho alcuna intenzione di fingere la solidarietà. Se il tuo comportamento mi irrita, voglio potermi permettere il lusso di evitare la tua compagnia. A meno che tu non sia il mio capo ovviamente, in qual caso cerco di sorridere alle tue chiare manifestazioni di schizofrenia, con la solida certezza che negli occhi mi si legga il più profondo dei disprezzi.

Oh là.  

mercoledì 31 agosto 2016

infinita fiducia nell'umanità.

Sono anni che penso di incidere una traccia che parta in automatico quando mi presento alla gente.
La farei partire subito dopo la stretta di mano per poter saltare la caduta dei coglioni iniziale con le domande del cazzo tipo
“ma davvero non sei italiana? Cavolo non l’avrei mai detto, non hai proprio nessun accento”
“Georgia? Russia? Ah no, non Russia, giusto giusto”
“ma davvero hai 29 anni? Te ne davo al massimo 20”
“sei venuta qua tutta sola a 15 anni? Ma pensa che coraggio”
“e com’è vivere con tuo fratello?”
“e non ti manca la tua casa?”
“si sta meglio qua o in Georgia?”
“torni ogni tanto in Georgia”
“è bella la Georgia?”
"ricordami la capitale che non me la ricordo mai" - seeeeh non te la ricordi mai, caprone di un coglionazzo
“ma che lingua parlate? Georgiano? Cos’è tipo russo? Ah addirittura una scrittura diversa” – a questo punto  si tira fuori il telefono e si mostra l’alfabeto per dare più peso all’affermazione, per poi rendersi conto che l’interlocutore non vede differenza alcuna tra georgiano, cirillico e sanscrito.
“e come mai hai scelto proprio l’Italia?” – questi gli scettici sempre pronti a sputare nel proprio piatto
“ma pensi di tornare in Georgia o starai qui per sempre?” – detta con un leggero terrore nello sguardo, consapevole che il Bel Paese è invaso da parassiti
Registrerei delle risposte gentili e le farei andare stampandomi un bel sorriso di plastica in faccia mentre la traccia avanza.

Quanto vorrei vivere in una società in cui rispondere alle domande di merda a suon di schiaffi non sia perseguibile dalla legge

venerdì 1 luglio 2016

lavorare.
Lavorare d’estate.
Lavorare d’estate dopo pranzo in perenne lotta contro il totalizzante bisogno di siesta
Lavorare d’estate dopo pranzo in perenne lotta contro il totalizzante bisogno di siesta e dopo una birra media
Lavorare d’estate dopo pranzo in perenne lotta contro il totalizzante bisogno di siesta e dopo una birra media dovendo affrontare un lavoro e una montagna di responsabilità completamente nuove e completamente da sola. Dovendo fare delle domande e rischiando di alitare birra e siesta in faccia agli anziani colleghi pieni di pregiudizi.

Ancora 4 ore.

mercoledì 22 giugno 2016

stay sunshine

Arriva poi quel momento. Il primo giorno d’estate 
e inizio a canticchiare le canzoni di pino daniele mentre prendo il sole nel parco della zona industriale di Verona. Per distrarmi faccio rigirare nella mente le scene dei film di Troisi per completare l’ambientazione da pino daniele. Chiudo gli occhi al sole e parte la malinconia, la sensazione di totale abbandono, l’ansia nella pancia come la definisce il mio ragazzo. La sensazione surreale che sanno trasmettere i mezzogiorni di calore.

