Visualizzazione post con etichetta bibliomanzia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bibliomanzia. Mostra tutti i post

giovedì 19 maggio 2022

Ho voluto la mia solitudine

sono senza amore, mentre, barbaro

o miseramente borghese, il mondo è pieno, 

pieno d'amore...

e sono qui solo come un animale 

senza nome: da nulla consacrato, 

non appartenente a nessuno, 

libero di una libertà che mi ha massacrato.



ppp

venerdì 29 aprile 2022

While we were fearing it, it came

 ciò che temevo venne,

ma meno spaventoso,

perché il lungo timore 

l'aveva quasi abbellito.

Ci si abitua all'angoscia,

alla disperazione.

peggio saper che viene

che saperla presente.

Chi indossa la sua pena

il mattino che è nuova

soffre più che a portarla 

un'intera esistenza


While we were fearing it, it came -
But came with less of fear
Because that fearing it so long
Had almost made it fair -

There is a Fitting - a Dismay -
A Fitting - a Despair
'Tis harder knowing it is Due
Than knowing it is Here.

They Trying on the Utmost
The Morning it is new
Is Terribler than wearing it
A whole existence through

giovedì 21 gennaio 2021

21

 Oggi è il ventunesimo giorno del ventunesimo anno del ventunesimo secolo. Ore ventuno.

Dicono di esprimere i desideri, oggi.

Ho la febbre, gente attorno a me in paranoia perché potrei avere il C19, questo maledetto figlio di puttana, a cui mi piace dare la colpa di tutti i miei guai.

Ho la febbre, ma bevo vino. Vino rosso che mi tinge i pensieri e i denti.

Esco sul balcone  a fumare una sigaretta, guardo il cielo e penso ai desideri che potrei avere.

Il primo, inconsapevole, stupido, non formulato desiderio è stato: “voglio vedere il mio ale”.

Poi mi sono ripresa: sono stata io a lasciarlo, sarebbe una presa per il culo, anche per il ventunesimo giorno, esprimere un simile desiderio. È una presa per il culo essere così perdutamente innamorata del ragazzo che mi ha spezzato la vita? Lo è.

Ho un sacco di desideri.

Tipo la pace nel mondo.

La guarigione dal disastro ambientale.

La salute delle persone più care.

Una maternità felice.

Un lavoro soddisfacente.

La pace dei sensi.

Ma il vero desiderio, quello che è nato dalle viscere, prima di chiedere alla razionalità di formularne uno, è quello di un suo abbraccio, del suo odore, della sensazione di pienezza, completezza, della luce che accendeva. Non è un desiderio giusto da mettere nel taccuino delle stelle per l’anno appena iniziato. È un desiderio che deve appartenere al passato, che non può più materializzarsi. È un ricordo che devo imparare ad amare in quanto tale: “non saremo più l’ale e la mariam”, come ha detto lui quell’ultima domenica pomeriggio.

Voglio però essere onesta almeno con me stessa. Non mi importa un cazzo di nessun altro desiderio razionale, se mi manca la base. E la base era la nostra magia. Me ne sono resa conto troppo tardi. Vedrò di alzare il mento e scornarmi con questo e tutti gli altri anni a venire, ignorando i desideri nati da sotto le scapole e con la consapevolezza che Jasmyn Ward me l’ha presentata lui.

lunedì 7 novembre 2016

la tua presenza è come una città

"E pensare che non era mai stato il tipo che imponeva significati nascosti alle cose, Viktor, aspettava che gli parlassero, e se non lo facevano, tirava dritto, voleva dire che non gli volevano dire niente."

