lunedì 14 novembre 2016

è straziante come l'assenza di acqua calda mi faccia dimenticare tutti gli altri problemi miei e del mondo.

lunedì 7 novembre 2016

la tua presenza è come una città

"E pensare che non era mai stato il tipo che imponeva significati nascosti alle cose, Viktor, aspettava che gli parlassero, e se non lo facevano, tirava dritto, voleva dire che non gli volevano dire niente."

venerdì 4 novembre 2016

la nausea

Ho riletto “la nausea” di sartre: signori miei, che strazio. Per finire bene poi ci ho letto dietro “lo straniero” di camus e poi ho capito che basta, adesso manca solo affilare una bella lama e introdurmela in mezzo ai polmoni con lenta decisione.
Al di là di questo è inutile sviluppare il pensiero per cui mi sono riconosciuta sia in nausea sia in straniero. Continuo a pensare che, quando qualche mese fa stavo traslocando per l’ennesima volta, i miei libri sapessero già quale fosse l’ordine giusto in cui si dovevano mettere in fila per capitarmi in mano esattamente nel momento giusto. Così fu. Ogni libro sembro io, in versione intelligente, che mi sbatto in faccia terribili e penose verità sulla mia esistenza. Sarà essere egocentriche…

In questi giorni sono stata vinta dalla nausea, di nuovo. Vado a vedere un appartamento che potrebbe farmi da rifugio per il prossimo futuro e mi sento possedere dalla nausea. All’idea di altri odori, altre prospettive, altri spazi, altre notti in cui mi sveglierò senza capire dove sono, altri suoni, altri vicini, stessa solitudine densa e prepotente… mi viene la nausea. Dentro. È una sensazione terribile, sento un magone ruvido che comincia a salire dalla gola e perdo il senso del tutto. Mi sento totalmente assente nei confronti degli oggetti, del presente, della mia vita, delle persone che mi vogliono bene. Così fuggo. Mi nascondo dentro la mia macchinina gialla e fumo 15 sigarette all’ora per non pensare a quanto sono inadeguata. 

martedì 25 ottobre 2016

il 28

“oh guarda è un 28”
“non capisco come fai ad essere così feroce e cinica su tutto e poi ti sbrodoli per delle stronzate così”
…la storia del 28 è nata così:
Non mi era mai importato molto di essere nata il 28, anzi consideravo il numero abbastanza insipido e inutile, non tondo e memorabile come potrebbe esserlo un 10 o 1 o 5 o 7 o un 03/03 o un 08/08
L’illuminazione mi è crollata addosso qualche anno fa a Lamporecchio, mentre stavamo facendo il check in al campeggio. Quando l’ho visto scrivere la data di nascita ho avuto improvvisamente la sensazione che ogni cosa avesse trovato il suo posto dentro di me. Ovvio, se fosse una persona che mi era indifferente poteva anche nascere esattamente il mio stesso giorno e alla stessa ora e comunque non me ne sarebbe fregato nulla, ma lui mi piaceva e mi sbrodolavo per qualsiasi espressione del suo essere, inaffrontabili slip bianchi compresi. Avevo solo 24 anni... sommandoli ad un’evidente immaturità emotiva e ritardo mentale mi collocavo ad un’età cerebrale effettiva di circa 17 anni. Se poi ci aggiungiamo l’endorfina, l’innamoramento e lo squilibrio ormonale che mi provocava la sua esistenza al mondo, potremmo anche in qualche modo giustificare tutto quello che è venuto dopo. E cioè:
-           Ho fatto il conto delle date di nascita. La mia somma era =28 (togliendo il 1900 iniziale), la sua anche. Poi mi sono accorta che la sua era uguale a 27 ma la cosa non mi ha minimamente turbato, perché ormai quel piccolo errore aritmetico mi aveva totalmente fuso il cervello
-           Ho stilizzato nella mia mente il 28 e sono giunta alla conclusione che l’8 è il simbolo dell’infinito che tende verso l’alto, mentre il 2 siamo noi.
-           Io e mia madre abbiamo 28 anni di differenza
-           Il mio ciclo mestruale dura 28 giorni
-           Sono andata a fare una serie di approfondite ricerche su wikipedia per scoprire che:
o    28 è un numero perfetto. È la somma dei primi cinque numeri primi, infatti 2 + 3 + 5 + 7 + 11 = 28.
o    È un numero idoneo
o    Il più lungo anello di numeri socievoli è composto da 28 elementi
o    È un numero felice
o    È un numero palindromo nel sistema di numerazione posizionale a base 3 (1001).
o    È il quarto numero magico in fisica nucleare
o    È il numero dei denti nella dentizione mista.
o    È il numero delle falangi, falangine e falangette delle dieci dita.
o    Con cadenza regolare di 28 anni, si verifica la ripetizione del calendario di un anno: i giorni delle settimane sono infatti corrispondenti.
o    Nella teoria dei bioritmi di Swoboda e Fliess, il ciclo Emotivo dura 28 giorni e influenza i sentimenti, l'umore, l'intuizione e la creatività. I giorni critici del ciclo Emotivo sono il 1º e il 14º: il primo giorno, la fase è in ascesa e perciò cresce più l'irritabilità che lo stato depressivo. Il quattordicesimo giorno, invece, la fase è in discesa verso sentimenti di incomprensione e di frustrazione. Nei due giorni, c'è una certa sollecitazione bulimica della pulsione orale.
o    È il numero delle consonanti dell'alfabeto arabo.
o    Il primo verso della Bibbia è composto da 28 lettere ebraiche
o    La cupola del Pantheon è composta da 5 ordini di 28 lacunari ciascuno
o    Nella Smorfia il numero 28 sono i seni (cosa che ho affrontato con notevole dignità, nonostante l’inadeguatezza del simbolo)
o    Nel film Donnie Darko l'universo sarebbe collassato dopo 28 giorni
E tanto altro.
Dopo aver scoperto cosa fossero i numeri felici, idonei, socievoli e i numeri magici della fisica nucleare mi sono concentrata più sull’aspetto mistico, per quanto anche la matematica e la fisica spinta abbiano del magico, ma mi risultava troppo complesso. Sono più da favolette popolari di semplice comprensione. Quindi mi sono buttata sulla mistica per scoprire quello che mi è parso di aver sempre saputo.
Le interazioni composte dai numeri vanno al di là di un mero calcolo quantitativo. 
Infatti da un punto di vista spirituale l’uno rappresenta l’unico, cioè l’unicità della divinità; il due non proviene dal raddoppiamento dell’uno, ma dalla sua divisione. Il due divide e rompe l’armonia dell’uno, e il ritorno all’unità si ha con il tre, cioè con il percorso inverso. Fatto che spiega come il tre, il 
triangolo, la triade, siano espressioni dell’unità. In tutte le tradizioni antiche i Numeri sono sacri, proprio perché permettono di comprendere l’ordine delle cose e le leggi del cosmo. 
 28 = 2 + 8 = 10 = 1 + 0 = 1; il Numero ventotto è dunque l’espressione dell’unità primordiale. Ma è anche composto di 4 x 7, apparentato alle quattro fasi della luna. 
I Numeri pari hanno una polarità femminile, quindi sono passivi e rappresentano degli stati dell’essere, mentre i Numeri dispari, con polarità maschile, sono attivi e rappresentano degli avvenimenti. 
Il Due, come diade, è l’espressione della dualità. In una visione dualistica del mondo si ha la separazione del principio materiale dal principio spirituale, e il numero Due è l’incarnazione degli opposti: maschile/femminile, giorno/notte, terra/cielo, ecc. Essendo un principio duale, indica sia il contrasto, la polarità, sia il tentativo di conciliazione. Quindi il Due può essere considerato un numero ambivalente: nella sua funzione positiva cerca di riconciliare gli opposti, per ritornare all’unione ed è indice di saggezza, come ricerca attiva di una perduta armonia, oppure ha un carattere negativo se porta alla rottura dell’unità con la netta divisione dei contrari. Il numero Due, ci porta all’interno di una differenziazione, non multipla, bensì fondata su un conflitto binario che comporta un’esclusione e una spaccatura: vero o falso, bianco o nero, ecc. La linea è la figura geometrica raffigurante il due; infatti si ha un collegamento con il simbolismo della croce nella coppia della verticale e dell’orizzontale: la linea orizzontale indica lo sviluppo materiale, mentre quella verticale l’elevazione spirituale.
Nell’Antichità il numero Due era attributo della Grande Madre Terra.
Invece per l’8 abbiamo l’infinito (come giustamente intuito dalla vostra umile serva). E l’infinito è indissolubilmente legato al Karma, alla fecondità e alla prosperità. Il numero Otto, quindi, come simbolo dell’infinito, del riflesso dello spirito nel mondo creato, dell’incommensurabile e dell’indefinibile. Dal punto di vista prettamente esoterico, il numero 8 simboleggia la Giustizia rappresentata da una bilancia con due piatti e trasposta nell’intelletto che si eleva oltre ciò che è terreno. 
L’Otto è anche il numero che simboleggia la morte, in termini di transizione e di passaggio.
La rappresentazione del numero Otto si palesa anche nell’archeologia sacra dato che l’Otto viene universalmente considerato il numero “difensore” dell’equilibrio cosmico. Nella cultura orientale, soprattutto quella legata alla religione, troviamo templi costruiti su pianta a base ottagonale, ovvero sulla figura che fa girare la ruota del centro stesso dell’universo. Sin dai tempi antichi, il numero Otto è considerato sacro nel paese del Sol Levante rappresentando una quantità immensa ma allo stesso tempo non definibile. Lo stesso territorio nipponico veniva rappresentato dal numero Otto dato che, come ben sappiamo, è costituito, oltre che dalle quattro isole maggiori, da un numero enorme di isole e isolotti.
Nella dottrina cristiana, l’ottavo giorno rappresenta la trasfigurazione e il Nuovo Testamento. Dopo i sei giorni della creazione e il settimo di riposo, l’ottavo simboleggia la resurrezione del Cristo e dell’uomo stesso annunciando quindi l’eternità. Nella filosofia orientale, l’interazione cosmica dello Yin e dello Yang realizza le cosidette “Otto forze della natura” e queste, nel loro insieme, danno forma agli otto trigrammi del bagua (o pakua) che, a loro volta, danno origine ai sessantaquattro esagrammi dell’I Ching.