Benvenuta estate.

martedì 14 giugno 2016

blessed are the damned

sogno di essere nel parco vicino a casa mia. chiusa in una stanza di vetro galleggiante sopra la piscinetta dove quando ero bambina nuotavano cigni, siringhe, lattine di birra e preservativi usati. però nel sogno è invece tutto pulito e la mia piccola stanza di vetro è insonorizzata e dentro i colori dell'acqua verde e degli alberi sono intensi. fuori dalla stanza vedo il mio ale con un'improbabile barba folta che va in giro con il mio zaino a proporre ai passanti di comprare le mie mutande (che tra l'altro sapevo essere già usate)... e sono furiosa, tra l'altro perché lui lo sa che deve venire nella stanzetta di vetro con me perché lo sto aspettando e senza di lui non posso uscirne e lui è lì che fa il coglione. 

appare del tutto inutile analizzare il sogno. è così anche nella realtà: io che aspetto l'ale che venga a tirarmi fuori dalla campana di vetro e l'ale che fa il coglione. neanche una soddisfazione di simbolismo freudiano, perdincibacco.

mi sveglio

su vozap:  messaggio della persona che ha vinto il premio viscidume 2016 con un link che in 5 righe cita Rubbia sotto il titolo "scoperta la bufala del cambiamento climatico". Ora, va bene che c'è tutta un'ala di negazionisti, ma leggere di prima mattina un articolo superficiale che dichiara (citando Rubbia) che il cambiamento climatico è stato inventato per mettere in azione una serie di costose normative ambientali sfiora anche il limite della mia angelica pazienza. non resisto e mi lancio in discussioni sull'industria, le lobby, l'innegabilità del cambiamento climatico, scagliandomi contro il negazionismo, le teorie cospirazioniste sulle scie chimiche e i video che hanno commosso il web. 

arrivo a Verona: diluvio

ombrello: lasciato in ufficio perché ieri c'era il sole (la logica è ferrea)

prendo l'autobus: becco il collega.

divago: il collega che becco periodicamente in autobus è un rumeno super carino e dolce e tenero e soprattutto molto intelligente. niente contro il rumeno. ma io la mattina, in viaggio, proprio non riesco, non posso, non tollero di dover parlare con qualcuno. è come se mi sentissi costretta: sei in un autobus, devi fare 10 minuti di viaggio e altri 5 a piedi con una persona che può anche essere la migliore al mondo, ma mi provoca disagio condividere i viaggi con qualcuno che non mi sia abbastanza intimo da permettermi di stare zitta senza per questo passare per scorbutica misantropa snob. 

becco il collega che insiste per condividere con me il suo ombrello (rotto). risultato: ho un debole getto che dolcemente mi scende dietro il collo. 

arriviamo al cancello della ditta: passo deciso e mi trovo in una pozzanghera alta circa 10 centimetri, nonché la metà della mia statura.

le scarpe mi fanno malissimo

le ovaia mi fanno malissimo

eppure.

eppure..

eppure...

basta una vecchia canzone e ho di nuovo quel paio di alette sporche e spelacchiate che battono euforiche sulla schiena. 
sono pulsante e viva in un modo travolgente. 


giovedì 5 maggio 2016

La Georgia è un altro mondo: la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte...


Nel settembre del 1899 il grande scrittore norvegese Knut Hamsun viaggiò per la prima volta nei suoi 40 anni. Si diresse nel Caucaso, attraverso la Russia. È possibile che questo fosse il suo viaggio di nozze, in quanto lo scrittore portò con sé anche la giovane moglie Bergljot Bech. Il risultato del viaggio fu il libro pubblicato nel 1903 “Viaggio nel Caucaso”.


Knut Hamsun, insieme alla compagna, arrivò a San Pietroburgo dalla Finlandia e partì la stessa sera in treno per Mosca. Il suo soggiorno fu breve anche qui: il giorno successivo, lo scrittore partì in treno per l’itinerario Mosca – Voronezh – Rostov-na-Donu – Armavir – Pyatigorsk – Vladikavkaz. Giunto nella “città-fortezza russa che possiede il Caucaso”, lo scrittore si spostò a Tiflis su una carrozza con quattro cavalli, passando in viaggio tre notti.