domenica 2 ottobre 2016

eccomi - jonathan safran foer

-Okay... Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice "Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: 'Abramo!' 'Eccomi' rispose Abramo". La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: "Che cosa vuoi?" Non dice: "Sì" Risponde con una dichiarazione: 'Eccomi'. Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola - hinneni: eccomi - ritorna altre due volte in questo brano. Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge "E Isacco si rivolse al ad Abramo, suo padre, e gli disse: 'Padre mio!', ed egli: 'Eccomi, figlio mio'. E Isacco disse: 'Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per il sacrificio?' E Abramo disse: 'Dio provvederà all'agnello per il sacrificio, figlio mio'". Isacco non dice: 'Padre', dice: 'Padre mio'. Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: 'Che cosa vuoi?' Dice: 'Eccomi'. Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com'è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un'altra volta nel brano, nel momento più drammatico. "E arrivarono al luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull'altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: 'Non alzare la tua mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico' ". Abramo non chiede: "Che cosa vuoi?" Dice: "Eccomi". La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa definisca la nostra identità. -

ci sono dei libri che sanno arrivare esattamente nel momento in cui hai bisogno di loro. sembra quasi una presa per il culo la precisione con cui riescono a spargere sale sulle ferite o costringerti a porti domande che avevi paura di affrontare. era successo con il 1984, i 100 anni di solitudine, maestro e margherita, kafka sulla spiaggia, homo faber, invisible monsters. sono arrivati esattamente nel momento in cui avevo bisogno di loro. così ora Eccomi di safran foer è esattamente quello di cui probabilmente non ho bisogno, perché mi fa fermare a ogni pagina, alzare gli occhi e versare leggerissime lacrime di autunnale tristezza. con questo non sto paragonando questo libro a maestro e margherita o ai 100 anni di solitudine, sarebbe quasi una bestemmia. questo non è un libro che rileggerò. è pesante e a tratti pretenzioso e a tratti banale, ma alcuni pezzi sembrano un abbraccio comprensivo e morbido o a volte una sfida sputata negli occhi. neanche una risposta però, nessuna risposta. resto senza risposte.

giovedì 29 settembre 2016

Vieni


quando ne hai voglia
quando puoi
tra una partenza e un ritorno
dopo una scrollata di spalle
dopo avere assaporato la lacrima scesa sul labbro
Vieni
tra un sorriso e una salita
dopo un lancio di asciugamano
mentre le campane suonano a vuoto
Vieni
prenditi un giorno
invecchiamo insieme.

mercoledì 28 settembre 2016

eccomi - jonathan safran foer

Che cosa c'era di sbagliato in quel desiderio e in quel bisogno?  Niente. E l'enorme distanza tra dove sei e quello che ti eri sempre immaginata non deve per forza indicare un fallimento. La delusione non dev'essere necessariamente deludente. Il desiderio, il bisogno, la distanza, la delusione: crescere,  conoscere, impegnarsi, invecchiare accanto a un altro. Da soli si può vivere perfettamente. Ma non una vita. 

mercoledì 1 giugno 2016

il primo giugno dell'anno bisesto

Siedo piena di doni. è un mercoledì prima di quattro giorni di lunghe dormite e risvegli pieni di lunghi stiracchiamenti nel letto e lunghe letture nel sole. Un montatore mi ha portato delle bocche di leone. Una commerciale mi ha portato tre rose che profumano come la bulgaria. Un ragioniere mi ha portato mirtilli e lamponi e un altro ragioniere 7 ciliegie mature. amata e coccolata. Ho un moroso bellissimo e spettacolare e va tutto in una maniera spaventosamente bella.

Ma poi arriva il corvo dalle ali nere e mi porta via tutto il bello che ho. E mi arrabbio perché qualcuno, un paio di ali nere mi possono portare via tutto il bello che ho. Tutto l’amore che mi circonda e tutto l’amore che ho dentro. Me lo portano via con le migliori intenzioni... sto cercando un algoritmo che mi aiuti a risolvere questa situazione, ma non lo trovo. L’unica soluzione è quella del fu mattia pascal: fingersi morta e ricominciare a vivere sotto mentite spoglie. Inizio le giornate piangendo. Un po’ di gioia e un po’ di merda ma alla fine la domanda resta sempre… e io devo rispondere e devo rispondere in fretta e ho rabbia e paura e ogni tanto vorrei spararmi in bocca ed è una cosa contrastante e però non è bello essere felici ed essere costretti ad essere invece infelici e dover per forza piegarsi alle ali del corvo. Perdincibacco. 

giovedì 5 maggio 2016

La Georgia è un altro mondo: la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte...