Forte di tutte queste interessantissime, fondatissime e approfonditissime conoscenze, senza grossi sforzi, il mio inconscio ha trovato il suo punto di equilibrio, il centro di gravità permanente, la provenienza e la destinazione mistica che mi consacrava a questo tenero paffutello di mezza età. Da allora mi sembrava di essere positivamente perseguitata dal 28. Ogni volta che guardavo l’ora i minuti erano 28. Ogni volta che guardavo la targa di una macchina c’era di mezzo il 28. Numeri di telefono, numeri civici, numeri dei cedolini delle raccomandate, numeri al banco dei salumi, numero della pista di atterraggio, numero della tangenziale, numero dello scontrino… vedevo il 28 ovunque. Ogni 28 del mese, matematicamente mi arrivava un suo messaggio (eravamo ancora ai tempi dei sms). Ricordo perfettamente il toc-toc-toc del mio vecchio dumb phone e il cuore in gola ad ogni messaggio. Ricordo anche che quando l’anno scorso ho compiuto 28 anni ho pensato che forse anch’io e mia figlia avremmo avuto 28 anni di differenza e forse mia figlia avrebbe avuto la stessa consistenza paffutella di suo padre.
Fra due mesi i miei 28 anni sono finiti. Non c’è traccia della bambina paffutella con grandi occhi e un grande appetito. Non c’è traccia del tenero paffutello di mezza età. Il nostro 28 è stato spezzato. Forse non è mai stato vero… forse, se proprio devo per forza dare un significato simbolico sempre a tutto, posso concludere che visto che fra 2 mesi avrò finito i miei 28 anni, vorrà dire che è giunta l’ora di chiudere anche questa porta.
La magia del 28 con noi non ha funzionato.



lunedì 24 ottobre 2016

i miei piedi vorranno andare dove tu dormi, ma continuerò a vivere.

venerdì 21 ottobre 2016

mercoledì 19 ottobre 2016

cristallo

diceva lui:
è così, no?
si cristallizzano i momenti e poi ti rimangono i momenti e non più la persona in sé.

procediamo con la cristallizzazione dei momenti

Sull'autobus che ci portava verso l’aeroporto di Marco Polo mi ero seduta di traverso sul primo sedile dietro l’autista. Ho agitato le gambe nell'aria e lui ha detto che a volte sembro proprio una bambina. E io mi sono improvvisamente sentita amata e riflessa nei suoi occhi raggianti.

Sarà il complesso di Elettra. 

martedì 18 ottobre 2016

sta su bella fiera

Apri le ali e splendi.

Porta con orgoglio la corona della regina abbandonata. Porta a testa alta l’abbandono. E sorridi. 

venerdì 14 ottobre 2016

martedì 11 ottobre 2016

venerdì 7 ottobre 2016

the fur.

Io sono pelosa. È una cosa di cui mi vergogno da quando ho 3 anni, perché prima evidentemente non mi rendevo conto di essere ricoperta da un morbido strato di pelo, o v u n q u e. Forse sarei andata avanti a non rendermene conto, ma, oltre ad avere la fortuna di portarmi addosso visibili segni della mia provenienza etnica, ho anche avuto quella di avere un fratello maggiore spudoratamente biondo e liscio in ogni sua parte. Questo mio fratello mi proibiva di avvicinarmi a lui in cortile d’estate perché si vergognava di essere così liscio e biondo rispetto a me che sembravo un piccolo e morbido roditore guanciuto. I miei compagni di classe mi prendevano in giro perché avevo i baffi più virili di loro. Una volta ricordo che mi ero messa a piangere per questo, avrò avuto 12-13 anni ed ero il terrore della scuola. Sapevo prendere in giro con pungente ironia e noncuranza chiunque, per qualsiasi cosa. Sguazzavo nella mia posizione di cinico giullare autoironico. Autoironico su tutto tranne sulla mia lana, probabilmente perché era una cosa di cui mi vergognavo davvero. Sapevo prendermi in giro per qualsiasi cosa tranne questa e poi boooommm. Qualcuno ha notato il folto vivaio sotto il mio naso. Era una delle due volte nella mia carriera scolastica in cui ho pianto in pubblico. Ricordo anche che la professoressa di storia ha insistito finché una delle mie amiche non le ha confidato il motivo dei miei occhi rossi. Poi la professoressa ha costretto i due personaggi a scusarsi con me in privato. È un episodio che ricordiamo sempre nelle nostre rimpatriate ubriache. Era un avvenimento storico: la m che dimostra di essere fragile… sì, una volta avevo dei gran coglioni, ma poi mi sono caduti.
Continuavo a scassare la minchia a mia madre affinché mi lasciasse intervenire su questo disastro, ma lei si rifiutava, perché, ingenua illusa, sperava che crescendo il mio corpo si sarebbe accorto che sono una cucciola d’uomo e non di uno yeti ed i peli sarebbero caduti improvvisamente ed autonomamente.
Non accadde.
Poi una sera eravamo andate a trovare degli amici e tornate a casa, di sua spontanea volontà, mi ha proposto di strapparmi un po’ di carne viva con la cera. Ho quasi la certezza che sia stata la sua amica a suggerirle la mossa, fosse per lei sarebbe ancora illusa del fatto che un giorno crescerò ed i peli cadranno miracolosamente (ora non aspetta più la caduta dei peli, ma ha ancora delle ingenue speranze sul fatto che io possa in qualche modo crescere).
E fu lì, all’età di circa 13 anni, che iniziò la mia lotta contro i peli superflui. Ci sono stati anni di ceretta casalinga con cui puntualmente mi scottavo la faccia e poi andavo in giro con due orribili croste al posto dei baffi. Nella mia mente credevo che continuando a scottarmi, un giorno la pelle avrebbe smesso di produrre la lana. Non accadde.
Poi ci fu un periodo di decolorazione del pelo. Mi tingevo le basette, la barba e i baffi di quello che doveva rendere la lana invisibile e come risultato ottenevo un effetto molto punk: capelli scuri e barba di un giallo paglierino.
A 18 anni ho intrapreso un lungo e dolorosissimo ciclo di depilazione con l’ago elettrico. Per chi ha la fortuna di non doverlo sapere: è un sottile ago che viene infilato in ogni bulbo pilifero, viene fatta passare la corrente elettrica per uccidere il bulbo e poi per almeno 3 settimane si ha una bomba atomica esplosa in faccia. Finito quel dolorosissimo ciclo mi sono liberata per la maggior parte delle basette e di una buona percentuale di baffo. Rimaneva il pizzetto, il collo e qualche spavaldo quanto inaspettato pelo qua e là.
Dai 19 ai 22 anni sono tornata alla buona vecchia ceretta, con conseguenti scottature in viso e rovina dell’effetto dell’ago elettrico, facendo ricrescere parecchia della flora sterminata dalla corrente elettrica.
Dai 23 ai 28 anni mi sono lanciata sulla luce pulsata che pareva promettere miracoli senza infliggere dolore e senza irritare la pelle. Il miracolo non accadde. I motivi per cui ero andata avanti erano: 1. L’ago elettrico costava di più e praticamente nessuno lo faceva 2. Era molto meno doloroso 3. Non avevi la distruzione nucleare in faccia per le 3 settimane successive.
All’alba dei 29 anni mi sono rotta il cazzo di buttare via soldi senza avere risultati e sono tornata all’ago elettrico: tortura ancora eseguita da un’unica estetista di Verona. Una certa sig.ra C di un’età indefinita tra i 70 e i 90 anni, la quale promette che entro l’estate risolveremo la questione.