Ecco come descrive Knut Hamsun il suo incontro con il Monte Kazbeg: “All’improvviso, dietro una curva stretta a destra, si apre la valle e ci si para davanti, vicinissimo, il Kazbeg con i suoi ghiacci scintillanti al sole. Ci colpisce con la sua potenza – alto, terribile, silente. Siamo permeati da una sensazione irripetibile che ci stringe lo stomaco: il Kazbeg, come un essere dell’altro mondo, si innalza circondato da montagne che gli giurano fedeltà, e ci guarda. Scendo sgraziatamente dalla carrozza, la aggiro e tenendomi stretta ad essa, guardo il Kazbek. Mi gira la testa, mi sembra di essere sollevato da terra, sopra la strada, e mi trovo faccia a faccia con Dio”.
Quando si trova nel villaggio di Kobi, incantato dalla natura circostante, lo scrittore riflette su Dio e la Sua creazione. “Seduto a terra, guardo il cielo, e siccome io, a differenza di molti, non ho ancora chiarito il mio rapporto con Dio, mi immergo per un po’ nelle riflessioni su Dio e la Sua creazione. Questo mondo magico ed incatenvole, questo antico luogo di esilio dove sono capitato, si è rivelato il posto più sorprendente al mondo”.
Per tutto il viaggio, Knut Hamsun non smette di stupirsi della natura e si pone domande retoriche come: chi sta meglio? Gli europei, gli yankee od i caucasici?
La luna illumina già parecchio, anche se sono solo le cinque del pomeriggio, il sole e la luna brillano contemporaneamente dai cieli ed è abbastanza caldo. Questo mondo non somiglia a nessuno tra quelli visti prima e torno a pensare che potrei vivere qua tutta la vita. Siamo già scesi così tanto a valle che sono ricominciati i vigneti, nel bosco cresce il noce, il sole e la luna brillano contemporaneamente, sfidandosi a vicenda. La magnificenza della natura domina l’uomo; anche quelli che vivono qua ed osservano da sempre questo splendore, non smettono mai di stupirsene… un caucasico non conosce fallimenti ed ascensioni del tasso di cambio della borsa di New York, la sua vita non assomiglia alle corse dell’ippodromo, esso vive senza fretta, si nutre dei frutti della natura o della carne di montone. È concepibile sostenere che gli europei o gli yankee siano superiori ai caucasici? Dio solo lo sa: è talmente discutibile che nessuno, tranne Dio, può rispondere a questa domanda.”









Durante il viaggio, lo scrittore si concentra sui villaggi georgiani. “Ogni villaggio presenta un complesso di case fuse l’una con l’altra, erte una sopra l’altra, plasmate sul pendio”. Lo scrittore freme alla vista di rocce scoscese ed abissi senza fondo. Knut Hamsun descrisse il momento in cui, su uno dei tratti più pericolosi della strada, comparvero, di sotto terra, due pargoletti di 6 od 8 anni ed iniziarono a carolare e svoltolarsi. Con incomparabile impertinenza facevano capriole sull’orlo della strada, eseguendo una danza della morte. “Non mi restava altro che metter mano alla borsa e pagarli”.

Ci stiamo avvicinando a Tiflis. La strada costeggia il Kura. Il Kura è maestoso e sublime… in lontananza compare Tiflis: è un insieme di puntini alla rinfusa, un mondo a sé. Sopra la città pende la caligine. Eccolo, Tiflis, la città di cui scrissero molti poeti russi, la città presente in molti romanzi russi. Mi sento improvvisamente giovane, mi guardo intorno con stupore e sento quanto è forte il battito del mio cuore. Provai qualcosa di simile la prima volta che attendevo la lezione di Georg Brandes. Teneva una lezione all’università di Copenaghen. Aspettammo per un tempo infinito per strada, sotto la pioggia, affollandoci intorno al portone chiuso… ma ecco aprirsi le porte e corriamo su per le scale, per il corridoio, in aula dove mi trovo un posto. Aspettiamo ancora a lungo, l’aula si riempie, brulicando di mille voci. All’improvviso l’atmosfera si placa, lasciando spazio al regno di un silenzio di tomba. Sentì i battiti del mio cuore. Finalmente Lui salì sulla cattedra...”