Nel settembre del 1899 il grande scrittore norvegese Knut Hamsun viaggiò per la prima volta nei suoi 40 anni. Si diresse nel Caucaso, attraverso la Russia. È possibile che questo fosse il suo viaggio di nozze, in quanto lo scrittore portò con sé anche la giovane moglie Bergljot Bech. Il risultato del viaggio fu il libro pubblicato nel 1903 “Viaggio nel Caucaso”.


Knut Hamsun, insieme alla compagna, arrivò a San Pietroburgo dalla Finlandia e partì la stessa sera in treno per Mosca. Il suo soggiorno fu breve anche qui: il giorno successivo, lo scrittore partì in treno per l’itinerario Mosca – Voronezh – Rostov-na-Donu – Armavir – Pyatigorsk – Vladikavkaz. Giunto nella “città-fortezza russa che possiede il Caucaso”, lo scrittore si spostò a Tiflis su una carrozza con quattro cavalli, passando in viaggio tre notti.

Ecco come descrive Knut Hamsun il suo incontro con il Monte Kazbeg: “All’improvviso, dietro una curva stretta a destra, si apre la valle e ci si para davanti, vicinissimo, il Kazbeg con i suoi ghiacci scintillanti al sole. Ci colpisce con la sua potenza – alto, terribile, silente. Siamo permeati da una sensazione irripetibile che ci stringe lo stomaco: il Kazbeg, come un essere dell’altro mondo, si innalza circondato da montagne che gli giurano fedeltà, e ci guarda. Scendo sgraziatamente dalla carrozza, la aggiro e tenendomi stretta ad essa, guardo il Kazbek. Mi gira la testa, mi sembra di essere sollevato da terra, sopra la strada, e mi trovo faccia a faccia con Dio”.
Quando si trova nel villaggio di Kobi, incantato dalla natura circostante, lo scrittore riflette su Dio e la Sua creazione. “Seduto a terra, guardo il cielo, e siccome io, a differenza di molti, non ho ancora chiarito il mio rapporto con Dio, mi immergo per un po’ nelle riflessioni su Dio e la Sua creazione. Questo mondo magico ed incatenvole, questo antico luogo di esilio dove sono capitato, si è rivelato il posto più sorprendente al mondo”.
Per tutto il viaggio, Knut Hamsun non smette di stupirsi della natura e si pone domande retoriche come: chi sta meglio? Gli europei, gli yankee od i caucasici?
La luna illumina già parecchio, anche se sono solo le cinque del pomeriggio, il sole e la luna brillano contemporaneamente dai cieli ed è abbastanza caldo. Questo mondo non somiglia a nessuno tra quelli visti prima e torno a pensare che potrei vivere qua tutta la vita. Siamo già scesi così tanto a valle che sono ricominciati i vigneti, nel bosco cresce il noce, il sole e la luna brillano contemporaneamente, sfidandosi a vicenda. La magnificenza della natura domina l’uomo; anche quelli che vivono qua ed osservano da sempre questo splendore, non smettono mai di stupirsene… un caucasico non conosce fallimenti ed ascensioni del tasso di cambio della borsa di New York, la sua vita non assomiglia alle corse dell’ippodromo, esso vive senza fretta, si nutre dei frutti della natura o della carne di montone. È concepibile sostenere che gli europei o gli yankee siano superiori ai caucasici? Dio solo lo sa: è talmente discutibile che nessuno, tranne Dio, può rispondere a questa domanda.”