Ora. La cosa più buffa in tutto questo è che ieri, mentre tornavo a casa con la faccia ed il portafoglio in fiamme, mi sono domandata: e se fra qualche mese, per effetto collaterale di una qualche altra possibile cura, mi dovessero cadere tutti i peli e i capelli? È una possibilità non troppo remota. Cosa ne penserò? Aver lottato contro un fenomeno naturale, una natura selvaggia che si impossessava della mia pelle, per poi vincere in modo così triste. Ho pensato che potrei chiamare mia madre e dirle che il miracolo è accaduto: i peli sono andati via, sono cresciuta! Ma ci ho ripensato, sarebbe troppo crudele. 

eccomi - Jonathan Safran Foer

come farsi sbattere l'abbandono in faccia. 

giovedì 6 ottobre 2016

verfremdungseffekt

Devo essermi fatta un bagno in una vasca di anestetico fortissimo.
Non ho paura dove dovrei avere paurissima. Dormo sogni profondi e bui, le immagini sfocate si dileguano in 4 secondi. È come se tutto questo non stesse succedendo a me. Come se la vita non mi stesse crollando addosso. Come se fosse solo un film o il racconto di una vita di qualcuno di cui non me ne frega poi più di tanto. Forse questa è la verità: la mia vita è il racconto di qualcuno di cui non me ne frega poi tanto.
Esisto nella avvolgente tenerezza di questa luce dorata autunnale e non voglio che questa sensazione di estraniazione dalla mia stessa esistenza passi. Ho ormai appurato da tempo di non essere in grado di gestire le situazioni reali, che sono nata per fuggire dai dolori del giovane Werther (e anche da tutti gli altri dolori, se è per quello). Non fosse che sono una ragazzina mediocre probabilmente, anzi sicuramente, sarei diventata una tossica. Sfuggire alla realtà è l’unico modo possibile per sopravvivervi, almeno per me. Non sono una lottatrice, sono un gatto pigro e lento. Voglio continuare a riuscire a guardare da fuori la mia vita. come fosse un curioso acquario.


Life in a glass house. 

lunedì 3 ottobre 2016



Ha senso arrabbiarsi con una persona, sapendo che tanto dopo la perdoni?

domenica 2 ottobre 2016

eccomi - jonathan safran foer

-Okay... Dio mette alla prova Abramo, e il testo dice "Qualche tempo dopo, Dio mise alla prova Abramo. Gli disse: 'Abramo!' 'Eccomi' rispose Abramo". La maggior parte della gente dà per scontato che la prova sia che Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco. Ma secondo me si potrebbe anche leggere che la prova è quando Dio lo chiama. Abramo non dice: "Che cosa vuoi?" Non dice: "Sì" Risponde con una dichiarazione: 'Eccomi'. Qualunque cosa Dio voglia, Abramo è completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni. Quella parola - hinneni: eccomi - ritorna altre due volte in questo brano. Quando Abramo porta Isacco sul monte Moriah, Isacco si rende conto di quello che stanno per fare e di quanto le cose si mettano male. Sa che sta per essere sacrificato, come tutti i bambini che sanno sempre quello che sta per succedere. Si legge "E Isacco si rivolse al ad Abramo, suo padre, e gli disse: 'Padre mio!', ed egli: 'Eccomi, figlio mio'. E Isacco disse: 'Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per il sacrificio?' E Abramo disse: 'Dio provvederà all'agnello per il sacrificio, figlio mio'". Isacco non dice: 'Padre', dice: 'Padre mio'. Abramo è il padre del popolo ebraico, ma è anche il padre di Isacco, il suo padre personale. E Abramo non chiede: 'Che cosa vuoi?' Dice: 'Eccomi'. Quando Dio chiama Abramo, Abramo è completamente presente per Dio. Quando Isacco chiama Abramo, Abramo è completamente presente per suo figlio. Ma com'è possibile? Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Come può Abramo essere due cose opposte contemporaneamente? Hinneni è usato un'altra volta nel brano, nel momento più drammatico. "E arrivarono al luogo che Dio gli aveva detto e Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco, suo figlio, e lo mise sull'altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. E un messo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: 'Non alzare la tua mano sul ragazzo e non fargli niente, perché adesso so che temi Dio e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico' ". Abramo non chiede: "Che cosa vuoi?" Dice: "Eccomi". La porzione di Torah per il mio Bat Mitzvah tocca molti temi, ma secondo me il più importante è la riflessione su quali sono le persone per cui noi siamo completamente presenti e come questo, più di qualunque altra cosa definisca la nostra identità. -

ci sono dei libri che sanno arrivare esattamente nel momento in cui hai bisogno di loro. sembra quasi una presa per il culo la precisione con cui riescono a spargere sale sulle ferite o costringerti a porti domande che avevi paura di affrontare. era successo con il 1984, i 100 anni di solitudine, maestro e margherita, kafka sulla spiaggia, homo faber, invisible monsters. sono arrivati esattamente nel momento in cui avevo bisogno di loro. così ora Eccomi di safran foer è esattamente quello di cui probabilmente non ho bisogno, perché mi fa fermare a ogni pagina, alzare gli occhi e versare leggerissime lacrime di autunnale tristezza. con questo non sto paragonando questo libro a maestro e margherita o ai 100 anni di solitudine, sarebbe quasi una bestemmia. questo non è un libro che rileggerò. è pesante e a tratti pretenzioso e a tratti banale, ma alcuni pezzi sembrano un abbraccio comprensivo e morbido o a volte una sfida sputata negli occhi. neanche una risposta però, nessuna risposta. resto senza risposte.

giovedì 29 settembre 2016

Vieni


quando ne hai voglia
quando puoi
tra una partenza e un ritorno
dopo una scrollata di spalle
dopo avere assaporato la lacrima scesa sul labbro
Vieni
tra un sorriso e una salita
dopo un lancio di asciugamano
mentre le campane suonano a vuoto
Vieni
prenditi un giorno
invecchiamo insieme.

mercoledì 28 settembre 2016

eccomi - jonathan safran foer

Che cosa c'era di sbagliato in quel desiderio e in quel bisogno?  Niente. E l'enorme distanza tra dove sei e quello che ti eri sempre immaginata non deve per forza indicare un fallimento. La delusione non dev'essere necessariamente deludente. Il desiderio, il bisogno, la distanza, la delusione: crescere,  conoscere, impegnarsi, invecchiare accanto a un altro. Da soli si può vivere perfettamente. Ma non una vita. 

martedì 27 settembre 2016

.i hate humans.