Ecco quanto riferiva di Tiflis ai suoi lettori norvegesi:
La città conta cento sessantamila abitanti, di cui gli uomini sono il doppio delle donne. Qui si parlano settanta lingue… Tiflis subì il dominio di romani, persiani e turchi, ora è sotto i russi. La prosperità degli ultimi anni è dovuta alla conveniente posizione geografica: la città sorge sull’incrocio di vie commerciali che attraversano le montagne e collegano il mar Caspio con il Mar Nero, la Russia e l’Armenia. Nella città vi è un eccellente museo, teatro, raccolta di pittura, giardino botanico, fortezza… mentre sopra la città si erge il monastero di San Davit. Situato su un monte sacro per i georgiani – il Mtatsminda. Il monastero ospita la tomba di Griboedov”.


Knut Hamsun: “La città non si è rivelata molto interessante. Tornammo però in uno dei cantucci più e più volte ammirandolo infinitamente – era il quartiere asiatico. A Tiflis, c’erano negozi con vetrine a grandi specchi, tram a cavalli, teatri-varietà, dame e signori vestiti all’europea, ma nel quartiere asiatico tutto era differente: anche le strade qui non sono strade ma vicoli, passaggi incapestrati, scalette che portano da una casa all’altra, in su e in giù.

Nelle botteghe commerciano rappresentanti di ogni specie e popolo e vendevano oggetti più sorprendenti… Circondati da asini, cavalli e cani, gli artigiani lavorano per strada, i fabbri arroventano il ferro in piccoli fornelli battendolo su piccole incudini. Orefici e argentieri levigano, niellano, cesellano e incidono i loro manufatti, li decorano con turchesi ed altre pietre. I sarti confezionano lunghe palandre di feltro su macchine da cucire importate dall’Occidente… Nelle botteghe si vendono principalmente tessuti di seta, ricami, tappeti, armi e gioielli… qua e là, nelle minuscole botteghe, siedono scrivani trascrivendo su richiesta…
Scorre silenziosamente la vita del quartiere asiatico, lontana dal resto del mondo. Qui regna il silenzio, mentre tutto intorno si sente il chiasso della città mercantile, come se là fuori ci fosse l’America. È raro sentire qua una parola detta ad alta voce, raramente si sente un urlo inutile. Solo voci basse, discreti cenni con i turbanti e null’altro. Nel quartiere asiatico quasi non ci sono donne, è molto raro vedere due donne conversare con i bambini in braccio, e anche loro parlano a voce molto bassa. Gli armeni costituiscono un’eccezione nelle loro botteghe: loro lodano ad alta voce le loro armi e mentono apertamente ai compratori sia qua che in qualsiasi altro posto. Un ebreo può imbrogliare dieci greci, ma un armeno ingannerà dieci greci e dieci ebrei...”
Da Tiflis, Knut Hamsun si diresse a Baku e successivamente pianificava un viaggio in Oriente, in Persia. Una lettera di accredito francese però, che lo scrittore teneva in tasca, cambiò drasticamente i piani del viaggiatore. Presso le banche di Baku non emisero denaro dietro tale documento, dicendo di non aver mai visto prima di allora delle carte simili. Hamsun si vide costretto a tornare a Tiflis, dove le banche lavoravano con lettere di accredito francesi. Prelevato il denaro a Tiflis, decise però di partire per Batumi, sul Mar Nero, invece di andare in Persia.
Ecco, come vide lo scrittore la città portuale:

"Batum conta quaranta mila abitanti, forse pochi più. Alla vista ricorda in parte sia Tiflis che Baku – grandi edifici moderni di pietra si alternano a piccole e buffe costruzioni di pietra, rimaste dai tempi dei turchi. Le strade sono larghe, ma non lastricate, qua si cammina e si viaggia direttamente sulla sabbia. Al porto si trovano infinite navi, dai piccoli velieri, arrivati fin qui dalle città del sud o addirittura dalla Turchia, fino alle grandi navi da passeggeri europee provenienti da Alessandria o Marsiglia…