Durante il viaggio, lo scrittore si concentra sui villaggi georgiani. “Ogni villaggio presenta un complesso di case fuse l’una con l’altra, erte una sopra l’altra, plasmate sul pendio”. Lo scrittore freme alla vista di rocce scoscese ed abissi senza fondo. Knut Hamsun descrisse il momento in cui, su uno dei tratti più pericolosi della strada, comparvero, di sotto terra, due pargoletti di 6 od 8 anni ed iniziarono a carolare e svoltolarsi. Con incomparabile impertinenza facevano capriole sull’orlo della strada, eseguendo una danza della morte. “Non mi restava altro che metter mano alla borsa e pagarli”.

Ci stiamo avvicinando a Tiflis. La strada costeggia il Kura. Il Kura è maestoso e sublime… in lontananza compare Tiflis: è un insieme di puntini alla rinfusa, un mondo a sé. Sopra la città pende la caligine. Eccolo, Tiflis, la città di cui scrissero molti poeti russi, la città presente in molti romanzi russi. Mi sento improvvisamente giovane, mi guardo intorno con stupore e sento quanto è forte il battito del mio cuore. Provai qualcosa di simile la prima volta che attendevo la lezione di Georg Brandes. Teneva una lezione all’università di Copenaghen. Aspettammo per un tempo infinito per strada, sotto la pioggia, affollandoci intorno al portone chiuso… ma ecco aprirsi le porte e corriamo su per le scale, per il corridoio, in aula dove mi trovo un posto. Aspettiamo ancora a lungo, l’aula si riempie, brulicando di mille voci. All’improvviso l’atmosfera si placa, lasciando spazio al regno di un silenzio di tomba. Sentì i battiti del mio cuore. Finalmente Lui salì sulla cattedra...”




Ecco quanto riferiva di Tiflis ai suoi lettori norvegesi:
La città conta cento sessantamila abitanti, di cui gli uomini sono il doppio delle donne. Qui si parlano settanta lingue… Tiflis subì il dominio di romani, persiani e turchi, ora è sotto i russi. La prosperità degli ultimi anni è dovuta alla conveniente posizione geografica: la città sorge sull’incrocio di vie commerciali che attraversano le montagne e collegano il mar Caspio con il Mar Nero, la Russia e l’Armenia. Nella città vi è un eccellente museo, teatro, raccolta di pittura, giardino botanico, fortezza… mentre sopra la città si erge il monastero di San Davit. Situato su un monte sacro per i georgiani – il Mtatsminda. Il monastero ospita la tomba di Griboedov”.


Knut Hamsun: “La città non si è rivelata molto interessante. Tornammo però in uno dei cantucci più e più volte ammirandolo infinitamente – era il quartiere asiatico. A Tiflis, c’erano negozi con vetrine a grandi specchi, tram a cavalli, teatri-varietà, dame e signori vestiti all’europea, ma nel quartiere asiatico tutto era differente: anche le strade qui non sono strade ma vicoli, passaggi incapestrati, scalette che portano da una casa all’altra, in su e in giù.

Nelle botteghe commerciano rappresentanti di ogni specie e popolo e vendevano oggetti più sorprendenti… Circondati da asini, cavalli e cani, gli artigiani lavorano per strada, i fabbri arroventano il ferro in piccoli fornelli battendolo su piccole incudini. Orefici e argentieri levigano, niellano, cesellano e incidono i loro manufatti, li decorano con turchesi ed altre pietre. I sarti confezionano lunghe palandre di feltro su macchine da cucire importate dall’Occidente… Nelle botteghe si vendono principalmente tessuti di seta, ricami, tappeti, armi e gioielli… qua e là, nelle minuscole botteghe, siedono scrivani trascrivendo su richiesta…
Scorre silenziosamente la vita del quartiere asiatico, lontana dal resto del mondo. Qui regna il silenzio, mentre tutto intorno si sente il chiasso della città mercantile, come se là fuori ci fosse l’America. È raro sentire qua una parola detta ad alta voce, raramente si sente un urlo inutile. Solo voci basse, discreti cenni con i turbanti e null’altro. Nel quartiere asiatico quasi non ci sono donne, è molto raro vedere due donne conversare con i bambini in braccio, e anche loro parlano a voce molto bassa. Gli armeni costituiscono un’eccezione nelle loro botteghe: loro lodano ad alta voce le loro armi e mentono apertamente ai compratori sia qua che in qualsiasi altro posto. Un ebreo può imbrogliare dieci greci, ma un armeno ingannerà dieci greci e dieci ebrei...”
Da Tiflis, Knut Hamsun si diresse a Baku e successivamente pianificava un viaggio in Oriente, in Persia. Una lettera di accredito francese però, che lo scrittore teneva in tasca, cambiò drasticamente i piani del viaggiatore. Presso le banche di Baku non emisero denaro dietro tale documento, dicendo di non aver mai visto prima di allora delle carte simili. Hamsun si vide costretto a tornare a Tiflis, dove le banche lavoravano con lettere di accredito francesi. Prelevato il denaro a Tiflis, decise però di partire per Batumi, sul Mar Nero, invece di andare in Persia.
Ecco, come vide lo scrittore la città portuale:

"Batum conta quaranta mila abitanti, forse pochi più. Alla vista ricorda in parte sia Tiflis che Baku – grandi edifici moderni di pietra si alternano a piccole e buffe costruzioni di pietra, rimaste dai tempi dei turchi. Le strade sono larghe, ma non lastricate, qua si cammina e si viaggia direttamente sulla sabbia. Al porto si trovano infinite navi, dai piccoli velieri, arrivati fin qui dalle città del sud o addirittura dalla Turchia, fino alle grandi navi da passeggeri europee provenienti da Alessandria o Marsiglia…

La vita di Batum è in qualche modo simile alla vita degli stati a sud degli Stati Uniti. Il ristorante, gli alberghi sono frequentati da un pubblico vestito all’europea, in seta e diamanti. Ordinano piatti raffinati e bevono champagne… Le maniere da americani degli stati del sud si manifestano particolarmente al momento del saldo. Amano pagare con le più grosse banconote, che sia necessario o meno, costringendo i camerieri di chiedere il resto al proprietario. Lasciano mance consistenti. E lasciano il vino in calici e rosoliere...
A Batum vi è anche un lungomare alberato. La sera è pieno di carrozze e persone a passeggio. Si trovano qua cavalli pieni d’ardenza, fruscio della seta, e ombrelli, e sorrisi, e saluti: tutto uguale ad una qualsiasi città degli Stati del sud. Si trovano anche qua bellimbusti, damerini con alti colletti simili a polsini, camicie di seta ricamate, cappelli sulle ventitre e bastoni grossi come il braccio… non è l’alterigia a farli vestire così, semplicemente anche loro desiderano farsi notare e sceglono questo metodo puramente estetico, il quale aiuta a raggiungere in fretta lo scopo e non richiede grandi sforzi. Il cappello può rendere famoso un uomo molto più in fretta di quanto non lo faccia un libro od un quadro. È quello che fanno i francesi, e perché non dovrebbero?”

L’autore termina così i suoi appunti di viaggio “La Terra Favolosa” : “Domani partiamo di nuovo per Baku, da lì proseguiamo per l’Oriente. Tra poco ci separeremo da questo regno, ma sarò sempre attratto da questo posto, perché ho bevuto l’acqua del Kura”. In realtà Knut Hamson non tornò a Baku, non andò mai in Oriente. Attraversò il Mar Nero su un battello, superò lo stretto del Bosforo e giunse a Costantinopoli.
In capo ad un anno dopo il viaggio nel Caucaso, Knut Hamsun, scriverà in una lettera indirizzata alla poetessa norvegese Dagni Kristensen: “...Non rivivrò mai più una favola di cotanta meraviglia e superbia, specialmente fiabesco è stato il viaggio da Vladikavkaz a Tiflis attraverso le montagne… E’ un mondo diverso, la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte. E credo che Dio alberghi sul Kazbeg tutto l’anno...”
Nella lettera all’amico ed editore Albert Langen, scriveva: “...Attualmente, il libro che più mi rende felice è “Il Libro del Caucaso”, che sarà il migliore tra tutto quello che ho fin’ora scritto”. Il romanzo migliore dello scrittore diventerà però “I Frutti della Terra”, pubblicato nel 1917 e premiato con il Nobel nel 1920.
Il libro “La Terra Favolosa” fu pubblicato nel 1903, nello stesso anno, Knut Hamsun pubblicò il dramma amoroso “La Regina Tamara”, scritto sotto l’impressione del viaggio in Georgia. L’opera fu rappresentata nel 1904 al Teatro Nazionale di Oslo, anche se non riscosse particolare successo, nonostante la musica per la rappresentazione fosse stata composta dal famoso compositore norvegese Johan Halvorsen.