Credo di essere una razzista. Se non fosse per l’educazione che ho ricevuto, probabilmente sarei dichiaratamente nazista.
Io odio gli psicopatici e gli isterici. Mi rendo conto perfettamente che è una malattia, che è come prendersela con uno che ha il raffreddore o la gastrite o l’artrite. Riesco ad essere tollerante con uno che continua a tossire o deve essere selettivo nel mangiare o riempirsi di insulina per sopravvivere. Ma non riesco proprio a sopportare gli schizzati. Quelli che reagiscono in maniera esagerata, imprevedibile, quelli che si compiangono o distorcono la realtà, non sopporto la gente dai gesti imprevedibili (e non sorprendenti). Mi scatta la violenza. Mi rendo conto che dovrei essere paziente, che ognuno sta combattendo la propria lotta, ma mi pare di capire che la gente stia usando questa storia per autoassolversi in maniera un po’ troppo generosa. Io li prenderei tutti a schiaffi. Proprio non riesco ad essere paziente e dirmi che si ha continuamente a che fare con delle diagnosi più o meno lievi. Io la mia merda me la mangio da sola, al massimo la vomito un po’ qua, prima ne riempivo la testa al mio ragazzo, ma non è che se ho la merda nel cervello sono autorizzata ad alitarla in faccia a tutti con arroganza giustificandomi con una presunta instabilità emotiva. Che cazzo è? Uno ha i complessi di inferiorità, quell’altro ha le manie di grandezza, quell’altro ha le manie di persecuzione, quell’altro ha l’eiaculazione precoce, quell’altra non scopa da mesi, quell’altro ha la moglie troia, quell’altra non riesce a rimanere incinta, quell’altro ha un rapporto problematico con la madre (che poi sta storia di dare continuamente la colpa del proprio malessere ai genitori mi sta proprio in culo. Dio cristo, hai 80 anni, ripigliati un attimo), quell’altro ancora è frustrato perché non vuole lavorare in un ufficio, quell’altro perché non trova un lavoro, quell’altro perché vorrebbe viaggiare e non può, quell’altro per sa il cazzo cos’altro… ma vogliamo smetterla?
Voglio dire, chiaro che la vita non è esattamente il regalo che ci saremmo aspettati di trovare sotto l’albero. Chiaro che siamo cresciuti in una società consumista che ci spinge ad essere perennemente insoddisfatti sia a livello materiale che emotivo, chiaro che il benessere e la relativa sicurezza e stabilità politica ci vizia al punto da poterci permettere il lusso delle lotte interiori e capricci di vario genere, ma siamo anche nell’era dell’individualismo signori, che per me è una delle più grandi conquiste della civiltà moderna, la quale prevede di farsi i cazzi propri e non disturbare gli altri con le proprie fottute malattie mentali. E invece no, invece il bisogno di protagonismo è più forte, abbiamo bisogno di essere cagati, compatiti o sgridati o analizzati, ma soprattutto cagati. Abbiamo bisogno di far sapere a tutti che stiamo di merda e lo facciamo in modi diversi, ma tutti ugualmente fastidiosi.
Ecco. Io non sopporto i depressi. Preferisco gli incazzati, i cinici, i nichilisti, ma non gli schizzati. E non ho alcuna intenzione di fingere la solidarietà. Se il tuo comportamento mi irrita, voglio potermi permettere il lusso di evitare la tua compagnia. A meno che tu non sia il mio capo ovviamente, in qual caso cerco di sorridere alle tue chiare manifestazioni di schizofrenia, con la solida certezza che negli occhi mi si legga il più profondo dei disprezzi.

Oh là.  

lunedì 26 settembre 2016

le 10 regole


Bisogna saper stare sul pezzo. E il pezzo degli ultimi tempi sono le classifiche, le regole, gli elenchi.
Elenco quindi di seguito, in ordine sparso, i miei spassionati consigli a coloro che stanno affrontando, affrontarono in passato od affronteranno in futuro il caso di un caro nel primo periodo della separazione:

  1. Non insultarmelo. Perché ti strappo gli occhi e te li infilo su per il culo
  2. Non dirmi che sicuramente troverò di meglio: non tutti gli umani sono progettati per cacciare sempre, una potrebbe anche decidere di fermarsi per qualche decennio e, soprattutto, al momento è impossibile pensare che ci sia qualcosa di meglio
  3. Non cercare di tirarmi fuori di casa per forza: passeremo una serata di merda dalle risate sforzate e coglioni per terra
  4. Non cercare di presentarmi altri uomini: ho la libido sotto terra
  5. Non cercare di coinvolgermi in attività ludiche prima a me sconosciute quanto sgradevoli: già ho i cazzi miei, se poi devo fare delle cose di cui non me ne frega una beata minchia solo perché “almeno ti distrai”, la coltellata in gola mi è assicurata
  6. Non consigliarmi di mangiare di più: so anch’io perfettamente che se non mi nutro muoio e se non lo sto facendo non è perché ci godo
  7. Non farmi i complimenti che non merito: già suonano falsi quelli detti sinceramente, figuriamoci quelli da life coach rottinculo
  8. Non convincerti che se sto da sola mi taglio le vene: è solo che preferisco dormire piuttosto di reggere la compagnia di chiunque
  9. Non. Assolutamente. Non. Dirmi.: “te l’avevo detto che sarebbe andata così!” : Vedi punto1
  10. Non ipotizzare chi dei due ci metterà di più a cuccare: Vedi punto 4.


lunedì 19 settembre 2016


La disillusione è perfida. Sa avvicinarsi lentamente e avvelenare i sogni. Ogni giorno ne perdi un pezzo per poi ritrovarti in un pozzo pieno di vuoto.
La si combatte ogni giorno, con piccole illusioni infantili. La si combatteva ogni giorno.
Oppure sa piombare da un giorno all’altro. Tagliare le palpebre con un rasoio sottile.
Ed è come un palloncino che scoppia.

Altre volte è come un palloncino che lentamente si sgonfia. Prima eri piena, poi eri un po’ meno piena e un po’ più spaventata. Ma stupida capricornuta del cazzo, ci credevi fino all’ultimo secondo. Finché un giorno ti sei svegliata con le ferite sulle palpebre e hai visto il vuoto. Ecco. Ho visto il vuoto. La disillusione è arrivata da un giorno all’altro. Totale. In effetti è stata un po’ entrambe le cose… si è insinuata passo dopo passo, indifferenza dopo indifferenza, compromesso dopo compromesso, magone dopo magone per poi arrivarmi addosso come una betoniera lenta. Mi sta ancora passando sopra, ci sono sotto solo con le gambe. Passerà. Mi metterò un pollice in bocca, soffierò forte e mi rigonfierò come nei cartoni animati. E sarò di nuovo libera di respirare. Toglierò i pezzettini di vetro con una pinzetta. Dagli occhi, dalle mani, dalla lingua, dall’ombelico, dalle mutande. Mi disinfetterò e metterò delle tenere bende. Mi curerò e imparerò ad amarmi anche in versione spezzata. Anche in versione buttata via. Anche in versione rifiutata. Anche in versione sfigata. 
















giovedì 15 settembre 2016

L’amore ai tempi di vozap

È un gioco che si sviluppa su più livelli.
Entri sulla conversazione per vedere l’ultima entrata
Lo becchi online
Ti domandi se è online con qualcuno o se anche lui come un imbecille sta guardando il tuo essere online e sta pensando la stessa cosa
Ti convinci che sicuramente è online con qualcun altro
Il prossimo round si chiama: chi molla per primo.
Molli tu e hai la consapevolezza di essere una figa e immediatamente dopo ti fai profondamente pena
Molla lui e ti senti abbandonata perché hai capito che era online con qualcun altro.
Molli tu e nel giro di un secondo ti arriva un suo messaggio e vivi un momento di esaltazione e gloria manco avessi vinto un oscar
Non molli e ti arriva un suo messaggio così lo visualizzi subito e lui ti sgama che eri lì che lo fissavi e vivi un momento di profondo disprezzo nei confronti di te stessa ripromettendoti di non fare mai più questo gioco.
Poi ti imbatti in un qualche test tipo “qual è la tua età cerebrale” e lo ignori in fretta, sapendo bene che la tua età cerebrale si è evidentemente fermata a 13 anni.
Bah


mercoledì 14 settembre 2016

È troppo facile subire.

We must all face the choice between what is right and what is easy.