La vita di Batum è in qualche modo simile alla vita degli stati a sud degli Stati Uniti. Il ristorante, gli alberghi sono frequentati da un pubblico vestito all’europea, in seta e diamanti. Ordinano piatti raffinati e bevono champagne… Le maniere da americani degli stati del sud si manifestano particolarmente al momento del saldo. Amano pagare con le più grosse banconote, che sia necessario o meno, costringendo i camerieri di chiedere il resto al proprietario. Lasciano mance consistenti. E lasciano il vino in calici e rosoliere...
A Batum vi è anche un lungomare alberato. La sera è pieno di carrozze e persone a passeggio. Si trovano qua cavalli pieni d’ardenza, fruscio della seta, e ombrelli, e sorrisi, e saluti: tutto uguale ad una qualsiasi città degli Stati del sud. Si trovano anche qua bellimbusti, damerini con alti colletti simili a polsini, camicie di seta ricamate, cappelli sulle ventitre e bastoni grossi come il braccio… non è l’alterigia a farli vestire così, semplicemente anche loro desiderano farsi notare e sceglono questo metodo puramente estetico, il quale aiuta a raggiungere in fretta lo scopo e non richiede grandi sforzi. Il cappello può rendere famoso un uomo molto più in fretta di quanto non lo faccia un libro od un quadro. È quello che fanno i francesi, e perché non dovrebbero?”

L’autore termina così i suoi appunti di viaggio “La Terra Favolosa” : “Domani partiamo di nuovo per Baku, da lì proseguiamo per l’Oriente. Tra poco ci separeremo da questo regno, ma sarò sempre attratto da questo posto, perché ho bevuto l’acqua del Kura”. In realtà Knut Hamson non tornò a Baku, non andò mai in Oriente. Attraversò il Mar Nero su un battello, superò lo stretto del Bosforo e giunse a Costantinopoli.
In capo ad un anno dopo il viaggio nel Caucaso, Knut Hamsun, scriverà in una lettera indirizzata alla poetessa norvegese Dagni Kristensen: “...Non rivivrò mai più una favola di cotanta meraviglia e superbia, specialmente fiabesco è stato il viaggio da Vladikavkaz a Tiflis attraverso le montagne… E’ un mondo diverso, la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte. E credo che Dio alberghi sul Kazbeg tutto l’anno...”
Nella lettera all’amico ed editore Albert Langen, scriveva: “...Attualmente, il libro che più mi rende felice è “Il Libro del Caucaso”, che sarà il migliore tra tutto quello che ho fin’ora scritto”. Il romanzo migliore dello scrittore diventerà però “I Frutti della Terra”, pubblicato nel 1917 e premiato con il Nobel nel 1920.
Il libro “La Terra Favolosa” fu pubblicato nel 1903, nello stesso anno, Knut Hamsun pubblicò il dramma amoroso “La Regina Tamara”, scritto sotto l’impressione del viaggio in Georgia. L’opera fu rappresentata nel 1904 al Teatro Nazionale di Oslo, anche se non riscosse particolare successo, nonostante la musica per la rappresentazione fosse stata composta dal famoso compositore norvegese Johan Halvorsen.

Cento anni dopo il viaggio di Knut Hamsun in Russia e nel Caucaso, due giornalisti norvegesi, Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland, hanno ripercorso le tracce dello scrittore provando a ritrovare “questo fiabesco regno”. E lo hanno scoperto, narrandone nei loro appunti di viaggio "Nella Terra FavolosaCent’anni Dopo”. “Non abbiamo bevuto l’acqua del Terek, Aragvi o Kura, - scrivono Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland – ma saremo sempre determinati a tornare qua. Il Caucaso è una fiaba, è inimitabile e brutale!"