Cento anni dopo il viaggio di Knut Hamsun in Russia e nel Caucaso, due giornalisti norvegesi, Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland, hanno ripercorso le tracce dello scrittore provando a ritrovare “questo fiabesco regno”. E lo hanno scoperto, narrandone nei loro appunti di viaggio "Nella Terra FavolosaCent’anni Dopo”. “Non abbiamo bevuto l’acqua del Terek, Aragvi o Kura, - scrivono Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland – ma saremo sempre determinati a tornare qua. Il Caucaso è una fiaba, è inimitabile e brutale!"






Fonte: http://www.geomigrant.com/
Foto: Knut Hamsun

martedì 8 marzo 2016

dicono che la mia...






















































 
eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo 

una sola cosa.

martedì 23 febbraio 2016

nuovi orizzonti


Ho scritto un lungo e divertentissimo post sul fatto che per la prima volta nella mia carriera da lettrice sto affrontando due generi nuovi in un solo libro, nonché fantasy e erotico.
Mancano altre 50 pagine, ma sono già pronta per dire che il fantasy non mi piace, mentre il genere erotico è davvero molto eccitante, soprattutto se letto in treno con l’imbarazzo di una ragazzina che guarda gente che limona.
Per il resto niente, non sto qua a riscrivere i sottili meccanismi di autoerotismo letterario, comunque gran scoperta. Potrebbe diventare per me quello che per gli uomini è youporn


mercoledì 3 febbraio 2016

pms and foggy days

this is home
Did I mistake the tenderness of your words?
With my open hand on your heart,
My head on your chest.

I said I love you,
You want me to be happy.
Zipping up the moment like a tight pair of jeans.

My friend, we are oceans divided
By the comforts of home,
And the soft curve of loneliness.

I was the one who left
Resolved you would never consider that
You are the point inside where joy begins.





marlene kelly

giovedì 28 gennaio 2016

l'angoscia


Vivo con un continuo senso di angoscia. Una sensazione fisica e fastidiosa e inconscia che non mi lascia respirare.
Poi cerco di ragionare, praticare dell’introspezione e mi rendo conto che una delle fonti della mia costante angoscia è la montagna di libri che mi aspettano a casa e che voglio leggere e sento il bisogno di svuotare i miei giorni di qualsiasi altro impegno per dedicarmi a tisane, coperta e libri. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di bruciare tutti i miei libri e dichiarare ufficialmente che non leggo più un cazzo di niente, così almeno mi metto l’anima in pace.
perdindirindina

lunedì 4 novembre 2013

Madre Sambuco

Io iodio la mia voce. E' molto simile a quella di un roditore in fuga. 
Posso sopportarla solo il mattino dopo una nottata pesante.. allora diventa rauca e vellutata e allora parlerei per delle ore infinite solo per sentire questa voce che esce da sotto l'ombelico e sembra quella di un uomo.
Ma se tu.
Tu.
Se tu mi chiedi di leggerti delle favole ad alta voce e mi dici che la mia voce stridente e stridula e nevrotica ti calma e poi per davvero ti addormenti sul cuscino vicino mentre ti leggo Madre Sambuco di Andersen e l'orlo del lenzuolo a grossi pois grigi e azzurri si muove sotto il tuo respiro regolare e hai quel sorriso in faccia.. quello che ha dentro la verità di tutte le verità.. quella che dà un senso alla vita.. e ti immagino sognare la fine della favola..
penso che forse l'amore oltre ad essere cieco è anche sordo, per fortuna.