Mi sveglio ogni mattina incazzata: probabilmente è il preciclo: ho l’orgoglio che sanguina. Mi sveglio e sento fisicamente di essere un residuo organico in decomposizione. Qualcosa che non serve. Che serve finché va bene e se oppone resistenza si lascia scivolare via con garbo… come quando si butta per terra una sigaretta finita facendo finta che sia caduta per sbaglio. Lasciata perdere. Lasciata andare via. Mi sveglio incazzata e ferita perché ho permesso tutto questo. Mi schiaffeggio e mi rimetto insieme, ma il risveglio nella mia pelle di residuo organico mi fa venire da vomitare tutti i giorni. 

lunedì 12 settembre 2016

felicità sintetiche


È come metadone.
Stelle – Stalle in tempo zero.
Una bella giornata ti pompa di adrenalina. Poi infili una maglietta lavata con un detersivo di cui non ti ricordavi di ricordare così bene il profumo e cadi di nuovo al punto di partenza.
Cosa cazzo stiamo facendo a noi stessi?
Quando la questione si filtra e si purifica all’essenza di quello che è, mi domando incredula di nuovo e di nuovo e di nuovo – ma cosa cazzo stiamo facendo a noi stessi?
Poi l’essenza viene diluita. Si aggiungono i principi, l’orgoglio, la cazzutaggine, i denti stretti, le scomodità e mi sembra di essere in una stanza che lentamente si sta restringendo schiacciandomi dentro.
Poi
Arriva un messaggio
Una telefonata
Una foto
E di nuovo stelle
E poi
Di nuovo stalle

Bah. 

mercoledì 7 settembre 2016

buon appetito

Ho la bocca piena di vomito. Ogni mattina. Esclusa al 100 % la possibilità di essere stata ingravidata da chicchessia, il sintomo rimane ed è ancora più disgustoso vista la sua genesi. Credo di essere nauseata da me stessa. Certo, potrei trovare un milione di fattori intervenienti che mi rendono la vita nauseante. Faccio un lavoro che non mi piace e che non mi riesce nemmeno bene. Vivo in un posto che non mi piace, in una situazione malsana e ho continuamente l’ansia di dover cercarmi un altro posto, che probabilmente non mi piacerà, ma quanto meno sarò libera di girare nuda per casa, ubriacarmi da sola e piangermi addosso o sgrillettarmi in libertà sul pavimento della sala. La persona a cui avrei voluto legare la mia vita alla fine mi ha estromessa dalla sua relegandomi ad uno schermo del telefono. La migliore amica che avevo mi rende triste giudicando qualsiasi mio comportamento. Mia madre sta invecchiando sola e io non posso neanche aiutarla a fare la spesa. Mia zia sta morendo di tumore. Il mio cane ha perso l’uso delle zampe posteriori. Tutto questo e, volendo, tanto altro, mi rendono la vita pesante, per non dire merdosa. Ma in fondo al vaso di merda, trovo la mia faccia: sono io che non mi vado bene, sono io la persona con cui devo e non voglio convivere quotidianamente. E credo sia questo il motivo delle mie nausee mattutine. Mi guardo allo specchio e vedo una quasi trentenne con la faccia da ventenne e col cervello da tredicenne e con la voglia di vivere di un’ottantenne. L’unico istinto che ho è quello di andare in una foresta e perdermi per sempre.

mercoledì 31 agosto 2016

infinita fiducia nell'umanità.

Sono anni che penso di incidere una traccia che parta in automatico quando mi presento alla gente.
La farei partire subito dopo la stretta di mano per poter saltare la caduta dei coglioni iniziale con le domande del cazzo tipo
“ma davvero non sei italiana? Cavolo non l’avrei mai detto, non hai proprio nessun accento”
“Georgia? Russia? Ah no, non Russia, giusto giusto”
“ma davvero hai 29 anni? Te ne davo al massimo 20”
“sei venuta qua tutta sola a 15 anni? Ma pensa che coraggio”
“e com’è vivere con tuo fratello?”
“e non ti manca la tua casa?”
“si sta meglio qua o in Georgia?”
“torni ogni tanto in Georgia”
“è bella la Georgia?”
"ricordami la capitale che non me la ricordo mai" - seeeeh non te la ricordi mai, caprone di un coglionazzo
“ma che lingua parlate? Georgiano? Cos’è tipo russo? Ah addirittura una scrittura diversa” – a questo punto  si tira fuori il telefono e si mostra l’alfabeto per dare più peso all’affermazione, per poi rendersi conto che l’interlocutore non vede differenza alcuna tra georgiano, cirillico e sanscrito.
“e come mai hai scelto proprio l’Italia?” – questi gli scettici sempre pronti a sputare nel proprio piatto
“ma pensi di tornare in Georgia o starai qui per sempre?” – detta con un leggero terrore nello sguardo, consapevole che il Bel Paese è invaso da parassiti
Registrerei delle risposte gentili e le farei andare stampandomi un bel sorriso di plastica in faccia mentre la traccia avanza.

Quanto vorrei vivere in una società in cui rispondere alle domande di merda a suon di schiaffi non sia perseguibile dalla legge

lunedì 29 agosto 2016

.dentistretti.

Vabbè la banalità mi è sempre appartenuta. Ognuno si cura come meglio crede, io mi curo scrivendo minchiate a vanvera solo quando non sto bene. A rileggere questi diari mi rendo conto di quanta depressione potrei trasmettere, ma in fondo… chemenefotte?
passo così a rivedere tutta la vita con nuovi occhi. di nuovo. Mi armo di gomma a forma di orologio e mi metto a cancellare. Ridisegno i miei giorni. Mi rifaccio la stessa domanda con una frequenza pari a 30/min. e ogni volta la risposta mi si incastra nella gola e faccio fatica a respirare. Non è nulla di tragico in fondo, il tempo sistema tutto, tutto si cristallizza e rimangono solo i bei ricordi, ma mi fa rabbia pensare che ho buttato via 4 anni di emozioni positive. Certo, poi mi dico che non sono buttati, che è stato bello, che i miei coglioni… sono buttati in realtà. Buttati perché il meglio era nei dettagli, nei risvegli, nei sorrisi, nelle battute idiote, nell’abbracciarsi, sfiorarsi, nel mettersi insieme in macchina, nel tornare a casa la sera, leggere le notizie dell’internazionale, fumare le sigarette in punta di piedi, stendere la lavatrice, guardarsi di nascosto… tutto questo si cancellerà, non ne rimarrà più niente. Rimarranno i viaggi, le foto, qualche luogo, qualche data… e poi nulla.
Lo trovo terribile.

Mi viene da sbattere la testa contro i muri al pensiero che tutto quello che mi riempiva la vita fino all’altro ieri ora scomparirà lentamente. Come un Alzheimer sentimentale. Il tutto si dilegua e resta solo un nome e un viso e non c’è neanche lo sforzo di doversi evitare. Ognuno nella propria caverna. A me, la mia non è che faccia paura, però un po’ di schifo mi fa, ecco. 

venerdì 5 agosto 2016

ultimo giorno di lavoro.

Come i bambini. Quando sono molto stanca comincio a piangere e non riesco più a smettere.
O forse sono semplicemente troppo viziata. Totalmente incapace di reagire alle situazioni, al mondo , al fatto che a volte la gente risponde male ingiustamente, al fatto che le cose sono così totalmente diverse da quello che sognavo.

Non so reagire. Mi metto a piangere. Come i bambini.  

venerdì 1 luglio 2016

lavorare.
Lavorare d’estate.
Lavorare d’estate dopo pranzo in perenne lotta contro il totalizzante bisogno di siesta
Lavorare d’estate dopo pranzo in perenne lotta contro il totalizzante bisogno di siesta e dopo una birra media
Lavorare d’estate dopo pranzo in perenne lotta contro il totalizzante bisogno di siesta e dopo una birra media dovendo affrontare un lavoro e una montagna di responsabilità completamente nuove e completamente da sola. Dovendo fare delle domande e rischiando di alitare birra e siesta in faccia agli anziani colleghi pieni di pregiudizi.

Ancora 4 ore.

venerdì 24 giugno 2016




























capirsi
perdonarsi
lasciarsi.
lasciarsi andare
lasciarsi andare affanculo
lasciarsi andare affanculo ma con classe
e poi di nuovo capirsi
e provare a perdonarsi l'errore 

mercoledì 22 giugno 2016

stay sunshine

Arriva poi quel momento. Il primo giorno d’estate 
e inizio a canticchiare le canzoni di pino daniele mentre prendo il sole nel parco della zona industriale di Verona. Per distrarmi faccio rigirare nella mente le scene dei film di Troisi per completare l’ambientazione da pino daniele. Chiudo gli occhi al sole e parte la malinconia, la sensazione di totale abbandono, l’ansia nella pancia come la definisce il mio ragazzo. La sensazione surreale che sanno trasmettere i mezzogiorni di calore.