Fonte: http://www.geomigrant.com/
Foto: Knut Hamsun

lunedì 4 agosto 2014

sono una gallina maschio

è un vero peccato che io non sia una blogger che scrive di viaggi. Ne faccio di veramente belli e veramente assurdi e veramente pittoreschi. Incontro persone splendide e persone che sfiorano il surreale. Ma non sono una blogger che parla di propri viaggi quindi amen.
Mentre invece sono una non-blogger che rimane impressionata da una domenica a casa (evento rarissimo negli ultimi tempi). Ieri su Rai5 (l'unico canale che alterno a rai news), ho beccato un pezzo di un documentario sugli uccelli. Maa.. questa cosa che negli uccelli di quasi tutte le razze, gli uomini sono sempre mooolto più belli, più colorati, più piumosi, più brillanti? Cioè.. io ho sempre saputo che negli umani ad esempio, le donne si addobbano dalla notte dei tempi per attrarre un maschio, mentre il maschio anche se non è bello l'importante è che sia bravo a cacciare i cinghiali e difendere la casa dalle incursioni nemiche. Mentre il gentil sesso si pavoneggia (e anche qui, si "pavoneggia", ma i pavoni più fighi sono maschi, hm) per piacere di più.. c'è chi si buca varie parti del corpo, chi si pittura, chi si uccide i piedi con scarpe tutt'altro che ortopediche per avere un piedino piccolo (anche se totalmente deformato), chi si tinge i capelli, chi mette in mostra le tette, chi si uccide di botox, chi si fa le unghie finte con sopra interi giardini esotici... tutto ciò per attrarre quello che caccia il cinghiale. 
Poi arrivano invece i maschietti che quando si fanno la ceretta, si mettono dei gadget per il corpo o si piastrano i capelli noi (le grezze donnacce all'antica) li deridiamo e li chiamiamo metrosessuali (con evidente disprezzo) e diciamo (è un plurale maiestatis, passatemelo) che ci cadono i coglioni a pensare che un uomo possa passare più tempo di noi davanti ad uno specchio. 
Ma è dunque genetico! Cioè sarebbe forse geneticamente normale che noi ragazzine appariamo grige, bigie e palesemente disinteressate all'atto sessuale (negli uccelli è esattamente così) ? 
Io onestamente non passo troppo tempo ad addobbarmi, ma è solo perché sono talmente naturalmente splendida che non ne ho bisogno. Mi depilo ogni tanto e ogni tanto mi lavo e ogni tanto mi sbatto un qualche omelette in faccia, ma più per divertimento che per speranza di magica idratazione. 
Alla fine sono giunta a concludere che sono una femmina perché ho veramente sentito un grido genetico a vedere le oche. Credo il mio cervello abbia delle grossissime somiglianze con quello delle oche, l'unica cosa che mi ci differenzia è la posizione eretta ed il pollice opponibile, mentre sono un maschio perché sono appunto incredibilmente bella (e anche perché nella stagione degli amori tendo a depilarmi di più e quindi a pavoneggiarmi per attrarre il (a questo punto) gentil sesso). 
Magari un giorno che ho dell'ispirazione scriverò invece dell'ultimo e meraviglioso viaggio. 
Ma forse no, perché nel frattempo ne farò un altro.
Ho voglia di tirarmela oggi?
E che gallina sarei altrimenti?

martedì 24 dicembre 2013

i cry until i laugh

totale scomparsa della fame (da più di 24 ore ormai), nausea, diarrea, testa che esplode, mani che tremano, concentrazione minima. Ma chi cazzo l'ha detto che prendersi una cotta è una bella sensazione?

altra domanda: Quanto stracazzo devi essere fottuta per googlare "primo appuntamento cosa fare dopo" ?
 mi proporrei di andare ad annegarmi nel water.

Però con ciò ho scoperto che al mondo ci sono persone che stanno molto peggio. Leggersi i forum di donnine che condividono i loro primi appuntamenti dal dubbio successo è veramente spassoso.

Dunque come comportarsi? Quando dopo due anni di non corrisposto innamoramento ti arriva questo dio leggermente paffuto con gli occhi brillanti, ti regala un libro (con emozionante dedica annessa), sta con te a chiacchierare amichevolmente per un paio d'ore in giro per la nebbiosa e vischiosa pianura padana (zona industriale intorno all'ufficio), e poi se ne va con un fraterno abbraccio? Annegarsi nel water, al momento è l'unica soluzione valida.