- "Come è bello in autunno!" disse la bambina e l'aria divenne molto più azzurra e luminosa, il bosco si colorò deliziosamente di rosso giallo e verde, e i cani dei cacciatori correvano, stormi di uccelli selvatici volavano gridando sopra gli antichi sepolcri, dove i rovi di more si avvolgevano intorno alle vecchie pietre; il mare era blu scuro con bianche vele e sull'aia sedevano vecchie donne e fanciulle e bambini che pulivano il luppolo in una grande vasca, i giovani cantavano, mentre i vecchi raccontavano storie di folletti e di troll. Meglio di così non poteva essere! -

martedì 29 ottobre 2013

Evrika!

Sai cos'è che ti piace dei libri in realtà? Il fatto che prima o poi finiscono.
Per quanto lunghi.. per quanto intensi.. per quanto profondi.. prima o poi finiscono.
Subito dopo ti mancano e ti senti vuota, sola e abbandonata.
Ma ne inizi un altro e anche se non scordi quello di prima riesci a vivere pienamente il libro che stai leggendo ora e non ti sembra di tradire quello di prima.
E' questo che ti piace dei libri.. l'assenza del senso di colpa al passaggio. La capacità di amare più libri contemporaneamente senza sentirti una sgualdrina.

Sì è un po' una riflessione in stile "i 20 motivi perché una birra è meglio di una donna/uomo"
Ma io la penso davvero così e visto che la birra (per quanto nobile e sacra bevanda) non soddisfa comunque il bisogno di intimità e complicità mentre invece i libri (nel mio caso) lo fanno e mi appagano pienamente, mi sento molto sicura e convinta nella mia solitaria manifestazione a favore dei libri e a sfavore delle relazioni sentimentali. Oh.

martedì 15 ottobre 2013

summer memories on a foggy day

"He also set up a tumbler beside Mountolive's plate and without uttering a word filled it to the brim with the colourless arak made from the mastic-tree which is called mastika"

Lawrence Durrell - Alexandria Quartet


E tutto ad un tratto, nel buio delle lenzuola arancioni torna nella bocca il sapore della mastika, della bulgaria, del culo schiacciato contro l'asfalto in un parco poco distante dal parlamento dove i giovani manifestavano contro il governo con una bizzarra azione: hanno installato un pianoforte nel mezzo della piazza e le persone passavano e suonavano, esprimendo così il loro dissenso.
e torna in mente lo spigolo del gomito di yko nella mano, i suoi occhi gialli e i suoi piani per il futuro. tutti spezzati, polverizzati... torna in mente la psicopatica aspirante suicide virgin... torna in mente il vagare sbronzi per i vicoli di Sofia e le chiacchiere con il panettiere delle 5 del mattino e il potere magico della mastika di far capire esattamente quello che stava dicendo anche se la lingua è straniera.
Questo viaggio è stato uno spettacolo di luci e buio e alcol e risate e discorsi in mezzo ai boschi sulla giustizia universale e sull'ordine nuovo del mondo e di candele nel vento e di luna piena in mezzo a un cielo tempestato di gocce di diamanti e di visi dei contadini bulgari che ci benedicevano e le grandi libellule intorno ai corsi d'acqua e l'estate che se ne va e le icone del IV secolo e gli sguardi belli.
un viaggio.

sabato 12 ottobre 2013

e quindi lo terrò sempre rilassato

Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti

giovedì 10 ottobre 2013

problemi di vitale importanza.

io con l'e-reader non posso più fare della bibliomanzia!
roba da spaccarlo e bermi il litio della sua batteria per vendetta