Benvenuta estate.

mercoledì 15 giugno 2016

gli emo hanno capito tutto

tra le sensazioni che più detesto, quella di rendermi conto di essere un'illusa del cazzo mi fa infuriare in una maniera che sfiora il biblico.
è un duro colpo all'autostima di una cinica come me. tutte le volte che c'è da illudersi io son quella che caga nella poesia del momento o dell'idea. però quando succede il contrario mi arrabbio un sacco. mi strappo a morsi le alette che ieri battevano felici. mi schiaffeggio da sola e scatarro sul mio riflesso nello specchio. stupida come dieci ragazzine stupide. stupida di una trentenne che si pensa una sedicenne. stupide speranze. stupide finte certezze. stupida fiducia. stupida stupida stupida felicità furiosa smerdata in una maniera banale e stupida. stupida. stupida.

beh dai, per una volta che il preciclo non era ormonalmente incazzato la merda arriva da qualche altra parte.

vorrei prepararmi un grosso calderone di merda e buttare dentro tutti i bei pensieri degli ultimi tempi, mescolare piano, stufare a fuoco lento, e poi mangiare con una paletta da gelato la merda tiepida. forse alla fine del pasto capirò che gli emo hanno capito tutto.

martedì 14 giugno 2016

blessed are the damned

sogno di essere nel parco vicino a casa mia. chiusa in una stanza di vetro galleggiante sopra la piscinetta dove quando ero bambina nuotavano cigni, siringhe, lattine di birra e preservativi usati. però nel sogno è invece tutto pulito e la mia piccola stanza di vetro è insonorizzata e dentro i colori dell'acqua verde e degli alberi sono intensi. fuori dalla stanza vedo il mio ale con un'improbabile barba folta che va in giro con il mio zaino a proporre ai passanti di comprare le mie mutande (che tra l'altro sapevo essere già usate)... e sono furiosa, tra l'altro perché lui lo sa che deve venire nella stanzetta di vetro con me perché lo sto aspettando e senza di lui non posso uscirne e lui è lì che fa il coglione. 

appare del tutto inutile analizzare il sogno. è così anche nella realtà: io che aspetto l'ale che venga a tirarmi fuori dalla campana di vetro e l'ale che fa il coglione. neanche una soddisfazione di simbolismo freudiano, perdincibacco.

mi sveglio

su vozap:  messaggio della persona che ha vinto il premio viscidume 2016 con un link che in 5 righe cita Rubbia sotto il titolo "scoperta la bufala del cambiamento climatico". Ora, va bene che c'è tutta un'ala di negazionisti, ma leggere di prima mattina un articolo superficiale che dichiara (citando Rubbia) che il cambiamento climatico è stato inventato per mettere in azione una serie di costose normative ambientali sfiora anche il limite della mia angelica pazienza. non resisto e mi lancio in discussioni sull'industria, le lobby, l'innegabilità del cambiamento climatico, scagliandomi contro il negazionismo, le teorie cospirazioniste sulle scie chimiche e i video che hanno commosso il web. 

arrivo a Verona: diluvio

ombrello: lasciato in ufficio perché ieri c'era il sole (la logica è ferrea)

prendo l'autobus: becco il collega.

divago: il collega che becco periodicamente in autobus è un rumeno super carino e dolce e tenero e soprattutto molto intelligente. niente contro il rumeno. ma io la mattina, in viaggio, proprio non riesco, non posso, non tollero di dover parlare con qualcuno. è come se mi sentissi costretta: sei in un autobus, devi fare 10 minuti di viaggio e altri 5 a piedi con una persona che può anche essere la migliore al mondo, ma mi provoca disagio condividere i viaggi con qualcuno che non mi sia abbastanza intimo da permettermi di stare zitta senza per questo passare per scorbutica misantropa snob. 

becco il collega che insiste per condividere con me il suo ombrello (rotto). risultato: ho un debole getto che dolcemente mi scende dietro il collo. 

arriviamo al cancello della ditta: passo deciso e mi trovo in una pozzanghera alta circa 10 centimetri, nonché la metà della mia statura.

le scarpe mi fanno malissimo

le ovaia mi fanno malissimo

eppure.

eppure..

eppure...

basta una vecchia canzone e ho di nuovo quel paio di alette sporche e spelacchiate che battono euforiche sulla schiena. 
sono pulsante e viva in un modo travolgente. 


lunedì 6 giugno 2016

tragica di una ragazza tragica.

Continuo a farmi domande sul senso della mia vita. mi investono nel momento in cui suona la sveglia alle 5.55 del lunedì. Mi domando il perché di tutto questo, il per cosa, il come mai sono arrivata a questo. Mi domando se mi sto semplicemente autoassolvendo motivando questa vita col fatto che mi ci sento costretta dalle aspettative di chi ha investito un’intera vita in me. Mi domando se questa mia mediocrità, se questo mio essere un piccolo pezzo dell’intricato mosaico capitalistico sia perdonabile. ho sempre sperato di non diventare così, ho sempre sperato di poter fare quello che amo, di poter essere felice del mio lavoro. Ho sempre pensato che visto che bisogna per forza lavorare per vivere e che si passa la maggior parte del tempo al lavoro, allora che sia un lavoro almeno parzialmente soddisfacente. Che sia uno sbattimento, che sia fonte di ricche bestemmie, ma che dia un senso alle mie ore, che mi faccia stare bene. Io così non ci riesco. Ci provo, ma non ci riesco ad essere felice se vendo un forno o se firmo un contratto. Invidio la gente che ama vendere i forni, ma a me fa cagare. O meglio non mi fa cagare, però mi è del tutto indifferente. Se mi faccio la domanda globale tipo: sul serio, cosa vorresti fare nella vita? risponderei che vorrei viaggiare per sempre, o quanto meno fino a quando la salute me lo permette oppure vorrei avere tre figli, un cane, un ale, un piccolo giardino fatato e una piccola libreria piena di libri che abbiamo raccolto negli anni.
In nessuno dei due casi vorrei lavorare in un posto che vende forni o marchingegni simili. Non voglio vendere niente in realtà, non sono fatta per vendere. Vendere in tutti i casi prevede un’inculata. Anche se vendi viaggi o libri o traduzioni o.. si vende sempre ad un prezzo superiore a quello giusto. Quindi di fatto io vendendo inculo. Vabbè, ora non parliamo del nuovo ordine di economia globale che ho in mente. Parlo di me: faccio questo lavoro e non sto realizzando nessuno dei miei sogni. Né quello di lavorare in cooperazione, né quello di avere una famiglia, né quello di viaggiare. Lo faccio perché la mia famiglia si aspetta che io diventi una media borghese del cazzo, con una casa, una famiglia e un agio quotidiano. Io invece lavoro e basta. Non costruisco nulla, non sto andando da nessuna parte. Mi sveglio bestemmiando tutte le mattine per andare a fare una cosa che non mi piace e non posso neanche dire che mi sto sacrificando per un sogno. Mi sto sacrificando per niente. Solo per non dare dispiacere a chi mi ama che poi in fondo sono comunque dispiaciuti perché vedono che non è che io sia esattamente felice. Però il fatto che io non sia felice è colpa mia, perché ho il cervello montato storto, ho il vento in testa e non capisco cosa sia meglio per me. Evidentemente è meglio fare un lavoro del cazzo, vivere nella periferia industriale della pianura padana e pensare che forse un giorno avrò una famiglia e tutto questo sarà ripagato.
Mi sento intrappolata in un cerchio senza uscita. Spezzare il cerchio vuol dire spezzare il cuore di chi amo. Continuare a stare dentro il cerchio vuol dire spezzare la mia personalità, diventare via via più frustrata e insoddisfatta e, nel migliore dei casi, vivere per consumare cose di cui non ho bisogno fingendo di esserne felice. D’altra parte questo genere di ideologiche frivolezze mi sono possibili solo perché un minimo di agio ce l’ho. Perché fossi senza casa e senza cibo probabilmente sognerei di fare quello che faccio. Fossi una cooperante dovrei vivere con 800 euro al mese risparmiando un mese per fare un regalo per il matrimonio di un’amica. Il cerchio continua a stringersi intorno a me. L’unica salvezza morale che vedo è quella di poter tornare dal lavoro e affondare la faccia nel profumo del mio ale e anche questo pare del tutto impossibile.