Però non credo di aver avuto una squadra di tifosi così consistente prima d'ora.. dall'intera famiglia, cugini, zii, cognati compresi, all'intero staff del lavoro, agli amici lontani e vicini e persino l'estetista e la stagista sfruttata. Ho passato più tempo a rendicontare l'avvenuto in varie lingue, che starci di fatto.

Che comunque il tutto si può riassumere in poche parole: primo appuntamento - niente limone - annegati nel water.

martedì 29 ottobre 2013

Le piccole zoccole crescono

.. ma rimangono sempre zoccole. e piccole anche.


no non ce l'ho con nessuno, mi raccomando. sono piccola e con un passato oscuro anch'io. E' solo che a guardare le foto su facebook di figlie di conoscenti che qualche anno fa hanno fatto la cresima e oggi sembrano delle Courtney Love fa un po' di impressione. Tutto qua.

giovedì 19 settembre 2013

notelephon



Abbandonata a metà strada. Tra il cielo e l’asfalto grigio, l’aria della città ha la trasparenza dell’acqua. Incrocio i miei occhi sul suo viso e non ci sono parole per raccontarci il nostro amore la nostra grande tristezza. Tutto è calmo e statico nella nostra casa così brutta e scombinata… tutto è in subbuglio. La confusione dentro, esce con il fumo dalla bocca e aggiunge del bianco al grigio della mia città, del mio umore, della mia anima che sembra non respirare più.
Il dolore è nostro, lo prendiamo per mano, anche il grumo incastrato dalle parti della gola è grigio, come l’asfalto, come la sfumatura della mia pelle.
Non mi manca nessuno.
E io manco a persone sbagliate.
Era difficile amare e non essere amata…
Ma forse fa più male essere amata senza amare.
L’amore è bello, è l’unica risposta che trovo alle infinite domande della vita. Ma io non so più amare. So solo avere paura, fretta, so essere triste.
Il grigio è nei miei capelli, nei peli del mio cane. È grigio il cardiogramma del mio cuore grigio. È argento nei capelli del nonno. Chissà come sta nell’aldilà. Chissà se sta meglio chissà se sta…
Lui mi manca. Mi mancano i momenti che ho sprecato senza di lui. La sua voce che mi dice tremante al telefono “è triste qua senza di te, torna dai”.
Il senso di colpa è grigio… i miei 25 anni persi nelle sbronze i miei amori persi nello squallore.
Senza.
Sono senza.
Ma incrocio il suo sguardo umido e mi vedo nei suoi occhi. Basta la sua mano fresca per dimenticare tutti i dolori. La magia è solo amore.