Ora. A me è sempre stato detto che sono una persona con i coglioni, che sono decisa e agguerrita contro i problemi. Io ho sempre pensato di essere incredibilmente vulnerabile e spaventata. Alla fine la vita dimostra che le palle ce le ho… o quanto meno una volta le avevo. Quindi qual è il problema? Perché non riesco a prendere in mano la situazione? È davvero così grande la paura di spezzare il cuore di mia madre? È davvero così grande la responsabilità della sua vecchiaia? Sì. Evidentemente sì. Perché i coglioni li ho solo per me, ma quando ho addosso anche la responsabilità per altra gente non riesco ad essere abbastanza decisa da rischiare il tutto per tutto. Quindi avanti gente, comprate un’impastatrice con cui produrre i biscotti senza glutine, senza uova, senza farina, senza anima, senza che qualcuno sfiori l’impasto con le mani. Avanti, signori, comprate impastatrici, biscotti, cracker, ingozzatevi e non pensate all’unica vita che ci è stata data, in un mondo che sta andando a puttane e che noi sprechiamo per svegliarci alle 5.55 per fare un lavoro che ci fa schifo, per vivere una vita che ci fa schifo, sognando cose che non abbiamo il coraggio di raggiungere, passando la vita a cercare di sottostare alle strutture sociali, ad essere come il mondo ci vorrebbe, a guardare la tv la sera, scuotere la testa leggendo i quotidiani… avanti signori, perché non praticare un suicidio di massa? Si risparmierebbe solo tempo ed il pianeta ce ne sarebbe eternamente grato. 

mercoledì 1 giugno 2016

il primo giugno dell'anno bisesto

Siedo piena di doni. è un mercoledì prima di quattro giorni di lunghe dormite e risvegli pieni di lunghi stiracchiamenti nel letto e lunghe letture nel sole. Un montatore mi ha portato delle bocche di leone. Una commerciale mi ha portato tre rose che profumano come la bulgaria. Un ragioniere mi ha portato mirtilli e lamponi e un altro ragioniere 7 ciliegie mature. amata e coccolata. Ho un moroso bellissimo e spettacolare e va tutto in una maniera spaventosamente bella.

Ma poi arriva il corvo dalle ali nere e mi porta via tutto il bello che ho. E mi arrabbio perché qualcuno, un paio di ali nere mi possono portare via tutto il bello che ho. Tutto l’amore che mi circonda e tutto l’amore che ho dentro. Me lo portano via con le migliori intenzioni... sto cercando un algoritmo che mi aiuti a risolvere questa situazione, ma non lo trovo. L’unica soluzione è quella del fu mattia pascal: fingersi morta e ricominciare a vivere sotto mentite spoglie. Inizio le giornate piangendo. Un po’ di gioia e un po’ di merda ma alla fine la domanda resta sempre… e io devo rispondere e devo rispondere in fretta e ho rabbia e paura e ogni tanto vorrei spararmi in bocca ed è una cosa contrastante e però non è bello essere felici ed essere costretti ad essere invece infelici e dover per forza piegarsi alle ali del corvo. Perdincibacco. 

continuità













Eppure non mi dà riposo




sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

martedì 31 maggio 2016

non mi stancherà mai

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

lunedì 30 maggio 2016

rainbow warrior

sono decisa ad allontanare le persone negative dalla mia esistenza.
ma come faccio se le persone più negative della mia vita sono esattamente le persone a cui voglio più bene?

venerdì 13 maggio 2016

in linea con la copertina dell'internazionale di questa settimana.

La società ci costringe ad odiare il ciclo. Inventa sempre nuovi metodi per ovviare allo scazzo del ciclo. Il ciclo è un impedimento. 
Per me non lo è. Per me l’impedimento è la società. In quelle rare e fortunate occasioni in cui ho la possibilità di passare i primi due giorni del ciclo a casa o comunque in una situazione rilassata, è un momento che mi godo tantissimo. Un momento in cui mi sento perfettamente in comunione con la terra, sento di essere come un albero, sento l’energia fluire attraverso di me verso la terra (anche se mi rendo conto che il verbo “fluire” possa far addurre ad altre associazioni in questo contesto).
Nel momento in cui il dolore passa, sento una dolcezza perfetta spandersi in tutto il corpo, mi sento morbida materna femmina e brutta. Perché è inevitabile: la pelle perde di elasticità, i capelli diventano secchi, le gambe gonfie, le occhiaie assumono un volume simile agli emisferi. Eppure mi sento donna. Vorrei potermi permettere di muovermi piano piano, di avere il tempo di percepire i contorni e la sostanza del mondo che mi circonda.
E invece sono in un ufficio a battere su dei tasti. Devo essere scattante, reattiva, muovermi in fretta e non far trasparire né il dolore né la dolcezza.

Quanto vorrei non avere fretta. 

giovedì 5 maggio 2016

La Georgia è un altro mondo: la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte...


Nel settembre del 1899 il grande scrittore norvegese Knut Hamsun viaggiò per la prima volta nei suoi 40 anni. Si diresse nel Caucaso, attraverso la Russia. È possibile che questo fosse il suo viaggio di nozze, in quanto lo scrittore portò con sé anche la giovane moglie Bergljot Bech. Il risultato del viaggio fu il libro pubblicato nel 1903 “Viaggio nel Caucaso”.


Knut Hamsun, insieme alla compagna, arrivò a San Pietroburgo dalla Finlandia e partì la stessa sera in treno per Mosca. Il suo soggiorno fu breve anche qui: il giorno successivo, lo scrittore partì in treno per l’itinerario Mosca – Voronezh – Rostov-na-Donu – Armavir – Pyatigorsk – Vladikavkaz. Giunto nella “città-fortezza russa che possiede il Caucaso”, lo scrittore si spostò a Tiflis su una carrozza con quattro cavalli, passando in viaggio tre notti.

Ecco come descrive Knut Hamsun il suo incontro con il Monte Kazbeg: “All’improvviso, dietro una curva stretta a destra, si apre la valle e ci si para davanti, vicinissimo, il Kazbeg con i suoi ghiacci scintillanti al sole. Ci colpisce con la sua potenza – alto, terribile, silente. Siamo permeati da una sensazione irripetibile che ci stringe lo stomaco: il Kazbeg, come un essere dell’altro mondo, si innalza circondato da montagne che gli giurano fedeltà, e ci guarda. Scendo sgraziatamente dalla carrozza, la aggiro e tenendomi stretta ad essa, guardo il Kazbek. Mi gira la testa, mi sembra di essere sollevato da terra, sopra la strada, e mi trovo faccia a faccia con Dio”.
Quando si trova nel villaggio di Kobi, incantato dalla natura circostante, lo scrittore riflette su Dio e la Sua creazione. “Seduto a terra, guardo il cielo, e siccome io, a differenza di molti, non ho ancora chiarito il mio rapporto con Dio, mi immergo per un po’ nelle riflessioni su Dio e la Sua creazione. Questo mondo magico ed incatenvole, questo antico luogo di esilio dove sono capitato, si è rivelato il posto più sorprendente al mondo”.
Per tutto il viaggio, Knut Hamsun non smette di stupirsi della natura e si pone domande retoriche come: chi sta meglio? Gli europei, gli yankee od i caucasici?
La luna illumina già parecchio, anche se sono solo le cinque del pomeriggio, il sole e la luna brillano contemporaneamente dai cieli ed è abbastanza caldo. Questo mondo non somiglia a nessuno tra quelli visti prima e torno a pensare che potrei vivere qua tutta la vita. Siamo già scesi così tanto a valle che sono ricominciati i vigneti, nel bosco cresce il noce, il sole e la luna brillano contemporaneamente, sfidandosi a vicenda. La magnificenza della natura domina l’uomo; anche quelli che vivono qua ed osservano da sempre questo splendore, non smettono mai di stupirsene… un caucasico non conosce fallimenti ed ascensioni del tasso di cambio della borsa di New York, la sua vita non assomiglia alle corse dell’ippodromo, esso vive senza fretta, si nutre dei frutti della natura o della carne di montone. È concepibile sostenere che gli europei o gli yankee siano superiori ai caucasici? Dio solo lo sa: è talmente discutibile che nessuno, tranne Dio, può rispondere a questa domanda.”









Durante il viaggio, lo scrittore si concentra sui villaggi georgiani. “Ogni villaggio presenta un complesso di case fuse l’una con l’altra, erte una sopra l’altra, plasmate sul pendio”. Lo scrittore freme alla vista di rocce scoscese ed abissi senza fondo. Knut Hamsun descrisse il momento in cui, su uno dei tratti più pericolosi della strada, comparvero, di sotto terra, due pargoletti di 6 od 8 anni ed iniziarono a carolare e svoltolarsi. Con incomparabile impertinenza facevano capriole sull’orlo della strada, eseguendo una danza della morte. “Non mi restava altro che metter mano alla borsa e pagarli”.