1 settembre 1993



Era forse uno degli anni peggiori della crisi. In famiglia. Nel paese. Niente cibo. Niente elettricità, niente gas, niente riscaldamento. Andavamo a dormire vestiti. Mangiavamo riso e patate nel migliore dei casi. 1 settembre 1993. Il mio primo giorno di scuola. Ricordo la camicia bianca con delle spille a forma di fiorellini sull’enorme colletto bianco con i bordi di pizzo. Ricordo la cartella colorata con dei dinosauri. Verde e rosa shock. Il tutto direttamente dalla Libia dove mia zia, allora ancora decisamente sana e piena di energia, lavorava come un mulo per poter mantenere noi e la sua famiglia.
Ricordo mio padre. Le sue labbra umide. Ricordo lui accucciato vicino a me, in ultimo banco con una ragazzina dagli occhi azzurri o verdi, profuga. Tenevo la cartella sulle ginocchia, avevo paura di appenderla sulla sedia perché mio fratello aveva detto che rubano. Le cartelle e quello che c’è dentro. Ricordo lui che diceva di appenderla e io che dicevo che no, che va bene così. Ricordo la maestra con il rossetto sui denti. Faccia compiaciuta di una donna di campagna. Ricordo l’odore della cera per il parquet. Ricordo la finestra dalla quale guardavo. Ero seduta nella fila vicino alle finestre. Ricordo il grumo, a quel tempo ormai abituale. Il grumo in gola che mi ha accompagnata per tutti i giorni dell’asilo. Il grumo dell’abbandono, il grumo della voglia di mia mamma.
20 anni fa andavo a scuola per la prima volta. Sapevo già leggere in due lingue. Abilità considerata quasi geniale dalla maggior parte degli occidentali ma abbastanza normale per i ragazzi della mia città. Ricordo Levan dagli occhi azzurri che ha chiamato la maestra “nonna” e le risate.
La scuola numero 155.
Oh quanto ho imparato nelle varie scuole della mia vita. Quante scuole.
Ricordo la sensazione di inappropriatezza. Di essere fuori luogo. Di essere in un posto dove tutti si sentono a loro agio mentre io vengo fuori da una famiglia disastrata. Con un nonno adorabile ma schizofrenico. Con una nonna pragmatica e antipatica. Con una mamma giovane e abbandonata che piange dalla disperazione.
Ricordo mio fratello che non veniva mai a trovarmi.
Ricordo che probabilmente una volta mi sono rotta le dita o un dito del piede e non riuscivo nemmeno ad alzare il piede dal male, ma non l’ho mai detto a nessuno.
Ricordo il freddo e lo scricchiolio del linoleum giallo della cucina.
Ricordo le piccole piastrelle rosse e gialle del bagno.
Ricordo i pezzettini di giornale ritagliati che usavamo come carta igienica.
Ricordo quando chiamavo il nonno per pulirmi il culo dopo aver cagato.
Ricordo le chewing gum LOVE IS che la mamma ci portava nelle giornate buone e che tagliavamo in due triangolini per me e mio fratello.
Ricordo i tasti freddi del pianoforte.
Ricordo gli esercizi infiniti e l’odore di legno verniciato del pianoforte.
Ricordo i suoni confusi che uscivano da ogni aula della scuola di musica.
Ricordo il negozio in cui la nonna andava a prendere il pane e ricordo il palmo della sua mano con su scritto un numero a tre cifre che indicava il suo posto in fila per il pane.
Ricordo i piccoli cartoncini di razionamento per il pane e per altri cibi.
Ricordo la voce di mio nonno che raccontava aneddoti di un passato remoto alla luce della lampada a cherosene.
Ricordo i pidocchi e le larve perlate che lasciavano nei miei lunghi capelli folti.
Ricordo la sensazione di imbarazzo perché ero sempre vestita con dei vestiti bruttissimi.
Ricordo me stessa con il palmo della mano aperta che indicavo allo specchio i miei 5 anni. 5 anni. Mi sembravano tantissimi.
Ricordo la prima barbie tarocca dai capelli rossi e il vestito rosso con una retina dorata e un fiore bianco sulla scollatura. Proveniente dalla lontana e calda Libia dove tutti stavano bene. La osservavo alla luce di una candela. E l’arrivo della luce elettrica sembrava un miracolo, ma sembrava tutto assolutamente normale, perché non avevo visto altro nella mia vita. Ricordo i diari che scrivevo in georgiano. Le minuziose descrizioni di giornate con quella velata sensazione di rabbia e invidia. L’invidia.  L’invidia per quelli che erano dei georgiani veri e non dovevano vergognarsi perché parlavano in russo a casa. L’invidia per quelli che avevano una famiglia con un papà e una mamma e nessun nonno che ti fa da surrogato. L’invidia per quelli che non dovevano sentirsi in colpa perché andavano in gita. L’invidia per quelli che avevano una famiglia relativamente normale. Per quelli che il fine settimana facevano delle cose divertenti mentre io stavo sempre a casa.
L’invidia.
Che poi si trasforma nell’odio. Ma la maggior parte delle volte tu credi che sia odio ma poi in realtà è sempre invidia. L’odio è invidia. Odi le persone che invidi.