Ci stiamo avvicinando a Tiflis. La strada costeggia il Kura. Il Kura è maestoso e sublime… in lontananza compare Tiflis: è un insieme di puntini alla rinfusa, un mondo a sé. Sopra la città pende la caligine. Eccolo, Tiflis, la città di cui scrissero molti poeti russi, la città presente in molti romanzi russi. Mi sento improvvisamente giovane, mi guardo intorno con stupore e sento quanto è forte il battito del mio cuore. Provai qualcosa di simile la prima volta che attendevo la lezione di Georg Brandes. Teneva una lezione all’università di Copenaghen. Aspettammo per un tempo infinito per strada, sotto la pioggia, affollandoci intorno al portone chiuso… ma ecco aprirsi le porte e corriamo su per le scale, per il corridoio, in aula dove mi trovo un posto. Aspettiamo ancora a lungo, l’aula si riempie, brulicando di mille voci. All’improvviso l’atmosfera si placa, lasciando spazio al regno di un silenzio di tomba. Sentì i battiti del mio cuore. Finalmente Lui salì sulla cattedra...”




Ecco quanto riferiva di Tiflis ai suoi lettori norvegesi:
La città conta cento sessantamila abitanti, di cui gli uomini sono il doppio delle donne. Qui si parlano settanta lingue… Tiflis subì il dominio di romani, persiani e turchi, ora è sotto i russi. La prosperità degli ultimi anni è dovuta alla conveniente posizione geografica: la città sorge sull’incrocio di vie commerciali che attraversano le montagne e collegano il mar Caspio con il Mar Nero, la Russia e l’Armenia. Nella città vi è un eccellente museo, teatro, raccolta di pittura, giardino botanico, fortezza… mentre sopra la città si erge il monastero di San Davit. Situato su un monte sacro per i georgiani – il Mtatsminda. Il monastero ospita la tomba di Griboedov”.


Knut Hamsun: “La città non si è rivelata molto interessante. Tornammo però in uno dei cantucci più e più volte ammirandolo infinitamente – era il quartiere asiatico. A Tiflis, c’erano negozi con vetrine a grandi specchi, tram a cavalli, teatri-varietà, dame e signori vestiti all’europea, ma nel quartiere asiatico tutto era differente: anche le strade qui non sono strade ma vicoli, passaggi incapestrati, scalette che portano da una casa all’altra, in su e in giù.

Nelle botteghe commerciano rappresentanti di ogni specie e popolo e vendevano oggetti più sorprendenti… Circondati da asini, cavalli e cani, gli artigiani lavorano per strada, i fabbri arroventano il ferro in piccoli fornelli battendolo su piccole incudini. Orefici e argentieri levigano, niellano, cesellano e incidono i loro manufatti, li decorano con turchesi ed altre pietre. I sarti confezionano lunghe palandre di feltro su macchine da cucire importate dall’Occidente… Nelle botteghe si vendono principalmente tessuti di seta, ricami, tappeti, armi e gioielli… qua e là, nelle minuscole botteghe, siedono scrivani trascrivendo su richiesta…
Scorre silenziosamente la vita del quartiere asiatico, lontana dal resto del mondo. Qui regna il silenzio, mentre tutto intorno si sente il chiasso della città mercantile, come se là fuori ci fosse l’America. È raro sentire qua una parola detta ad alta voce, raramente si sente un urlo inutile. Solo voci basse, discreti cenni con i turbanti e null’altro. Nel quartiere asiatico quasi non ci sono donne, è molto raro vedere due donne conversare con i bambini in braccio, e anche loro parlano a voce molto bassa. Gli armeni costituiscono un’eccezione nelle loro botteghe: loro lodano ad alta voce le loro armi e mentono apertamente ai compratori sia qua che in qualsiasi altro posto. Un ebreo può imbrogliare dieci greci, ma un armeno ingannerà dieci greci e dieci ebrei...”
Da Tiflis, Knut Hamsun si diresse a Baku e successivamente pianificava un viaggio in Oriente, in Persia. Una lettera di accredito francese però, che lo scrittore teneva in tasca, cambiò drasticamente i piani del viaggiatore. Presso le banche di Baku non emisero denaro dietro tale documento, dicendo di non aver mai visto prima di allora delle carte simili. Hamsun si vide costretto a tornare a Tiflis, dove le banche lavoravano con lettere di accredito francesi. Prelevato il denaro a Tiflis, decise però di partire per Batumi, sul Mar Nero, invece di andare in Persia.
Ecco, come vide lo scrittore la città portuale:

"Batum conta quaranta mila abitanti, forse pochi più. Alla vista ricorda in parte sia Tiflis che Baku – grandi edifici moderni di pietra si alternano a piccole e buffe costruzioni di pietra, rimaste dai tempi dei turchi. Le strade sono larghe, ma non lastricate, qua si cammina e si viaggia direttamente sulla sabbia. Al porto si trovano infinite navi, dai piccoli velieri, arrivati fin qui dalle città del sud o addirittura dalla Turchia, fino alle grandi navi da passeggeri europee provenienti da Alessandria o Marsiglia…

La vita di Batum è in qualche modo simile alla vita degli stati a sud degli Stati Uniti. Il ristorante, gli alberghi sono frequentati da un pubblico vestito all’europea, in seta e diamanti. Ordinano piatti raffinati e bevono champagne… Le maniere da americani degli stati del sud si manifestano particolarmente al momento del saldo. Amano pagare con le più grosse banconote, che sia necessario o meno, costringendo i camerieri di chiedere il resto al proprietario. Lasciano mance consistenti. E lasciano il vino in calici e rosoliere...
A Batum vi è anche un lungomare alberato. La sera è pieno di carrozze e persone a passeggio. Si trovano qua cavalli pieni d’ardenza, fruscio della seta, e ombrelli, e sorrisi, e saluti: tutto uguale ad una qualsiasi città degli Stati del sud. Si trovano anche qua bellimbusti, damerini con alti colletti simili a polsini, camicie di seta ricamate, cappelli sulle ventitre e bastoni grossi come il braccio… non è l’alterigia a farli vestire così, semplicemente anche loro desiderano farsi notare e sceglono questo metodo puramente estetico, il quale aiuta a raggiungere in fretta lo scopo e non richiede grandi sforzi. Il cappello può rendere famoso un uomo molto più in fretta di quanto non lo faccia un libro od un quadro. È quello che fanno i francesi, e perché non dovrebbero?”

L’autore termina così i suoi appunti di viaggio “La Terra Favolosa” : “Domani partiamo di nuovo per Baku, da lì proseguiamo per l’Oriente. Tra poco ci separeremo da questo regno, ma sarò sempre attratto da questo posto, perché ho bevuto l’acqua del Kura”. In realtà Knut Hamson non tornò a Baku, non andò mai in Oriente. Attraversò il Mar Nero su un battello, superò lo stretto del Bosforo e giunse a Costantinopoli.
In capo ad un anno dopo il viaggio nel Caucaso, Knut Hamsun, scriverà in una lettera indirizzata alla poetessa norvegese Dagni Kristensen: “...Non rivivrò mai più una favola di cotanta meraviglia e superbia, specialmente fiabesco è stato il viaggio da Vladikavkaz a Tiflis attraverso le montagne… E’ un mondo diverso, la gente è più bella, il vino più rosso e le montagne più alte. E credo che Dio alberghi sul Kazbeg tutto l’anno...”
Nella lettera all’amico ed editore Albert Langen, scriveva: “...Attualmente, il libro che più mi rende felice è “Il Libro del Caucaso”, che sarà il migliore tra tutto quello che ho fin’ora scritto”. Il romanzo migliore dello scrittore diventerà però “I Frutti della Terra”, pubblicato nel 1917 e premiato con il Nobel nel 1920.
Il libro “La Terra Favolosa” fu pubblicato nel 1903, nello stesso anno, Knut Hamsun pubblicò il dramma amoroso “La Regina Tamara”, scritto sotto l’impressione del viaggio in Georgia. L’opera fu rappresentata nel 1904 al Teatro Nazionale di Oslo, anche se non riscosse particolare successo, nonostante la musica per la rappresentazione fosse stata composta dal famoso compositore norvegese Johan Halvorsen.

Cento anni dopo il viaggio di Knut Hamsun in Russia e nel Caucaso, due giornalisti norvegesi, Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland, hanno ripercorso le tracce dello scrittore provando a ritrovare “questo fiabesco regno”. E lo hanno scoperto, narrandone nei loro appunti di viaggio "Nella Terra FavolosaCent’anni Dopo”. “Non abbiamo bevuto l’acqua del Terek, Aragvi o Kura, - scrivono Bjørn Rudborg ed Ule Peter Ferland – ma saremo sempre determinati a tornare qua. Il Caucaso è una fiaba, è inimitabile e brutale!"






Fonte: http://www.geomigrant.com/
Foto: Knut Hamsun